La Gina, opera d’esordio di Francesco Cilea, ebbe il suo debutto il 9 febbraio 1889 come suo saggio finale a conclusione degli studi di composizione al Conservatorio di Napoli San Pietro in Majella e le sue riprese fino ad oggi si contano sulle dita di una mano. Forse anche per colmare una lacuna nella storia interpretativa di quest’opera, il Teatro La Fenice di Venezia l’ha messa in scena al Teatro Malibran seguendo il “Progetto Atelier della Fenice al Malibran” in collaborazione con la Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia ed ha allestito un lavoro gradevole fatto di semplicità, chiarezza e di sana tradizione: la recita cui ho assistito domenica 12 febbraio ha avuto un discreto successo con un pubblico che ha apprezzato, oltre alla musica del non ancora ventitreenne Cilea, anche le invenzioni registiche del terzo atto: il plot della vicenda presenta una delicata commedia borghese, più liberty che verista – un vaudeville più precisamente – in cui già echeggiano in nuce le intuizioni melodiche e armoniche che si ritroveranno nell’Adriana Lecouvreur e ne L’Arlesiana, ma nel carattere musicale è molto più simile alla bucolica vaghezza dell’Amico Fritz. Divisa dalla regia in due parti, l’azione drammatica, che consta di tre atti, risultava alquanto statica e smielata nei primi due riuniti, ma era decisamente più ricca di azione nel terzo. La trama è semplice: ambientata in epoca napoleonica in un paesino francese non meglio precisato che fa da sfondo idilliaco, Uberto (baritono) sta per arruolarsi nell’esercito di Napoleone e lasciare quindi Lilla (contralto) che non vorrebbe farlo partire; allora Gina (mezzosoprano acuto) sorella della ragazza, giura su un prezioso anello di famiglia, che contiene le reliquie dei loro genitori di sposare chiunque si offra di sostituirlo al fronte. Si sacrifica Giulio (tenore), di lei segretamente innamorato e, per partire al posto di Uberto, si offre volontario e in incognito al comandante Flamberge (basso) che, dopo malintesi e incertezze da ambo le parti, riesce a far riformare Uberto. Dopo due anni Lilla è sola perché il suo fidanzato è comunque voluto partire per la patria ma, finita la guerra, il suo Uberto torna con un giovane commilitone che gli ha salvato la vita in battaglia. Tra Gina e il giovane – è Giulio, ma i due non si riconoscono – nasce subito un’attrazione, tuttavia la fanciulla, memore del giuramento fatto, resiste alla passione. Giulio dichiara allora di essere lui il misterioso personaggio che ha sostituito Uberto alla leva, ma non è creduto da Gina perché non ha l’anello, avendolo egli perso mentre era gravemente ferito. Sopraggiunge infine il sergente Flamberge con il gioiello, rivelando che proprio a lui Giulio l’aveva consegnato in punto di morte, ma poi si era salvato. I due innamorati possono dunque sposarsi nel tripudio generale. Nell’originale letterario francese, dal quale Enrico Goliasciani derivò il soggetto per il suo libretto, la protagonista si chiamava Catherine, e probabilmente, nella temperie del verismo italiano di fine ‘800, Cilea e il suo librettista hanno voluto inserire un tono di semplicità campestre alla vicenda in primo piano da cui si avvertono sullo sfondo gli echi della grandezza militare ed imperiale napoleonica. La regia di Bepi Morassi e le scene di Francesco Cocco e Francesca Maniscalchi, allievi della Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia (che ha curato anche le luci) hanno sottolineato con chiarezza e rispetto del testo questa duplicità di livelli con delle proiezioni sul sipario durante l’interessante introduzione strumentale che riprendevano iconografie napoleoniche di pittori francesi coevi e tante bandiere sul palcoscenico nella prima parte, poi al terzo atto grandi bandiere francesi spuntavano anche dai palchi, quasi un omaggio al pubblico francese presente in sala, al momento