Lo spettacolo Charlie Chaplin, a man’s story ha avuto grande successo ovunque sia stato rappresentato e il 9 luglio tornerà al Teatro Marconi in occasione del Marconi Teatro Festival, il luogo dal quale nel 2016 era iniziata la sua avventura, in occasione del quarantesimo anniversario della morte di Charlie Chaplin. Freschi dell’assegnazione del premio L’Italia dei Visionari. Scelti tra 320 partecipanti. Il Premio consiste nella distribuzione dello spettacolo nel Nord Italia. Ripartono da Como ad ottobre, cui seguiranno altre tappe.

Lo spettacolo descrive Chaplin uomo. Avaro di sentimenti, soprattutto nei riguardi dei figli che aveva avuto in tarda età. Molto lontano dall’icona del cinema mondiale che tutti conosciamo e come spesso ricorda la figlia Jane, un padre inesistente.

Per TheMartian.eu abbiamo intervistato Luca Pizzurro.

chaplin locandinaQuali sono le tecniche registiche innovative usate?

Lo spettacolo ha come impatto iniziale un bianco e nero che è abbastanza raro in teatro. Com’è mia consuetudine ho usato la tecnica della verità, ossia raccontare le emozioni, attraverso un espediente che sia legato alla vita e non al teatro, inteso come toni e cose artificiose o artificiali. Più vicino al cinema che al teatro inteso in maniera antica.

Si indaga nella vita dell’uomo, soprattutto nei dieci giorni che precedono la morte. Cosa si scopre?

II personaggio che tutti noi conosciamo e che abbiamo amato nei film, un uomo mansueto e buono com’era nella sua infanzia ma successivamente ha regalato alla sua famiglia, l’avarizia nei sentimenti, piuttosto chiuso e freddo soprattutto nei confronti dei figli. Figli che ha avuto in età piuttosto avanzata e che quindi ha vissuto più da nonno che da padre con pochissime energie e molto blandamente. Tutelato, coperto e protetto forse in maniera eccessiva da Oona O’ Neill (quarta moglie di Chaplin) che ha fatto di tutto per tenere lontani i figli dal padre. Raccontiamo appunto la disperazione della figlia Jane nell’avere un padre che è icona del cinema mondiale ma inesistente come padre.

Come nasce il progetto sulla storia di Charlie Chaplin come uomo?

Nasce da un filone che sto portando avanti da quattro anni. Dopo Edith Piaf, adesso mi sto accingendo a preparare Coco Chanel, perché in fondo quello che m’interessa è capire cosa c’è dietro il genio. Queste opere che ho fatto fino ad ora, per sbocciare in queste figure straordinarie, com’è successo sino ad ora, c’è sempre un humus ed un’infanzia molto dolorosa, tanti sacrifici e tanti tormenti che poi ha portato a delle potenzialità enormi che questi personaggi hanno raccontato nella storia.

Hai lavorato con i Grandi Maestri del Teatro. Chi ricordi di più e perché?

Le esperienze sono state tante e sicuramente da un punto di vista umano ed artistico, Arnaldo Foà è stato il mio Maestro per eccellenza. Non posso trascurare Giancarlo Sepe, un grande regista dal quale ho appreso molto ed al quale mi rifaccio quando lavoro in palcoscenico. Sofia Loren, sono tutti personaggi che mi hanno lasciato qualcosa ed a cui devo anche parte del successo che sto ottenendo in questi anni.

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Ritratto di Luca Pizzurro.

Tra i vari metodi usati, quale senti più tuo?

Barba e Grotowski sono stati la mia formazione iniziale. Ho incontrato entrambi quando studiavo al DAMS e mi sono molto appassionato a queste idee del teatro povero, fatto con pochissimi mezzi ma dove il corpo e l’anima dell’attore, sono elementi centrali. Con Dario Fo ho avuto modo di lavorare al Festival di Spoleto nel ‘99 ed ho conosciuto un grande Maestro ed anche molto generoso, oltre al grande artista che tutti conoscono. Con alle spalle una grande donna, come Franca Rame che è stata veramente colei che ha costruito in tutto e per tutto, il grande successo di Dario Fo.

Cosa porti di tuo nella scena?

Solitamente c’è molto di me, anche in questo lavoro che sto facendo sulle biografie, cerco di studiare i personaggi, cercando di capire quanto di mio si possa trovare all’interno delle loro storie. Vero è che fortunatamente la vita mi ha regalato un’infanzia molto meno tormentata della loro ma credo che ci siano dei tormenti che appartengono all’essere umano, come ad esempio quello di non trovare risposte alle domande che ci siamo posti e che ci accomunano tutti. In tante domande che questi personaggi si sono posti, ritrovo me stesso.

Elisabetta Ruffolo