La sera del 25 dicembre 1991 la bandiera rossa che sventolava sul Cremlino veniva ammainata per l’ultima volta e l’Unione Sovietica cessava di esistere.

Per più di settanta anni quel Paese aveva entusiasmato la metà del pianeta con la sua ideologia liberatrice, almeno nelle dichiarazioni di principio, e preoccupato l’altrà metà per le velleità rivoluzionarie su scala mondiale.

Passata la “red scare” dei primi anni Venti del XX secolo, la Grande Depressione seguita al crollo di Wall Street e propagatasi in tutto il mondo occidentale aveva posto la ripresa economica al primo posto dell’agenda politica delle nazioni e il timore del comunismo era passato in secondo piano. L’inizio della seconda guerra mondiale aveva generato la singolare alleanza tra USA e URSS, che avevano accantonato le divergenze e le incompatibilità dei rispettivi sistemi politico-economici per fronteggiare insieme il nazismo. Nel secondo dopoguerra l’inconciliabilità tra i due progetti antitetici aveva condotto allo scoppio della guerra fredda, alla corsa agli armamenti e al cosiddetto “equilibrio del terrore”.

Nel 1983 il presidente USA Ronald Reagan aveva definito l’URSS come l’Impero del Male. Due anni dopo, l’elezione del “giovane” (54 anni, decisamente pochi per i canoni sovietici) Michail Gorbacev come Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica avviò una fase di cambiamento nei rapporti Est-Ovest, al termine della quale il mondo avrebbe festeggiato la fine della guerra fredda.

Sin dalle prime apparizioni pubbliche Gorbacev annunciò il suo intento di riformare il sistema sovietico. Le sue parole d’ordine furono “perestrojka” (ristrutturazione) e “glasnost” (trasparenza). Secondo il nuovo leader del Cremlino era necessario liberare la società sovietica dalla cappa opprimente entro cui l’avevano costretta generazioni di dirigenti comunisti a partire dalla rivoluzione bolscevica e far emergere un “socialismo dal volto umano”, rispettoso dei bisogni e delle aspirazioni del popolo. Non era più economicamente né politicamente sostenibile privilegiare le spese militari a scapito degli stanziamenti destinati ai beni di consumo e all’industria civile, quindi il punto di partenza doveva essere la riduzione del bilancio per la difesa, in modo da rendere disponibili risorse per migliorare il tenore di vita dei cittadini.

Gorbacev trovò quasi subito due attenti interlocutori nel presidente Ronald Reagan e nel premier britannico Margaret Thatcher e riuscì a stabilire con i principali avversari occidentali relazioni basate sulla comprensione reciproca e sulla cooperazione, relegando la tradizionale, rigida contrapposizione tra i due blocchi in un passato che non sarebbe più riemerso.

Nel giro di pochi anni giunsero i primi successi in politica estera: la firma USA-URSS, l’8 dicembre 1987, del trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) con il quale i sovietici avrebbero smantellato i missili SS-20 puntati verso l’Europa occidentale a fronte della corrispettiva eliminazione dei Pershing e dei Cruise statunitensi installati a ovest della cortina di ferro (i famosi euro-missili, il cui dispiegamento aveva provocato non poche polemiche all’interno dell’Alleanza atlantica); la riduzione delle truppe sovietiche di stanza in Europa orientale; il ritiro dell’URSS dall’Afghanistan, completato nel febbraio 1989 a dieci anni dalla invasione sovietica.

Tuttavia, gli innegabili meriti di Gorbacev sul piano internazionale e la sua crescente popolarità anche presso le opinioni pubbliche occidentali non riuscivano a nascondere la mancanza di effetti positivi delle sue riforme sul fronte interno: la penuria di beni di consumo si aggravava, le condizioni di vita dei cittadini sovietici peggioravano continuamente e la criminalità era in aumento in tutte le repubbliche sovietiche.

Le riforme di Gorbacev erano criticate in patria sia da chi avrebbe desiderato interventi più radicali sull’economia e sul sistema politico, sia da chi difendeva strenuamente il sistema dei Soviet e accusava il Segretario Generale di minare la stabilità e il prestigio dell’Unione.

Il 13 marzo 1988 il quotidiano “Sovetskaja Rossija” pubblicava una lettera di Nina Andreeva, un’insegnante di Leningrado, che apprezzava l’estensione della libertà di opinione avviata dalla glasnost ma difendeva le conquiste accumulate nei decenni dal sistema sovietico: “Insieme a tutti i sovietici condivido l’ira e lo sdegno per le repressioni di massa che ebbero luogo negli anni trenta e quaranta per colpa della direzione di allora del partito e dello Stato. Ma il buon senso si leva risolutamente contro la verniciatura monocromatica di avvenimenti contraddittori che attualmente comincia a prevalere in alcuni organi di stampa”. La lettera della Andreeva, dal titolo “Non posso transigere sui miei principi”, fece molto scalpore, tanto da indurre il PCUS a pubblicare sulla Pravda, il 5 aprile successivo, una risposta ufficiale per chiarire  “i principi della perestrojka”, come recitava il titolo della replica.