del ritorno dei soldati dalla guerra che avanzavano dalla platea fino alla passerella istallata sulla sinistra del palco: anche lo spazio scenico intervallato da grandi aste alludeva ad una dimensione nazional-militare. La piacevolezza della musica e dell’invenzione melodica in quest’opera sono innegabili, considerando che nasce come esercizio accademico, e si accompagna a pagine di maggiore complessità come il fugato della ouverture e gli sviluppi modulanti delle scene finali del terz’atto. Questa costatazione schiude l’idea che l’opera potrebbe avere un pieno riconoscimento e un regolare ritorno alle scene iscritto nel clima attuale della riproposta di Cilea come autore del ‘900, se si interviene sulla scena con un lavoro più minuzioso da parte di una regia attenta, per esempio, a far emergere il mondo inconscio dei personaggi e, perché no, il loro immaginario erotico per dare un tono più piccante e speziato ad una pièce che altrimenti ha quasi il tono di saggio teatrale per educande. Interpreti di ottima scuola Arianna Vendittelli nel title-rôle che presenta una vocalità limpida e ben risonante in tutti i registri; belle anche le agilità che sprizzano candore e ingenuità nell’aria Ascolta la canzon degli augelli,ma anche spessore negli accenti accorati del duetto successivo con il tenore Alessandro Scotto di Luzio in Giulio, un artista che ho già apprezzato nel Fritz veneziano dello scorso anno per le sue qualità tecniche, che conferma la sua ottima presenza vocale e scenica; indi il mezzosoprano Valeria Girardello, bellissimo timbro pieno, che definisce il personaggio di Lilla con un carattere diverso da quello di Gina, in analogia con la Dorabella di Così fan tutte, più passionale ed istintiva; a seguire Armando Gabba baritono dal colore ben timbrato, un’ampiezza funzionale allo spazio scenico e al fraseggio e una fluidità di emissione ben esibita nell’aria: Tutto è lieto tumulto nella piazza dove emerge il carattere vocale del personaggio tra il declamato e il cantabile, tra il serioso e il bonario. Non adeguato vocalmente invece il Flamberge di Claudio Levantino che, come buffo era abbastanza efficace dal punto di vista attoriale, nella parte di un miles gloriosus che fa un po’ pensare al Belcore dell’Elisir d’amore, ma dalla voce poco sonora e troppo leggera rispetto agli altri interpreti e al ruolo richiesto. Ben preparati il Coro del Teatro La Fenice dal M° Ulisse Trabacchin e l’Orchestra del Teatro La Fenice con sonorità ben spese, i tempi nitidamente scanditi dal M° Francesco Lanzillotta e le dinamiche giocate sul variare dell’orchestrazione di Cilea dalla leggerezza ironica al lirismo acceso. Osservanti delle indicazioni epocali presenti nel libretto i costumi progettati con semplicità, chiarezza e pertinenza da Paola Cortelazzo. Alla fine applausi e un buon consenso da parte del pubblico per questo ritorno sulla scena lirica della Gina di Cilea.

Andrea Zepponi

Tutte le immagini della galleria fotografica sono di Michele Crosera. Fondazione Teatro La Fenice ©.

GINA

Francesco Cilea

Melodramma idillico in tre atti su libretto di Enrico Golisciani

Tratto dalla commedia Catherine ou La croix d’or di Nicolas Brazier e Mélesville

Venezia – Teatro Malibran

Cast:

Gina Arianna Venditelli

Giulio Alessandro Scotto di Luzio

Uberto Armando Gabba

Lilla Valeria Girardello

Flamberge Claudio Levantino

Direttore: Francesco Lanzillotta

Regia: Bepi Morassi

Scene, Costumi e luci: Accademia di Belle Arti di Venezia

Direzione laboratorio progettazione costumi Paola Cortelazzo

Direzione laboratorio costumi Giovanna Fiorentini

Direzione laboratorio progettazione scene Lorenzo Cutùli

Direzione laboratorio scene Franco Daniele Venturi, Gino Copelli

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

Maestro del Coro Ulisse Trabacchin

Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice