17 dicembre 2020. A New York sono passate da poco le ore 21 e si sta per riunire il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, convocato d’urgenza dal Segretario Generale delle Nazioni Unite dopo l’abbattimento di un aereo E-3 Sentry statunitense, colpito da un missile terra-aria mentre pattugliava i cieli del Nordafrica.

La situazione a Sirte Ovest è precipitata dopo l’offensiva dell’esercito della Libia Orientale al confine che da tre anni divide in due la città e la Libia: da un lato il governo di Tripoli, sostenuto dall’Europa; dall’altro il governo di Tobruk, nato sotto l’ala protettrice dell’alleanza musulmana guidata dal sultano Erdogan.

Tutto era iniziato il 7 novembre 2016, con la clamorosa elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti d’America. Gli elettori statunitensi si erano fidati dell’ex palazzinaro di New York, come veniva di solito chiamato sia dai notabili del Partito repubblicano sia dagli avversari del Partito democratico. Una vittoria senza precedenti: il 65% dei votanti aveva scelto Trump e il corso della politica americana aveva subito una brusca sterzata. Coerente con le promesse fatte in campagna elettorale, Trump non aveva perso tempo e, una volta insediato alla Casa Bianca, aveva progressivamente ma inesorabilmente disimpegnato gli Usa dai molti conflitti nelle aree calde del mondo: niente più soldati americani in Iraq, Siria e Afghanistan e piani di progressiva smobilitazione per le basi americane sparse in tutto il pianeta.

Ma il neo-isolazionismo trumpiano aveva raggiunto il culmine il 9 aprile 2017, quando “The Donald”, durante la cerimonia tenutasi a Bruxelles per ricordare i 68 anni della Nato, aveva stupito il mondo annunciando il ritiro degli Stati Uniti dal Patto Atlantico. La decisione di Washington aveva innescato una reazione a catena irreversibile: il Canada e la Gran Bretagna (quest’ultima già uscita dalla Unione Europea) si erano accodati agli Stati Uniti; i Paesi dell’Europa occidentale, disorientati dal disimpegno americano, erano stati costretti a unire le proprie forze rispolverando l’idea della Comunità Europea di Difesa degli anni Cinquanta, stavolta realizzata con successo attorno all’asse franco-tedesco; il gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), mai interessato ad una più stretta integrazione europea, aveva dovuto volgere lo sguardo a oriente e riallacciare i rapporti con la Russia di Vladimir Putin, convincendo i paesi dell’area balcanica a fare altrettanto.

Poche settimane dopo l’annuncio di Trump, in Pennsylvania un gruppo armato aveva fatto irruzione nella villa-fortezza di Fethullah Gulen e lo aveva ucciso, dopo aver neutralizzato il potente apparato di sicurezza che proteggeva l’anziano imam. Anche se il commando era riuscito a dileguarsi senza lasciare tracce, Washington, che si era sempre opposta alla richiesta di estradizione di Gulen avanzata dalle autorità di Ankara, aveva immediatamente puntato il dito contro la Turchia di Recep Erdogan, ma il caso si era sgonfiato dopo le accuse americane e le scontate proteste del governo turco, mostratosi offeso per le insinuazioni. Tuttavia, il presidente Erdogan non intendeva restare isolato all’interno della comunità internazionale: aveva quindi cercato a Mosca una sponda protettiva, offrendo alla Russia la possibilità di costruire una base navale a Erdek, sul Mar di Marmara, ed era uscito dalla Nato.

Libera dai vincoli atlantici e rafforzato l’asse con Mosca, la Turchia aveva dispiegato la propria forza politica e militare sia a oriente sia ad occidente. Un accordo strategico con Teheran aveva consentito di sconfiggere lo Stato islamico in Siria e in Iraq, messo la sordina sulle istanze dei curdi ed esteso il controllo su parte della Siria e parte dell’Iraq, il cui territorio era stato spartito tra Turchia e Iran. I contrasti tra le comunità sunnite e quelle sciite erano stati superati deportando le popolazioni di interi villaggi da una zona all’altra, in modo tale da creare regioni omogenee dal punto di vista religioso.

Risolti i problemi ad oriente, Erdogan aveva deciso di estendere il proprio raggio d’azione verso ovest. Il suo sostegno ai Fratelli Musulmani aveva portato al rovesciamento del regime egiziano del generale Al-Sisi, alla instaurazione di un altro stato islamico di confessione sunnita e alla creazione di un embrione di alleanza musulmana. Il passo successivo era stato la fornitura di armi e assistenza militare al governo libico di Tobruk, sempre in lotta con il governo di unità nazionale di Tripoli, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. Alla fine del 2017 i due governi libici antagonisti avevano lanciato una offensiva contemporanea contro le milizie di Daesh nell’area di Sirte, per estirpare una volta per tutte la malapianta del fondamentalismo dalla regione.

