Dopo il servizio televisivo delle Iene[1] , gli articoli di giornale con titoli sensazionali, i messaggi WhatsApp sui gruppi genitori, sono davvero in molti in queste ultime settimane ad interrogarsi sul fenomeno.

Ho cercato di approfondire l’argomento ma ho incontrato una grande difficoltà nel trovare notizie certe e fonti attendibili. Ho letto molte informazioni ridondanti e poco documentate, tantissimi messaggi che generano paura, allarmismo e confusione.

Ho parlato con genitori preoccupati e con adolescenti più o meno incuriositi, ragazzi documentati e altri spaventati. Alcuni istituti scolastici hanno inviato circolari informative alle famiglie, altri hanno organizzato discussioni in classe e altri ancora ne hanno fatto spunto per conferenze e convegni.

In ogni caso, è cosa certa che adulti, adolescenti, ragazzi hanno tutti sentito parlare del Blue Whale.

Chiariamo dunque a cosa ci riferiamo parlando di Blu Whale?

Il “gioco” nasce in Russia, VKontakte, (una sorta di Facebook molto popolare nei Paesi dell’Est) e il ben più famoso Instagram, hanno veicolato tale pratica con l’uso di hashtag in lingua russa che riportano i riferimenti Blue whale, Mare di balene, Svegliami alle 4:20, F57 e F58. Più che di un gioco il Blu Whale si identifica in un assurdo rituale che porta i partecipanti attraverso il superamento di 50 prove al momento finale che consiste nel suicidarsi buttandosi da un palazzo. Il nome Blue Whale ovvero balena blu deriva dall’abitudine del cetaceo a causa della perdita dell’orientamento, di spiaggiarsi, concludendo i suoi giorni prematuramente. Non è chiaro il meccanismo con cui si inizi a giocare, alcuni parlano di iscrizione volontaria attraverso un messaggio a siti in codice altri parlano di vero e proprio “adescamento“ in rete da parte dei cosiddetti master o curatori che inviano messaggi ed istruzioni online. Una volta iniziato il gioco il soggetto non è più in grado di abbandonarlo in quanto viene ricattato ed in quanto completamente manipolato ed incapace di reagire.

I suicidi collegati sembrano tanti, anche se non si capisce quanti e quali, l’articolo[2] più dettagliato trovato in rete instilla in realtà il dubbio di una bufala e parla di “una vicenda che si autoalimenta basandosi sulla suggestione“. L’argomento è davvero delicato e anche l’Ordine degli psicologi d’Abruzzo ha preso posizione, dichiarando la possibilità che le notizie non fossero attendibili e parla di “Creepy pasta”, la polizia postale d‘altro canto sul proprio sito[3] fornisce consigli a genitori e ragazzi su come affrontare il rischio.

Davvero tanta confusione, poche certezze e molteplici riflessioni.

Dobbiamo prendere consapevolezza che la rete è potente e una notizia, seppur priva di fondamento, se ben posizionata può avere risonanza e creare una realtà alternativa. Non dobbiamo dunque commettere l’errore di scambiare un contatto facebook con un amico, un post con una ricerca scientifica ed un testo scritto con una verità assoluta.

Grande responsabilità ce l’hanno anche i mezzi di informazione che, non sempre, si attengono a specifiche linee guida quando si parla di suicidio. Nel 2008 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato il Preventing suicide: a resource for media professional[4], nel quale ribadisce l’importanza di un “giornalismo responsabile” e fornisce esattamente un codice etico a cui attenersi. L’informazione non deve essere motivo di istigazione (es: non fornire particolari , non esagerare la notizia, non far vedere video) e deve evitare allarmismi infondati, terrorismo psicologico, panico e l’emulazione, il cosiddetto Effetto Werther[5]. Ma sinceramente non sembra che tutto questo venga rispettato. .

Ma allora come ci dobbiamo comportare con i nostri ragazzi ?  

Il periodo più critico è quello adolescenziale, ma possono essere diversi i momenti della vita in cui si puo’ essere vulnerabili . Accadono circostanze in cui una serie di fattori concomitanti fanno essere più fragili, più sensibili, più facilmente predisposti a credere in qualcosa o qualcuno che in quel particolare momento ci presta attenzione e fa leva sulle nostre debolezze.

