È difficile capire cosa ha spinto la direzione artistica di un teatro di tradizione ma di modeste dimensioni a rompere con quella per far mettere in scena La traviata ad un regista di spettacoli circensi e dedito agli effetti speciali del musical come Franco Dragone, uno spettacolo fatto di proiezioni, di tendoni e panneggi nero-grigi, che pure hanno esiti legittimi e suggestivi, se usati in modo organico con la regia, ma non in questa occasione in cui ha appiattito l’esecuzione dell’opera, che pure aveva del buono con cantanti di un certo valore, ma completamente trascurati e lasciati a se stessi nella gestualità e nei movimenti. Nelle scene di Benito Leonori nessuna vera caratterizzazione dei diversi atti era visibile per un’opera che vive di incipiente verismo, in cui il demi monde parigino deve essere evocato perché inerisce alla vicenda stessa della dame aux camèlias e non eluso, come è stato fatto, rendendo il coro statico, inquadrato in file militaresche di due squadroni maschile e femminile, con coristi schierati in orrende divise nere e sporcati fino ai capelli di vernice grigio argento; troppo comodo non muovere nessun corista né al primo atto – ai soli personaggi era affidata l’azione – e soprattutto nella scena della festa di Flora dove di zingarelle e di matadores non si vedeva neanche l’ombra e neppure c’era un pallido tentativo di rendere simbolica la loro presenza. Un coro di statici fantocci più che di presenze che dovrebbero rappresentare un mondo e un preciso ambiente sociale. Tante, troppe proiezioni anche durante i due preludi sugli immancabili velatini con banale brulichio di stelle, stelline e fiocchi di neve come a Natale, poi ancora tende, tendoni e panneggi – la cui funzione era quella di escludere alla vista il coro durante il duetto Alfredo-Violetta nel prim’atto e nel breve e concitato loro dialogo del terzo Mi chiamaste, che bramate?,per poi spalancarsi durante il concertato – si aprivano su scalinate variamente disposte durante i vari atti e una piattaforma centrale stabile su cui scorrevano in proiezione varie meteorologie, invadenti colate di liquami imprecisati e – tra le poche note di colore – carte da gioco in caduta libera durante (vedi l’originalità) nella scena della partita tra Alfredo e Douphol; nessuna zingarella a leggere la mano di Flora e di D’Obigny che la porgevano invano ad un coro inerte e indifferente. Alla fine il letto di Violetta – simbolo di amore e morte – era una cuccia fatta di bianche lenzuola, ma lei rigorosamente in vestaglia grigio-fumo. I costumi di inizio ‘900 di Catherine Buyse Dian non deflettevano dal monotono esercizio di declinazione cromatica dal bianco (Violetta e Flora sembravano però vestire con la stessa stoffa dei tendaggi) al nero, passando per diverse sfumature di grigio. Non credo di dover spendere altre parole su una regia spocchiosa che evidentemente ha cavalcato l’idea, inculcata forse dalla famigerata Traviata scaligera del 2013, che di quest’opera si può fare ciò che si vuole: in questo caso non ha fatto altro che renderla tutt’al più in forma di semiconcerto; nessun lavoro profondo sul tessuto drammatico dava l’impressione che i cantanti avessero interiorizzato il loro ruolo; questo era evidente e direi scandaloso soprattutto per l’Alfredo del giovanissimo (quasi bambineggiante) tenore lirico leggero Ivan Defabiani annunciato con “un forte attacco febbrile”, pure valido e valoroso per capacità, dinamiche e tenuta vocali (puntature sul do acutissimo alla fine del prim’atto e nella cabaletta Oh mio rimorso del secondo), ma completamente impacciato e abbandonato al suo destino da una regia improbabile e inconsistente: la manata sulla spalla di Violetta durante il duetto del primo atto alla battuta Io non v’inganno era di una volgarità indicibile soprattutto costatando che alla fine del duetto i due non si baciano nemmeno; la mancanza di lavoro registico – purtroppo consueta e diffusa – mascherato da presuntuosa trovata originale era anche quella di far cantare in piedi Violetta moribonda nel duetto Parigi o cara con Alfredo adagiato invece sul letto: in assoluta coerenza con ciò era il fatto che lei moriva in piedi sullo sfondo, voltando le spalle al pubblico, mentre era proprio Alfredo ad accasciarsi sulla suddetta cuccia mentre scendevano accecanti tubi al neon verticali ai lati della scena attendata.

Il metodo di certi registi che non lavorano per nulla sul dovuto è sempre questo: stravolgere il libretto e il carattere dell’opera quando gli è fin troppo facile per dare l’impressione di originalità, salvo poi ricorrere mediocremente alle didascalie quando non se ne può fare a meno: infatti questa regia ha disdegnato il verismo di suppellettili, poltrone, canapè, consolle, divani, sedie, tavoli, tavolini da gioco e scrittoi, ma le banconote nella scena delle carte erano bellamente esibite come la lettera di addio che Violetta scrive ad Alfredo sul pavimento e seduta sulle scale.