Il peggioramento della situazione economica spingeva i lavoratori sovietici a manifestare. Nel luglio 1989, nei bacini del Kuzbass e del Donbass, iniziava una serie di scioperi dei minatori che il mese successivo giunse a coinvolgere circa mezzo milione di scioperanti.

Il crollo dei regimi dell’Europa dell’Est nel 1989 offriva agli avversari di Gorbacev un’arma in più per attaccare la perestrojka: con il suo rifiuto di usare la forza per difendere i regimi tedesco-orientale, polacco, ungherese e rumeno, il Segretario Generale e il suo ministro degli esteri, il georgiano Eduard Sevardnadze, avevano “perso” l’impero esterno, costruito da Stalin alla fine della seconda guerra mondiale per rafforzare la sicurezza dell’URSS dalle minacce di un mondo capitalista ritenuto ostile.

Tanto era riconoscibile e decisa la politica di Gorbacev sul piano internazionale, quanto appariva incerta la sua azione riformatrice dell’economia e della politica interna sovietiche.

Gorbacev era sì un riformatore, ma restava convintamente comunista e la sua idea di fondo consisteva nel ristrutturare il sistema sovietico per restituirgli vigore, non per superarlo e traghettare il paese sulla sponda del capitalismo. Nel suo non sempre coerente gradualismo sulle riforme interne, Michail Gorbacev aveva evitato di affrontare, o quanto meno lo aveva fatto soltanto marginalmente, alcuni dei temi che, a partire dal 1989, si imposero sull’agenda politica: una diversa struttura statuale dell’Unione Sovietica con un rinnovato equilibrio tra i poteri del centro federale e quelli delle repubbliche dell’Unione; la ridefinizione del ruolo del PCUS, che in virtù dell’articolo 6 della Costituzione sovietica deteneva il monopolio politico della guida del paese, e l’introduzione del multipartitismo; il passaggio dalla pianificazione sovietica a un’economia di mercato.

Il crollo dei regimi dell’Europa orientale e il deterioramento del tenore di vita del popolo sovietico determinarono un netto calo di consensi nella figura del Segretario Generale del PCUS e lo costrinsero a mutare la linea politica.

Dopo aver perso il suo “impero esterno”, Mosca rischiava di perdere anche le repubbliche che assieme alla Russia costituivano l’Unione Sovietica, a partire da quei Paesi baltici annessi da Stalin nel 1940. Ad ottobre del 1988 il Soviet supremo dell’Estonia aveva approvato una dichiarazione di sovranità e il diritto di veto del Paese baltico sulle leggi dell’URSS. Quasi contemporaneamente alle manifestazioni che in Gemania Est avrebbero in poche settimane condotto alla caduta del Muro, in Lettonia la gente era scesa in strada chiedendo autonomia da Mosca.

Il 1990 si aprì con la modifica dell’articolo 6 della Costituzione: il PCUS cessava di essere il “partito unico” e si muoveva un primo passo nella direzione del multipartitismo. Il 15 marzo il Congresso dei deputati del popolo eleggeva Michail Gorbacev primo Presidente dell’URSS, una carica fortemente voluta da Gorbacev per tentare di trasferire i poteri di governo dal partito, nella figura del Segretario Generale, alle istituzioni dello Stato. Tuttavia, le forze di opposizione erano riuscite a far approvare, contemporaneamente, l’istituzione del presidente della singola repubblica, il quale sarebbe stato eletto dai cittadini e quindi con una legittimazione popolare superiore a quella del presidente della Unione Sovietica, quest’ultimo eletto da una assemblea rappresentativa.