Dunque una fase di transizione, di cambiamento, la noia, un momento di solitudine, di crisi esistenziale possono generare una condizione di maggiore fragilità e di esposizione più probabile a contesti di rischio e di dipendenze (droga, alcol, gioco, delinquenza, autolesionismo).

Come possiamo crescere persone capaci di reagire , di non cadere in queste trappole e di trovare una sana via d’uscita?

La balena blu può diventare amica dei nostri ragazzi, ma la balena blu puo’ essere metafora di mille e mille mali ed insidie che si nascondono nei meandri della vita.

Non possiamo proteggere sempre i nostri figli ma possiamo aiutarli sin da piccoli a costruire e potenziare i fattori protettivi (di natura individuale , familiare ed ambientale[6]) che li faranno diventare “resilienti“ e capaci di affrontare le difficoltà della crescita e della vita.

Come psicologa mi sento fortemente chiamata in causa da questa problematica e vorrei suggerire alcune indicazioni generali ma utili per affrontare in maniera positiva la crescita dei figli e scrollarsi di dosso quel senso di colpa e di inadeguatezza che spesso accompagna il ruolo genitoriale.

  • Controlliamo le informazioni a cui sono esposti i ragazzi, quello che guardano in TV, i cartoni animati, i videogiochi, internet ma anche le riviste, i libri e i giornali. Modelli, notizie e proposte, in qualche modo ci colpiscono e ci condizionano. Conoscere da cosa sono attratti e cosa amano ci rende consapevoli del mondo che vivono e ci fornisce un vantaggio. Si impara anche guardando e purtroppo le nuove generazioni sono troppo abituate a riavvolgere un film e tornare indietro, a fermare un videogioco e prendere una pausa, a pensare che la morte sia una finzione e a confondere gioco e realtà. Abituiamoci a confrontarci con i giovani, ad approfondire e a parlare di tutto, non mettiamo un veto agli argomenti e alle loro richieste in quanto rischieremmo solo di aumentare la loro curiosità .
  • Chiediamogli soprattutto come stanno, come sono stati a scuola, cosa hanno provato e non cosa hanno fatto. Ragioniamo sulle emozioni e gli stati d’animo per avere un termometro emozionale che ci aiuti a comprendere se c’è qualcosa che non va. Giochiamo “al punto più alto ed al più basso” della giornata e non “incalziamoli” di domande, se passiamo del tempo con loro, saranno loro stessi a raccontare .
  • Lavoriamo sullo sviluppo di una coscienza critica, della capacità di ragionare, verificare le fonti, ed avere un proprio punto di vista, supportiamoli nella capacità di esprimere una propria opinione e a non prendere ogni cosa sentita come verità inconfutabile. Chiediamogli “Tu cosa ne pensi? Tu cosa avresti fatto?” Coinvolgiamoli nelle discussioni. Aiutiamoli a diffidare di chi li spinge a scelte estreme o crede di avere la certezza su ogni cosa o addirittura chiede “il segreto e di non parlare con nessuno”. Mettiamoli in guardia su alcune modalità di relazioni poco trasparenti, insegniamogli ad attivare dei campanelli d’allarme.
  • Diciamo “GRAZIE”, sempre, a chiunque ci segnali un comportamento inadeguato di nostro figlio, dall’amico al conoscente, dal compagno all’insegnante; troppo spesso non prendiamo in considerazione quanto ci viene riferito. Una volta la società, i vicini, gli adulti in genere vigilavano e crescevano i giovani riprendendo anche pubblicamente chi si comportava male e riferendo alla famiglia marachelle e comportamenti disfunzionali. Oggi gli adulti si fanno i fatti propri, nessuno si espone e si permette di interferire nell’educazione dei figli altrui, e spesso anche chi, dovrebbe farlo per ruolo, lascia perdere di fronte all’immagine idealizzata e blindata che molti genitori hanno dei propri figli.
  • Ascoltiamo nostro figlio, quando ci parla di sé, magari spaventato o intimorito. I ragazzi devono sapere che qualsiasi cosa raccontano siamo pronti ad accoglierla, abbracciamoli, facciamogli sentire che possono contare su di noi. Ascoltiamoli, senza alzare la voce, arrabbiarci o dire “te l’avevo detto”. Tutto si risolve, sia il problema che l’errore, e soprattutto le difficoltà vanno affrontate insieme e con calma. I figli non devono avere paura di parlaci e di confidarsi.
  • Creiamo una rete, un tessuto sociale di contenimento, individuiamo un adulto di riferimento che possa essere uno zio, un amico, un allenatore o un insegnante e alimentiamo questi rapporti senza gelosia. Dobbiamo avere la sicurezza che i nostri figli in momenti difficili e di disperazione abbiamo un luogo, una persona, a cui rivolgersi con naturalezza e facilità. Come adulti possiamo e dobbiamo generare contesti di prevenzione, relazioni e “tempi” che abbiano una funzione protettiva.

