Il 22 marzo, qui a Bruxelles, verrà ricordato per lungo tempo. O per lo meno fino al prossimo attentato. Quanto successo non è infatti un evento isolato. E’ uno dei tanti tasselli che vanno componendo il mosaico del terrore di matrice  jihadista  nel continente europeo. Sebbene oramai da mesi l’idea di  un attentato fosse nell’aria e fosse ritenuto come inevitabile, l’attacco all’aeroporto e alle fermate della metropolitana hanno lasciato un profondo senso di smarrimento in chi vive nella capitale europea e nelle zone limitrofe. Molti di noi, che facciamo parte della comunità internazionale, avevamo familiari o conoscenti in giro la mattina del 22, o eravamo in giro per la capitale noi stessi. Qualcuno di noi andava al lavoro, qualcun altro tornava a casa per lo spring break, definizione laica della pausa pasquale. I figli di alcuni colleghi e amici si recavano all’Università. La notizia delle esplosioni ha così colpito un po’ tutti.

Immediato il giro di telefonate per vedere che in famiglia tutti stessero bene. Poi i messaggi a colleghi ed amici. Quindi rassicurare sui “social” chi ci conosce e chiedeva notizie: non siamo stati coinvolti. Infine, lasciata alle spalle la paura di aver perso qualcuno di caro, lo strano senso di impotenza che provavo per le strade di Kabul torna a farsi vivo. Solo che stavolta sei a casa tua. Là, c’eri stato, proprio per evitare che “loro” venissero un giorno a casa tua; ma sono qui,  tra di noi. Noi, che giorno dopo giorno iniziamo a comprendere la vita degli Israeliani, fino a qualche tempo fa così lontani. Noi, che iniziamo a convivere con la logica del terrore e ad esserne indifferenti. Prima a Kabul, ora a Bruxelles.

Non vorrei però oggi perdermi in analisi geopolitiche sulle cause e gli effetti di quanto successo,  a questo hanno già pensato i nostri politici ed esperti durante i talk show o le interviste in prima serata. Gli Aruspici hanno proferito sentenza. Quindi, una volta tanto, vi risparmierò il mio punto di vista, se pur da un luogo privilegiato per un intervento su quanto accaduto. Vorrei, infatti, evitare di fare il gioco di chi, in occasione di questa tragedia, non ha perso l’occasione per dimostrare la propria inadeguatezza.

Inadeguata si è dimostrata una politica di razza quale dovrebbe essere Federica Mogherini, che scoppia a piangere in conferenza stampa. Non dico di usare le parole usate da Vladimir Putin, ma come si fa a essere l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza e scoppiare a piangere di fronte ai giornalisti di tutto il mondo? Quale il messaggio di deterrenza inviato? Siamo sicuri che le lacrime siano il metodo corretto per combattere il radicalismo islamista?

Inadeguato è stato Matteo Salvini. Non come politico. Giudicarne l’operato è un compito che non mi compete. Come comunicatore. La foto con la metropolitana alle spalle mi ha subito ricordato i selfie all’Isola del Giglio con la Costa Concordia sullo sfondo. Come possono essere interpretate immagini del genere senza cadere nell’accusa di sciacallaggio? Non si poteva utilizzare una location diversa? Siamo sicuri che la strumentalizzazione sia il metodo corretto per combattere il radicalismo islamista?

Infine, Inadeguati si sono dimostrati i Media con la foto del bambino al campo profughi con il cartello “Sorry for Brussels”. Ora, è mai possibile che dopo poche ore le agenzie di stampa inviino una foto chiaramente costruita e che questa venga ripresa dai principali quotidiani nazionali come “genuina”? E’ etico speculare sui disperati (per lo meno i più) che scappano da una guerra per pure esigenze di bottega? Siamo sicuri che il buonismo a senso unico e il politicamente corretto siano il metodo giusto per combattere il radicalismo islamista?

Gli attentati di Parigi e Bruxelles hanno aperto un nuovo capitolo della storia d’Europa, un capitolo che durerà molte pagine se non ci decideremo a cambiare quanto prima i metodi e gli strumenti con cui in maniera imbecille continuiamo ad affrontare le sfide del radicalismo islamista.

Matteo Mineo