«Noi dobbiamo avere una grande superiorità in guidatori..» ebbe a dire sarcasticamente Winston Churchill nella primavera del 1944 commentando la struttura delle truppe britanniche impegnate nella campagna d’Italia. Il “dilemma dei denti e la coda” diventa sempre più pressante per gli eserciti moderni stretti dalla sempre maggiore crescita di strutture logistiche e di comando e la imprescindibile necessità di unità combattenti sul terreno per conseguire risultati nelle “guerre asimmetriche” di oggi.

L’evoluzione dell’organica

Nella concezione più classica l’organica viene considerata a pieno titolo, insieme alla strategia, alla tattica e alla logistica, una delle quattro branche dell’arte militare. Essa è sempre stata concepita come la disciplina avente come oggetto la struttura e l’articolazione di una forza armata. Con l’evoluzione, soprattutto tecnologica, delle organizzazioni militari essa è diventata sempre più complessa nel momento in cui, soprattutto nel caso delle forze terrestri, si è trattato di ripartire e organizzare non solo uomini, ma anche assegnare alle varie unità veicoli, equipaggiamenti, mezzi da combattimento e quantità sempre più diversificate di materiali. L’industrializzazione della guerra ha portato, come naturale conseguenza, alla differenziazione tra unità combattenti e tutta una serie di altri reparti, enti ed organi aventi il compito di supportare le prime dal punto di vista logistico. L’esigenza del dover provvedere al necessario per vivere, muovere e combattere è sempre esistita sin dagli albori della storia militare, ma ha visto aumentare la sua importanza e il suo “peso” in modo drastico ed esponenziale con la meccanizzazione degli eserciti avviata nella prima metà del secolo appena trascorso. È chiaro che ben presto ci si è trovati di fronte ad una dicotomia tra la componente che esprime direttamente un “output” in termini di potenziale di combattimento e quella che fornisce le “materie prime” ma non partecipa direttamente all’ingaggio del nemico. La difficoltà nell’equilibrare nella giusta misura questi due elementi basilari non ha tardato ad emergere:

«Grazie per le vostre informazioni. Quanti dei nostri uomini guidano o si occupano dei 18.000 veicoli che si trovano in quell’angusto spazio?». Si tratta del famoso commento, caustico come era nel suo stile, con il quale Winston Churchill esprimeva il suo disappunto sull’organizzazione delle truppe britanniche impegnate nella testa di ponte di Anzio nel 1944.

L’organica, dal canto suo, non ha potuto fare altro che farsi carico dell’imprescindibile esigenza di espandere e strutturare questa tipologia di forze, denominate secondo la terminologia del passato i “servizi”. Fungendo da necessario supporto alla branca logistica, responsabile in prima persona di tali attività, i provvedimenti organici hanno cercato di individuare il numero ottimale e la giusta tipologia di reparti di supporto necessari, affiancandoli alle formazioni combattenti ai vari livelli.

Ma la complessità della guerra moderna non ha portato solamente a una espansione, spesso incontrollata, dei reparti e delle strutture logistiche. Il dover dirigere e coordinare tipologie di forze sempre più diverse e articolate, in tempi e spazi sempre più dilatati rispetto al passato, ha comportato la crescita in numero e dimensioni di comandi e stati maggiori, praticamente a tutti i livelli ordinativi: in maniera proporzionale dal battaglione al corpo d’armata. Ad oggi, nel momento in cui le nuove dottrine operative hanno assegnato un ruolo sempre più importante alla componente denominata C4I e ISTAR, possiamo affermare che esista una terza branca che negli strumenti militari terrestri si affianca al quella combattente ed a quella di supporto logistico: essa è formata da tutti gli assetti dedicati al comando e controllo e dalla raccolta ed elaborazione delle informazioni.

Una logistica sempre più “pesante”

L’evoluzione tecnologica degli eserciti nella seconda metà del secolo appena trascorso ha portato a un notevole appesantimento, anche nel senso fisico del termine, di praticamente tutte le attività logistiche. Se durante la Seconda Guerra Mondiale nell’esercito statunitense il peso del carro medio standard, lo Sherman, era di poco più di 30 ton. nel 1991 nel Golfo Persico un M1A1 Abrams arrivava a 54 ton. con tutte le conseguenze del caso nel momento in cui un mezzo del genere deve essere trasportato su lunghe distanze. Un altro esempio è costituito dal progressivo ed inesorabile aumento del calibro delle artiglierie, dei cannoni per carri e di tutta una vasta gamma di armi pesanti. Il carro Sherman citato in precedenza era armato con un pezzo da 75 mm, mentre il suo corrispettivo Abrams è dotato di cannone da 120 mm, con un notevole aumento di peso dei proietti con cui esso deve essere rifornito. Tutto ciò ha inevitabilmente aumentato le necessità in termini di alimentazione logistica degli eserciti moderni rispetto a quelli del passato. Tale aumento si è sviluppato in maniera esponenziale: negli anni ’50 un’Armata di 400.000 uomini con 100.000 veicoli di tutti i tipi, dalle jeep ai mezzi corazzati, necessitava di 8000 tonnellate di rifornimenti al giorno. Nel 1991 il VII corpo d’Armata statunitense, di un livello organico quindi inferiore all’Armata del dato precedente, in caso di contatto col nemico necessitava di 2500 tonnellate di sole munizioni al giorno, mentre ciascuna delle sue divisioni meccanizzate e corazzate consumava giornalmente 3,5 milioni di litri di carburante.

