Alcuni anni fa, durante il mio primo viaggio verso i Paesi Bassi, ricordo ancora un certo stupore quando, leggendo l’introduzione della guida turistica Lonely Planet che avevo tra le mani, incappai in un infelice battuta di Bob Monkhouse, vecchia gloria della comicità inglese, che descriveva in maniera lapidaria il paese che da lì a poco sarebbe diventata la mia seconda casa: “Una volta sono stato in Belgio. Ma l’ho trovato chiuso”. A essere onesti, neppure proseguendo nella lettura, trovavo quel conforto che uno si aspetta quando si è in procinto a cambiare vita: “Eterno incompreso, popolato da burocrati, perso nelle nebbie del nord, il Belgio è stato quasi sempre avvolto da un’aura un po’ triste”. Come dire, ci sono paesi migliori. Abbastanza laconica poi la conclusione: “Chi lo conosce, però, ne parla oggi come di un paese pieno di fascino”. Scoraggiato, già a metà volo, avevo capito che era inutile proseguire troppo nella lettura e così, trascurando i testi, mi soffermavo sulle immagini. Almeno queste, sembravano infatti dare un po’ di giustizia al piccolo paese al centro d’Europa: la bellezza di Gand e Bruges, una vita culturale interessante e una buona gastronomia, per lo meno per gli amanti del cioccolato e della birra. Ma la cosa che era destinata a rimanermi impressa all’atterraggio a Charleroi, non era però stata in alcun modo accennata dal sacro testo del turismo. Né poteva essere altrimenti. Non si trattava, infatti, di un particolare stile architettonico o di un diverso percorso culinario ma dell’elevatissimo numero di persone con chiara origine non europea presenti nello spazio aeroportuale. La cosa, sebbene fossi un appassionato viaggiatore, mi risultava comunque sorprendente. Del resto stavo andando a lavorare e vivere nella capitale d’Europa, non in quella di qualche stato del Medio Oriente.

Informandomi meglio, le mie perplessità trovavano subito conferma: sebbene fosse ancora una minoranza sul territorio nazionale, la comunità mussulmana rappresentava circa un quarto della popolazione residente a Bruxelles, fenomeno in continua crescita. Intere zone della cintura della capitale erano abitate in larga parte da sunniti che qui avevano portato i loro usi e costumi: dal rito del venerdì di preghiera alle donne velate, dai negozi con le insegne in arabo alla generale atmosfera da suq mediorientale che si respirava tra le arterie cittadine. Il tutto grazie a una politica d’immigrazione che, sfruttando le leggi della riunificazione familiare, aveva decuplicato i “migranti” venuti principalmente da Marocco e Turchia con un permesso di lavoro a inizio degli anni sessanta. Questi, diventati cittadini belgi in nome dell’integrazione permissiva bollata da alcuni partiti fiamminghi come frutto di un sistema islamo-socialista e sostituitisi oramai agli immigrati italiani e greci giunti quassù per lavorare nelle miniere, costituiscono oggi la maggioranza della popolazione straniera presente sul territorio. Basti pensare che il nome del Profeta dell’Islam, Mohamed, si è affermato, dal 2007, come nome più scelto per i bambini, superando il nome qui maggiormente diffuso fino ad allora, Adam. Con queste premesse, considerando inoltre che gli stranieri provenienti dal mondo arabo, se pur seguiti da una politica sociale attenta, hanno problemi a integrarsi nel tessuto sociale, non è stato sorprendente “scoprire” il Belgio come crocevia dell’islam fondamentalista dopo i recenti attentati di Parigi. Nei mesi passati ho letto diverse analisi sull’accaduto. Di certo è che qui ci troviamo di fronte a una Quinta Colonna di integralisti, fatta di immigrati di seconda e terza generazione che rifiutano tout court i valori occidentali. Questi, cittadini belgi a tutti gli effetti, hanno iniziato il loro processo di radicalizzazione sfruttando la rete internet o le organizzazioni jihadiste, inizialmente autorizzate dalle stesse autorità locali. Indicativo il caso dell’organizzazione Sharia4Belgium il cui leader, Fouad Belkacem, ha più volte focalizzato l’attenzione dei media sulla necessità di rimpiazzare le leggi del Belgio con la sharia, incluse le amputazioni, le lapidazioni e le condanne a morte per gli omosessuali; senza dimenticare di prodigarsi in raccomandazioni verso i belgi non mussulmani “Se vogliono fermarci e ricacciarci indietro, potrebbero iniziare ad avere quattro mogli e avere un sacco di bambini. Se fanno una cosa del genere, forse avrebbero una possibilità. Ma non credo che accadrà”. Queste parole sembrano uscite da una commedia dell’assurdo di provincia ma purtroppo rappresentano una quotidianità concreta… e inascoltata: Fouad Belkacem è stato condannato a dodici anni di prigione solo l’anno scorso dopo che per lunghi anni la sua organizzazione, una delle più importanti d’Europa per reclutamento jihadista, è stata considerata un’organizzazione umanitaria(!).

Questo fa capire con una certa chiarezza come il problema islamico sia stato sottovalutato per lunghi anni, proprio nel cuore dell’Europa, cosa questa che ha creato un vero e proprio cancro di ignoranza e fondamentalismo, difficili da debellare. Ancora di più se continueremo a utilizzare il metro del buonismo multiculturale e del politicamente corretto, strumenti dell’Europa dei tecnocrati ma anche di molti politici che, se non rivisti con una buona dose di realismo, ci condanneranno presto a un duro scontro di culture, a casa nostra.

Matteo Mineo

(da Rivista IDEA del 21 Gennaio 2016)