La demonizzazione dell’utopia collettiva ha sancito il trionfo della distopia individuale.

Chiusi in noi stessi, non ci resterebbe altro da fare che arredare il vuoto che siamo. Consumare tutto, persone e cose, senza guardare in faccia a nessuno. L’altro esisterebbe solo come appendice del nostro ego, filtro asettico per accontentare i nostri bisogni. In caso contrario è una protuberanza nociva, l’ignoto che sconcerta le nostre viscere, un cancro che va estirpato.

L’altericidio, l’uccisione dell’alterità, è la peste del nostro tempo.

L’uomo è una potenzialità evolutiva, una destinazione e non un punto di partenza. L’umanità si realizza solo nell’idealizzazione del reale, nel processo di umanizzazione della realtà. Senza lo sguardo idealizzante, l’uomo non ha più direzione e resta al punto di partenza. A realizzarsi è allora la bestia pensante: se la realtà non può essere trasformata, non ha senso prendersene cura.

Lo sguardo della bestia pensante isterilisce la realtà, le toglie la linfa vitale del rinnovamento. Il mondo è morente, una lenta agonia di decomposizione e putrefazione.

La bestia pensante si percepisce come l’unico essere vivente in un mondo decrepito. Il senso dell’esistenza è quindi avere cura solo di se stessi, afferrare e divorare tutto finché ce n’è.

Non più mortali in un mondo vivo ma viventi in un mondo morto.

Un cambio di paradigma temuto da secoli che sembrerebbe essersi sedimentato nella contingenza dei nostri tempi: il paradiso dell’ego come inferno dell’uomo.

L’inganno dello scenario post-moderno profetizzerebbe la fine delle grandi narrazioni ossia d’ogni umano slancio idealizzante e trasformativo della realtà. Tuttavia anche questa è una grande narrazione funzionale alla società dei consumi e veicolata da un sistema d’informazione ferocemente obnubilante.

Il suggerimento velatamente imposto è: sopporta il mondo e consuma.

Se non trascendiamo noi stessi per un’utopia collettiva, rimaniamo imprigionati in una asfissiante distopia individuale. Diventiamo i paradossali architetti della nostra orribile cella d’isolamento.

Sprovvisti di un orizzonte di senso siamo predatori ciechi in un’arena senza via d’uscita.

Invertire la rotta è tornare a illuminarla.

Aprire gli occhi è aprirsi all’altro.

Farsi strada.

Diventarla.

Dario Falconi