Cronaca dal Signs Film Festival di Kochi e del lento ritmo del docufilm indiano capace di trasformare il mio sentire.

Il cinema indiano è sempre stato per me un grande sconosciuto. Prima di venire in India avevo visto al massimo 4 o 5 film. Il primo fu Monsoon Wedding di Mira Nair, poi Kamasutra sempre suo e due-tre di cui non ricordo il titolo comprati da qualche venditore pakistano a Lisbona. Mira Nair lavora in America ormai da molti anni e non so neanche se definirla una regista indiana tout court se non per nazionalità. Difficilmente i film indiani sbarcano fuori dall’India. Mira Nair si è imposta all’attenzione di un pubblico più ampio sin dai primi lavori che uscivano dagli schemi tipici dei film di Bollywood, nonostante in Monsoon Wedding del 2001, per esempio, non mancano i classici balletti in costumi variopinti, ma è più una citazione che un mantenimento di un cliché narrativo.

Ma a pochi giorni dal mio arrivo, mi si presenta l’occasione di assistere a un festival di cortometraggi e documentari solo indiani a Kochi, nello stato del Kerala, a sud dell’India. L’evento si chiama Signs Festival ed è alla sua decima edizione. Grazie ad amicizie comuni mi viene presentato Anoop Varma, il segretario della Federation of Film Societies of India Keralam, che è l’ente organizzatore del festival. Con Anoop parlo un po’, domandando molto, di cinema indiano. Avevo già scoperto che non solo a Mumbai si producono film, ma in molti stati ancora. Uno tra questi è appunto il Kerala. Fa in tempo a dirmi poche cose, tra cui che la produzione cinematografica del Kerala è conosciuta per film più “intellettuali” rispetto a quella di Mumbai. Ma non riesce bene a spiegarmi cosa significhi, perché essendo davvero molto impegnato, non posso trattenerlo oltre, quindi mi registro ed entro. Il festival si svolge nella Town Hall di Ernakulam come ho detto a Kochin. Enrnakulam è un distretto importante della città. Il posto da fuori sembra nuovissimo, una targa dice che i lavori sono finiti nel 1999. Dentro è piuttosto abbandonato e messo male, per certi versi mi ricorda il mercato della frutta di Osimo. È il primo giorno. La programmazione è divisa in cortometraggi e documentari in concorso e altri fuori concorso, più approfondimenti su vari registi. Non c’è neanche un occidentale al momento. La sala uno potrà contenere 200 persone. Ce ne saranno 60. Il primo film che vedo è un documentario fuori concorso: Sonpur Mela, di Sudhesh Unrimaran. Non parla di frutta ma del famoso mercato di animali di Sonpur. Ovviamente non so cosa sia il mercato degli animali di Sonpur ed il film è di una noia totale, tipo spot pubblicitario ma di 52 minuti. Non avendo più l’intransigenza e l’arroganza dei miei vent’anni, non mi alzo per andare a fumare una sigaretta ma lo vedo tutto. Nonostante la lentezza del montaggio e la voce fuori campo ammorbante, è apprezzabile il tentativo di documentare quest’evento dando voce a moltissime delle persone coinvolte che raccontano le proprie storie ed il perché vengano lì.

Ritratto di Anoop Varma, segretario della Federation of Film Societies of India Keralam.

Ritratto di Anoop Varma, segretario della Federation of Film Societies of India Keralam.

Subito dopo viene proiettato un altro documentario ma in concorso: I Cannot Give You My Forest di Nandan Saxena e Kavita Bahl. Saxena, mi spiegheranno dopo, è un famoso regista. Qui il registro è diverso. Oltre ad essere girato e montato molto bene riesce a dare un bel tono intimista e forse grazie al fatto che vengono intervistate persone molto semplici che vivono ai limiti della foresta e quindi (spero) senza eccessive sovrastrutture e velleità attoriali il tutto risulta molto autentico. È la storia degli abitanti di un umile villaggio ai bordi di una foresta. È la storia di una comunità pacifica ed in piena armonia con la natura che li circonda. È la storia della loro resistenza alle continue pressioni che ricevono da parte di politici ed enti governativi per spostarsi e permettere loro di abbattere la foresta e piantare alberi di Tek. È la storia di chi ama i propri luoghi e vuole preservarli e di chi come, sempre accade, li vede soltanto come fonti di reddito. Il leitmotiv del film è una canzone inventata dagli abitanti del villaggio e che dice tutto di ciò che loro pensano e sentono nei confronti della foresta: «La foresta è il genitore e noi i figli, i nostri antenati ci hanno lasciato il compito di proteggerla, devo essere amico anche del fiore più piccolo perché anche lui è mio fratello». Film delicato e commovente, dove la regia non prende mai il sopravvento sui personaggi toccati dalle riprese ma li accarezza e li capisce.