Le repubbliche sovietiche erano da anni in agitazione a causa del peggioramento delle condizioni sociali ed economiche e chiedevano maggiore autonomia, quando non indipendenza, da un centro di cui riconoscevano sempre più a fatica l’autorità e l’utilità. Le spinte centrifughe trovarono un potente acceleratore nei primi mesi del 1990 con l’evoluzione della situazione politica nella Repubblica russa. Boris El’cin, uno dei più popolari avversari di Gorbacev, sosteneva la necessità di riforme politiche ed economiche più radicali rispetto alla perestrojka e rappresentava le istanze dei nazionalisti russi. Il 25 maggio 1990, sul quotidiano “Sovetskaja Rossija” scriveva: “Non è possibile rassegnarsi alla situazione esistente allorché si scopre che la Repubblica russa è al primo posto nel paese per quanto riguarda la produttività, mentre è all’ultimo, il quindicesimo, per ciò che si riferisce all’incidenza delle spese sociali. […] Oggi è la Russia, e non il Centro, che deve decidere quali funzioni delegare e quali altre conservare per sé”. Pochi giorni dopo, il 29 maggio, El’cin veniva eletto Presidente della Repubblica russa e i suoi propositi trovarono immediatamente un riscontro il 12 giugno, quando la Russia approvò una dichiarazione di sovranità. In poche settimane l’Uzbekistan, la Moldavia, l’Ucraina e la Bielorussia seguivano l’esempio della Russia.

Nell’intento di porre un argine al nazionalismo delle repubbliche che rischiava di mandare in pezzi l’Unione, Michail Gorbacev tentò un riavvicinamento con Boris El’cin sul piano delle riforme economiche. Venne istituito un gruppo di lavoro con il compito di redigere un programma di interventi sulla economia. La partecipazione di economisti vicini a entrambi i leader ebbe come risultato la preparazione di due piani: uno più radicale, gradito a El’cin; l’altro, che si riproponeva di stabilizzare l’economia dissestata prima di introdurre riforme consistenti, più vicino alle idee di Gorbacev. La distanza tra le due concezioni riformatrici restava incolmabile ed ebbe come effetto bizzarro l’adozione, negli ultimi mesi del 1990, di entrambi i piani: quello più radicale da parte della Repubblica russa, quello “moderato” da parte dell’Unione Sovietica. Tenuto conto del peso economico e politico della Repubblica russa in seno all’URSS, non era possibile gestire una politica economica su basi così incoerenti e la situazione economica continuò inesorabilmente a peggiorare. Gorbacev aveva ormai perso il controllo dell’economia e del partito. Il deterioramento della situazione portò al colpo di Stato dell’agosto 1991, scattato mentre Gorbacev si trovava in vacanza in Crimea. Nei giorni successivi emerse la figura di Boris El’cin, che riuscì ad opporsi ai golpisti e a mobilitare la popolazione di Mosca in difesa del Parlamento russo e dell’ordine costituito. La seconda metà dell’anno vide l’inarrestabile ascesa di El’cin come figura dominante del panorama politico sovietico e il declino di Michail Gorbacev, colpevole di aver avviato un processo di rinnovamento interno che non era riuscito a controllare.

L’8 dicembre 1991 i presidenti delle repubbliche russa, ucraina e bielorussa si incontravano a Belaveza, in Bielorussia, e dichiararono lo scioglimento dell’Unione Sovietica e l’istituzione della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Era l’ultimo chiodo piantato nella bara dell’URSS. Mancava soltanto l’ultimo atto, che sarebbe andato in scena la sera di Natale di quell’anno: Michail Gorbacev annunciava in televisione le sue dimissioni come Presidente dell’URSS e con esse la fine dell’Unione Sovietica.

Era l’effetto del fallimento della perestrojka. La CSI sarebbe rimasta un’istituzione meramente formale e di lì in avanti ciascuna delle 15 repubbliche che fino a quel momento avevano fatto parte dell’Unione Sovietica avrebbe deciso del proprio destino.

Nella Federazione russa Boris El’cin impose al paese, coerentemenete con il suo programma e sull’onda di un consenso straordinario, riforme economiche basate su privatizzazioni, liberalizzazioni e sulla introduzione immediata ed estensiva dei meccanismi dell’economia di mercato. Si trattava della cosiddetta “terapia d’urto”, incentrata sul “Washington Consensus” del Dipartimento del Tesoro USA, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Purtroppo, la mancanza di controlli governativi ebbe come effetti principali l’accaparramento delle preziose risorse del paese da parte di un’oligarchia che accumulò in pochissimo tempo patrimoni straordinari e il progressivo deterioramento delle condizioni economiche e sociali della popolazione, fino alla bancarotta dello Stato nel 1998.

Nel 1997 Giuseppe Boffa scrisse, nel suo libro “L’ultima illusione. L’Occidente e la vittoria sul comunismo”: “Per il mondo la dissoluzione dell’URSS fu il crollo definitivo del comunismo. Per i russi fu il crollo del loro paese. In questo senso fu anche il fallimento storico di un intero strato dirigente. Dopo la rivoluzione, per tale fallimento c’erano voluti 74 anni. Per l’anticomunismo che ne aveva preso il posto ne erano bastati meno di cinque”.

Alla fine del 1999 Boris El’cin era costretto a cedere il potere. Iniziava l’era di Vladimir Putin, ma quella è un’altra storia.

Giovanni Ciprotti