Le truppe di Tripoli, rifornite dagli europei, e quelle di Tobruk, equipaggiate dai turchi, erano giunte a Sirte nello stesso giorno. La città era stata liberata ma risultava spaccata in due: ad ovest l’esercito di Tripoli e ad est quello di Tobruk. L’impossibilità di giungere ad un accordo tra le due fazioni libiche aveva avuto come conseguenza la definitiva spartizione del territorio libico in due stati, ciascuno dei quali pretendeva di essere l’unico legittimo rappresentante della nazione libica: la Repubblica Democratica Libica, con capitale Tripoli e la Nazione Islamica Libica, con capitale Tobruk. Sirte, città contesa, simboleggiava la divisione nazionale e la contrapposizione tra i due potenti protettori: l’Europa occidentale cristiana da un lato e l’Alleanza musulmana dall’altro.

La Turchia aveva immediatamente aperto una rappresentanza diplomatica a Tobruk, seguita da presso dall’Iran, dall’Egitto e dalla Russia. L’Unione Europea, la Gran Bretagna e gli Usa avevano confermato il proprio appoggio incondizionato al regime di Tripoli. Il riconoscimento di due stati libici aveva creato una situazione di stallo all’Onu, che aveva deciso di non assegnare il seggio della Libia un tempo unita a nessuna delle due nuove formazioni statuali.

Il riassetto nella regione mediorientale e della parte settentrionale africana aveva avuto un effetto complessivamente stabilizzante: il popolo curdo, in cambio della concessione di un maggior grado di autonomia amministrativa, aveva rinunciato al progetto di una nazione autonoma; il patto tra Turchia e Siria, sebbene attuato sulla pelle delle popolazioni deportate, aveva disinnescato le tensioni tra comunità sunnite e sciite; la maggior parte dei profughi siriani ospitati sul territorio turco aveva fatto ritorno nelle zone di origine ed iniziato la ricostruzione della Siria finalmente pacificata, salvo una parte di essi, prevalentemente sunniti, che avevano preferito restare in Turchia e ricominciare una nuova vita nello stato musulmano costruito da Erdogan.

Restava cruciale la questione Israele, ma la Turchia aveva chiarito da subito che non avrebbe messo a rischio la stabilità della regione per sposare la causa palestinese a che si sarebbe astenuta dal compiere qualsiasi atto ostile nei confronti di Israele, se non in risposta di eventuali atti di aggressione. Le rassicurazioni turche, seguite da analoghe dichiarazioni dell’alleato iraniano, avevano tranquillizzato Tel Aviv, sebbene Israele si sentisse più vulnerabile a causa della politica di disimpegno degli Usa.

La retorica di Trump e lo slogan “America First” avevano funzionato per quattro anni, riportando gli Usa in una posizione isolazionista analoga a quella assunta nei primi anni del XX secolo. Il largo consenso a favore del nuovo corso statunitense era stato confermato dalla rielezione di Donald Trump, alle presidenziali del novembre 2020, quando con il 73% dei voti si era imposto su un incolore candidato del Partito democratico. Ma era destino che tale condizione non dovesse durare a lungo. All’inizio di dicembre del 2020, la Nazione Islamica Libica aveva attraversato il confine con l’altra Libia per unificare “manu militari” il paese. La Libia orientale aveva preso la decisione anche in seguito alle pressioni della Turchia, desiderosa di estendere il proprio dominio sull’intera area del Maghreb.

Su sollecitazione dell’Unione Europea e con l’appoggio della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite denunciò l’aggressione da parte della Libia orientale, intimò l’immediata cessazione delle ostilità e il rientro degli invasori all’interno dei propri confini e diede mandato ad una coalizione internazionale perché inviasse un contingente da interporre tra gli eserciti dei due stati in conflitto.

Gli Stati Uniti, in quanto grande potenza mondiale e membro permanente del Consiglio di Sicurezza, vennero invitati a partecipare al contingente, ma il presidente Trump acconsentì a partecipare soltanto con aerei di supporto e ricognizione, escludendo categoricamente l’invio di truppe o aerei da combattimento statunitensi nel teatro di battaglia.

Il 16 dicembre, una settimana dopo l’inizio delle operazioni del contingente Onu, un aereo Awacs americano impegnato in una missione di supporto ad una squadriglia di caccia-bombardieri spagnoli venne centrato da un missile terra-aria della contraerea di Sirte Est: l’aereo esplose in volo e nessuno dei membri dell’equipaggio ebbe modo di salvarsi.

La notizia provocò un grande shock nella opinione pubblica americana. Come era già successo un secolo prima per l’affondamento della nave Lusitania, la tragica morte dei militari americani spinse i cittadini statunitensi a scendere in piazza e a chiedere un intervento militare immediato per vendicare i caduti.

Il presidente Trump dovette barcamenarsi tra le pressioni del Pentagono, che intendeva seguire la voce del popolo, e il Congresso a maggioranza repubblicana, che non intendeva abbandonare la linea isolazionista. Decise di attendere l’esito della riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, fissata per il giorno dopo.

Giovanni Ciprotti