In India la censura è ancora molto attiva. L’unica cosa buona è che i film che partecipano ai festival non vengono censurati. Argomenti come l’omosessualità, le caste, l’arroganza e la corruzione di chi detiene il potere possono essere toccati risparmiando i film che lo fanno dalle temute cesoie moraliste.

Dopo aver visto questo film ed essermi abbandonato al suo ritmo, rivaluto anche il primo documentario. Il mio è uno sguardo occidentale abituato a determinate narrazioni e lentamente riesco ad entrare un po’ ad un nuovo modo di sentire.

A primo sguardo sembra ridondante e lento. Eccessivo e didascalico poi invece capisco che si tratta semplicemente di altro ritmo interiore e più mi immergo in questi luoghi e in questa gente, più ripenso a ciò che ho visto e sentito e più ha senso. C’è un altro ritmo emotivo qui e quindi il sentire è su un’altra frequenza.

Mentre nei film di Bollywood tutto è scimmiottamento della produzione occidentale con l’uso spropositato dei buoni sentimenti ed il continuo tentativo di commuovere lo spettatore allagando lo schermo di strazi sentimentali, i film indipendenti cercano di dar voce a qualcosa di più autentico. Non voglio dire che la produzione bollywoodiana sia lontana dallo spettatore indiano, anzi lo colpisce nel profondo, vista l’enorme affluenza nelle sale, ma lo intorpidisce nei sensi, rendendolo voyeur delle dolcezze di mondi ricchi e fastosi dove vengono consumate melense storie d’amore. Mondi lontanissimi a quasi tutto il miliardo e duecentomila abitanti indiani. I film indipendenti cercano invece di dar voce a chi voce non ce l’ha. E questo è molto apprezzabile. Ho visto molti altri documentari e cortometraggi. Parlare di tutti mi è impossibile. Metterò una lista in fondo di quelli che mi hanno colpito di più con microscopica sinossi. Nella fiction ho trovato spesso mancanza di idee ed eccessi di manierismo che a mio gusto sono passati e non graditi. Poca autoironia, noia e noia e palate come se per fare un film “intelligente” si dovesse per forza mandare in coma lo spettatore. Mentre nei documentari ho scoperto mondi e storie a me sconosciuti. Rifletto su questo. Su questa assenza di notizie all’esterno della moltitudine di realtà indiane e di tutti i vari paesi che noi “ricchi” chiamiamo: “in via di sviluppo” e faccio davvero i complimenti a chi diffonde le notizie nelle “nostre” straordinarie testate giornalistiche troppo impegnate a raccontare cosa ha detto il primo ministro riguardo al cornetto alla crema che ha appena mangiato e a tralasciare il resto, che è piuttosto enorme. Mi sento davvero sconsolato nel pensare che quasi tutti hanno idee riguardo all’Africa o all’India senza saperne niente e mi perdo in elucubrazioni riguardo alla nostra ignoranza e presunzione. Penso inoltre all’impossibilità ricettiva di documenti del genere che il mercato occidentale dimostra da sempre. L’Occidente pensando ai suddetti Paesi più poveri si crogiola nel sentimentalismo ignorante apprezzando film che non mettono mai in discussione i nostri ruoli di sfruttatori ma amplificano soltanto il nostro becero buonismo nel quale ci piace nuotare. Dopotutto se in giro c’è gente che muore di fame o viene fatta a pezzi che responsabilità ne abbiamo? Meglio stendersi sul divano, accendere la tv e bersi una birra artigianale.

Michele Brocani