Un paio di anni fa, avevo già intervistato il professore Enzo Ciconte come uno dei maggiori esperti della criminalità organizzata. È un onore averlo potuto intervistare una seconda volta per il suo libro Borbonici, Patrioti e Criminali. L’altra storia del Risorgimento, edito da Salerno Editrice per la collana Aculei diretta da Alessandro Barbero. Per alcuni punti, ho trovato il libro molto attuale e vicino alla situazione che stiamo vivendo. Continuavo a leggere e a guardare il titolo sulla copertina e alla fine della lettura, posso dire che l’autore scrive del passato ma anche dell’oggi. Nessuno può rimproverare all’autore di fare una trasposizione tra passato e futuro. Fu il filosofo napoletano Giambattista Vico ad elaborare nel XVIII° secolo la “teoria dei corsi e ricorsi storici”. Oggi assistiamo a situazioni, tumulti, reazioni in tutte le parti del mondo, da parte di popoli che si ribellano al continuo “tirare troppo la corda” in determinati periodi. Ciconte nel suo libro fa un excursus tra borbonici, patrioti e criminali accomunati dall’uso della violenza che amministravano in maniera diversa ma servendosi di homini novi violenti al soldo della borghesia e paragonabili ai bravi di Don Rodrigo. Il libro è articolato in tre sezioni. In principio erano i Borbone, Arriva Garibaldi e Al tempo dei Savoia. Un cammino articolato nella storia che spesso ritorna…

ciconte 1Prima e dopo l’Unità d’Italia, si consolidarono i rapporti con i cosiddetti homines novi. Chi erano?

Uomini che venivano fuori da una contingenza molto particolare che nel giro di poco tempo con l’uso della violenza diventarono mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti.

Lo stesso Benedetto Croce definiva questi rapporti “Niente di più naturale”. Perché?

Pensava all’uso che i Borboni avevano fatto dei briganti per ottenere il Regno. Nel 1799 dopo la Repubblica Partenopea, dopo l’avventura di Fabrizio Ruffo di Calabria che riuscì a riconquistare il Regno muovendo le masse sanfediste e successivamente anche i briganti. Pensava che anche il movimento liberale potesse utilizzare le forze della violenza, a partire dai briganti, come un fatto naturale.

Il progredire delle mafie si è avuto non solo dalle responsabilità delle élite meridionali ma anche da uomini del Nord per i quali il Mezzogiorno era solo un luogo criminale da affrontare in modo repressivo.

È successo che gli uomini che sono venuti dal Nord nel Mezzogiorno, pensavano che i Meridionali fossero barbari, selvaggi, considerandoli tutti allo stesso modo. Chi agisce con le armi, non guarda il rispetto per le persone ma soprattutto gli uomini del Nord hanno utilizzato i mafiosi per combattere altri mafiosi quindi nella formazione delle mafie italiane meridionali non c’è solo la responsabilità delle classi dirigenti locali ma anche di quelle nazionali. I mafiosi che operavano al Sud votavano per deputati che sostenevano le maggioranze nazionali, sia quando il Parlamento era a Torino, sia quando era a Firenze e sia quando si sposta definitivamente a Roma nel 1871 dopo la Breccia di Porta Pia. Se vogliamo vedere cosa è successo al nostro Paese dobbiamo guardare alla realtà nazionale e non solo meridionale.

Violenti al soldo della borghesia che paragoni ai “bravi” di Don Rodrigo…

Il meccanismo era quello, prima erano bravi e poi li hanno chiamati in diversi modi: criminali, picciotti, camorristi e poi mafiosi. La sostanza non cambia, erano uomini nati per difendere prima i baroni, poi i padroni che sono diventati ricchi attraverso l’usura e l’usurpazione dei demani pubblici.

Chi erano i “Testa di lana”, comandati da una donna, Teresa?

Era una piccola banda che ha avuto un successo effimero, finì subito dopo l’arresto di questa donna “sui cinquant’anni” vestita da uomo e detta Testa di lana perché aveva i capelli bianchi e folti.

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Ritratto dello studioso Enzo Ciconte.

Cosa accomunava Borbonici e Patrioti?

Niente se non l’uso della violenza che i Borboni usavano per difendere il Regno, i patrioti per acquisire il Regno e mandare via i Borboni.

La camorra è la più antica organizzazione criminale, a che epoca risale?

La camorra è presente negli scritti, nei proclami, nelle grida dei viceré spagnoli, tra il ‘600 ed il ‘700. Nelle carceri c’era un’organizzazione che veniva chiamata la camorra che riusciva a controllare il mondo carcerario. È stata la capostipite delle mafie, tutte le altre si sono ispirate al modello della camorra che all’epoca era l’unico modello da seguire.

Briganti nel 1848 e patrioti ed eroi nel 1860, cosa è cambiato?

Era cambiato il regime, si era passati dai Borboni al regime liberale.

Al tempo dei Savoia l’autorità di polizia agiva senza alcun vincolo e venivano valicati spesso i limiti della legge. Perché?

Quando sono arrivati i nuovi governanti, non conoscevano il Mezzogiorno. Persino Cavour che era il Capo del Governo non era andato oltre Firenze. Non conoscevano non solo il territorio ma neanche la cultura, gli usi, i costumi. Erano perfino linguaggi diversi, all’epoca non c’era ancora l’italiano a livello nazionale, ognuno parlava il proprio dialetto ed era difficile la comprensione.

Elisabetta Ruffolo