Ma la logistica deve occuparsi non solo del necessario flusso dei rifornimenti ma anche della manutenzione di un numero elevatissimo di mezzi ed equipaggiamenti. L’evoluzione della tecnologia e dell’arte della guerra ha portato gli eserciti a possedere un numero sempre più elevato di veicoli di ogni tipo e di sistemi d’arma sempre più sofisticati e complessi: questo è stato il prezzo da dover pagare per vederne aumentata notevolmente la letalità. Ciò ha portato all’esigenza di dover creare strutture dedicate al mantenimento in efficienza di una serie incredibilmente vasta di dotazioni tecnicamente complesse: reparti, officine, depositi di pezzi di ricambio, comandi destinati alla gestione e coordinamento e infine istituti di formazione aventi il compito di addestrare il personale tecnico.

A questi principali fattori se ne vanno ad aggiungere altri che hanno influito in modo comunque significativo: il progresso sociale, specie nei paesi occidentali, ha portato a un innalzamento degli standard di vita del personale, anche quello combattente di prima linea, che dal punto di vista logistico si traduce in maggiori oneri nei rifornimenti di viveri, nella predisposizione di alloggiamenti e altre attività di supporto. Inoltre, la accresciuta sensibilità delle opinioni pubbliche riguardo alle perdite ha comportato il dover aumentare le capacità della componente di supporto sanitario, con la creazione di una sempre più complessa organizzazione destinata al trattamento dei feriti, a partire dal loro sgombero sul luogo di combattimento fino alla convalescenza negli ospedali militari dislocati in patria.

È facile dunque dimostrare come il fardello della logistica sia diventato sempre più pesante sulle spalle di una moderna forza terrestre, secondo una tendenza che è divenuta inarrestabile e difficilmente controllabile. Il tutto è spesso aggravato da una logica perversa secondo la quale alla creazione di unità logistiche per il supporto di un determinato settore corrisponde il sorgere della necessità di supportarli a loro volta con un aumento delle esigenze complessive: in questo modo in determinati casi la logistica finisce per dover crescere al fine di sostenere se stessa.

Il “peso” del comando

Un parte sempre più rilevante degli organici di un moderno esercito è occupato dalle strutture e dagli organi destinati al comando e controllo. Le moderne operazioni terrestri si sviluppano in spazi molto vasti e con una rapidità e complessità crescenti. Tornando all’esempio precedente, se un MBT Abrams di oggi può impiegare un cannone da 120 mm rispetto a quello da 75 mm dello Sherman degli anni ’40, ciò significa che potrà ingaggiare i suoi bersagli a distanze molto maggiori, la sua tecnologia lo rende molto più letale e con capacità di combattere anche di notte o in condizioni di scarsa visibilità. La tipologia di forze da manovrare ha raggiunto una varietà mai vista nel passato e ogni componente deve essere gestita secondo le sue peculiarità e caratteristiche. La dottrina NATO assegna a questa fondamentale componente il rango di funzione operativa e nella condotta delle operazioni definisce la cosiddetta “Command & Control Warfare” identificata da tutta quella serie di azioni e procedure volte alla salvaguardia delle proprie capacità in questo cruciale settore cercando nel contempo di colpire e degradare quelle dell’avversario. I moderni sistemi di comando e controllo, definiti come tali sia dal punto di vista organizzativo che tecnico, sono inoltre destinati al controllo ed al coordinamento di un’altra funzione assolutamente vitale quale quella dell’Intelligence ai livelli operativo e tattico. Nell’era delle “operazioni netcentriche” la lotta per conseguire il dominio delle informazioni ha aggiunto una nuova dimensione a quelle tradizionalmente legate all’ambiente fisico terrestre, marittimo ed aereo. Si è assistito negli ultimi anni alla nascita ed alla rapida crescita delle strutture e dei mezzi che vanno a comporre i cosiddetti assetti ISTAR (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition, Reconnaissance). Ad essi va ad aggiungersi la componente EW (Electronic Warfare) legata in modo inscindibile alle attività di Intelligence.

Esattamente come nel caso della logistica, i posti comando ed i quartier generali di ogni livello sono stati interessati da una espansione delle risorse necessarie per metterli in grado di operare, sia in termini di personale che di mezzi. La tecnologia, con l’adozione generalizzata di sistemi CIS (Command and Information Sistems) informatizzati non ha alleviato il problema ma addirittura lo ha aggravato. Infatti la presenza di una grande quantità di computer ed altri sistemi elettronici nell’ambito di un posto comando presuppone la presenza del personale tecnico necessario alla loro gestione e manutenzione, personale che va ad aggiungersi a quello normalmente facente parte dello staff. L’esempio più emblematico di questa vera e propria corsa al gigantismo della componente comando e controllo è rappresentato dai comandi multinazionali di vario tipo e livello messi a capo di Grandi Unità quasi sempre denominate a “spiegamento rapido”: in molti casi essi assorbono qualche migliaio di uomini e un ingente quantitativo di mezzi e materiali. Tutto sfocia in una contraddizione in termini: un posto comando siffatto è tutto fuorché rapidamente proiettabile e meno che mai mobile. A quelli esistenti se ne vanno ad aggiungere sempre altri, creati nel corso del tempo e spesso sulla base di considerazioni politiche e di prestigio. Quasi sempre le forze che dovrebbero condurre non sono stabilmente assegnate essendo sempre più scarse: si tratta quindi di comandi che gli osservatori più critici definiscono “scatole vuote”.

Fabio Riggi

La seconda parte dell’analisi di Fabio Riggi sarà online sabato 21 gennaio 2017.

L’immagine di copertina ha il solo scopo di evocare visivamente la complessa tecnologia militare illustrata dall’autore.

Per l’immagine di copertina si ringrazia il sito www.army-technology.com.