Questa Traviata, fatta di colori brutti e smorti, ha avuto tuttavia interpreti di giuste tinte vocali e di indubbio rilievo, a cominciare dalla Violetta di Salome Jicia, soprano lirico pieno e di spessore, con qualche sforzo negli acuti – niente puntatura del mi bemolle sovracuto nella chiusa del Sempre libera ma fendenti i do acutissimi e le agilità verdiane ben appoggiate sul fiato – dalla buona pronuncia espressiva italiana – sebbene tradita da quei “vollare” beccati in entrambi i couplet – ha cercato di rendere credibile il personaggio, ma le scene con Alfredo e con papà Germont erano quelle meno convincenti e più convenzionali, dove l’imbarazzo e l’impaccio prevalevano rendendo evidente che il personaggio era molto più interiorizzato dal punto di vista musicale che da quello scenico; peraltro curato e molto espressivo il fraseggio, ma avvilito dai tempi sfuggenti e accelerati della direzione del M° Giuseppe Montesano che pareva ovviare alle problematiche sceniche degli interpreti e cercare di superare la farragine della regia: l’Orchestra Sinfonica “G. Rossini” quasi scompariva nell’aria del tenore De’ miei bollenti spiriti. Molto più a suo agio il baritono Giovanni Meoni in Giorgio Germont per aver fatto corrispondere una presenza sicura e disinvolta ad una vocalità duttile e suadente (l’incidente nella scena finale Finché avrà il ciglio lacrime, in cui ha anticipato una cadenza, pare più dovuto ad una tempistica incerta della direzione) è stato il più applaudito della serata. Benissimo gli altri artisti di fianco, che, come i protagonisti avrebbero reso di più se valorizzati: la Flora Bervoix di Mariangela Marini, timbro un po’ indefinito ma sonoro, unito ad un gesto elegante, l’Annina di Teresa Stagno dall’efficace profilo scenico vocale mal sfruttato dalla regia, il Gastone di Daniele Adriani dall’ottima emissione e presenza; lo spiritoso marchese d’Obigny di Cuneyt Unsal, timbrato il dottor Grenvil del basse-baritone Enrico Marchesini, il misurato barone Douphol di Omar Kamata. Non così i comprimari, presenze usuali al Pergolesi, il Giuseppe di Alessandro Pucci, il domestico di Flora di Massimiliano Fiorani e il commissionario di Franco Di Girolamo, ben definibili per vocalità indefinita, erano anche più appiattiti e penalizzati dalle scelte registiche. Consono all’atmosfera tetra, chiaroscura ed allo squallore ostentato che non faceva bene a nessuno, il disegno luci di Fabrizio Gobbi. Punto di forza musicale era senz’altro il Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini” diretto dal Maestro Carlo Morganti.

Al termine gli applausi sono scrosciati in modo selettivo ma sensibile per un titolo che ha sempre un enorme e provvidenziale richiamo sul pubblico. A me è venuta in mente una frase di Vittoria Ottolenghi, grande esperta di danza e di teatro che diceva: «Certi capolavori vanno eseguiti regolarmente, altrimenti muoiono»; chissà cosa avrebbe detto vedendo questa conciatura di Traviata: forse che certi capolavori muoiono, se eseguiti in un certo modo.

Andrea Zepponi

Tutte le immagini della galleria fotografica sono di Foto Binci (c).

Teatro G.B. Pergolesi

LA TRAVIATA

Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave dal dramma La dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio

Musica di Giuseppe Verdi.

Prima rappresentazione: Venezia, Teatro La Fenice, 6 marzo 1853

Edizioni Casa Ricordi, Milano

Personaggi e interpreti principali:

Violetta Valéry Salome Jicia (1-3-5/02) | Nunzia De Falco (4/02)

Flora Bervoix Mariangela Marini

Annina Teresa Stagno

Alfredo Germont Ivan Defabiani

Giorgio Germont Giovanni Meoni

Gastone, Visconte di Létorières Daniele Adriani Il barone Douphol Omar Kamata Il marchese d’Obigny Cuneyt Unsal Il dottor Grenvil Enrico Marchesini

Giuseppe Alessandro Pucci

Un domestico di Flora Massimiliano Fiorani

Un commissionario Franco Di Girolamo

direttore Giuseppe Montesano

regia Franco Dragone

scene Benito Leonori

costumi Catherine Buyse Dian

disegno luci Fabrizio Gobbi

assistente alla regia Michele Mangini

Orchestra Sinfonica “G. Rossini”

Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”

Maestro del Coro Carlo Morganti

Nuovo allestimento della Fondazione Pergolesi Spontini