Quando si è in difficoltà non si è in grado di farcela da soli; e la rete di amici (reali e non virtuali), la famiglia, la comunità, la scuola, l’oratorio, la squadra a cosa servono se non a darci una mano. Questi gruppi se funzionano promuovono contesti sani, in cui si può sbagliare, confrontarsi, cadere e rialzarsi.

  • Troviamoci pronti al distacco e alla ribellione dei figli. “L’adolescenza si caratterizza per una spinta verso l’indipendenza”, “crescere è un atto di separazione nei confronti del’adulto”[7]e dunque è abbastanza normale che gli adolescenti prendano le distanze dalla famiglia. Non bisogna aver paura di questa fase, lo sviluppo del pensiero riflessivo nell’adolescente “permette la formulazione di ipotesi su se stesso (Chi sono? Cosa voglio fare?) e su se stesso rispetto agli altri (Come mi vedono? Piaccio?)e nell’affrontare queste questioni , i genitori fino a qualche mese prima punti di riferimento, diventano quelli più messi in discussione”[8].

Infine non lasciamoli soli e non lasciamoci soli , non sottovalutiamo segnali, seppur deboli, di disagio, di sofferenza, di solitudine. Un dubbio, un’incertezza un sospetto sono sufficienti per chiedere un supporto o il parere di un professionista (un medico, uno psicologo ,uno psicoterapeuta). Se ci sentiamo disorientati ed in difficoltà chiediamo aiuto, informiamoci, partecipiamo a gruppi sulla genitorialità e mettiamoci se necessario in discussione .

Chiudo con una breve storiella, che un sorriso ce lo strappa, ci riporta ad un’immagine fiabesca della Balena e ci dona la speranza che ,“TUTTI insieme ce la possiamo fare!”.

C’era una volta una Balena ed era molto simpatica, raccontava barzellette e tutti ridevano.

Giorno dopo giorno, ma un giorno caldo era così assetata che ha bevuto tutta l’acqua del mondo e tutti gli animali erano senza acqua e avevano sete,

dopo ebbero un’idea presero 3 palloncini li attaccarono alla Balena e volo’ in aria,

dopo tagliarono i palloncini e la balena urlo’ “cadoooooo” …tutta l’acqua ritorno’ nei fiumi e nei laghi e tutti vissero felici e contenti ! “ ( Fabriziomaria, 7 anni)

Silvia Mattioli

NOTE.

[1] www.iene.mediaset.it –puntata del 14 maggio.

[2] Fantoni Lorenzo, Blue Whale, tutto quello che c’è da sapere sul gioco del suicidio, in CorrierdellaSera.it, 17 maggio 2017.

[3] https://www.commissariatodips.it/blue-whale.html.

[4] www.who.int/mental_health/prevention/suicide/resource_media.pdf.

[5] Andrea Falchi, Effetto Werther. L’asimmetria del suicidio, Carmignani Editrice, 2014.

[6] Psicoterapia cognitiva dell’infanzia e dell’adolescenza, a cura di L. Isola e F. Mancini, F. Angeli 2007 2°edizione, Milano.

[7] B. G. Bara, M. Mattei, Homo sapiens, adolescente civilizzato in Psicoterapia cognitiva dell’età evolutiva, a cura di F. Lambruschi, Bollati Boringhieri, Torino 2004.

[8] B. G. Bara, M. Mattei, Homo sapiens, adolescente civilizzato in Psicoterapia cognitiva dell’età evolutiva, a cura di F. Lambruschi, Bollati Boringhieri, Torino 2004.