Regia: Xavier Dolan.

Interpreti: Gaspard Ulliel, Nathalie Baye, Vincent Cassel, Marion Cotillard, Léa Seydoux

Louis (Gaspard Ulliel), scrittore malato terminale, decide di tornare a casa e rivedere la sua famiglia dopo dodici anni di lontananza, per comunicare una tragica notizia, la sua morte imminente. Ad accoglierlo ci sono una madre opprimente ed ingombrante (Nathalie Baye), un fratello maggiore aggressivo, intrattabile e frustrato (Vincent Cassel), la fragile sorella minore, davvero mai conosciuta che lo ammira come un mito (Léa Seydoux) e lo sguardo smarrito della cognata che sembra chiedergli aiuto e pietà (Marion Cotillard), vittima del carattere del marito.

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Il film mette in scena un dramma familiare i cui conflitti che erano sopiti emergono tutti insieme in un weekend che doveva essere idilliaco ed invece non lo è.

Tratto dal testo teatrale scritto nel 1990 dal francese Jean-Luc Lagarce, scomparso nel 1995 per complicazioni derivanti dal virus Hiv, È solo la fine del mondo è stato insignito del Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, 2016.

Il film è costruito attorno al nucleo tematico di buona parte della filmografia di Xavier Dolan: i legami familiari. Una dicotomia che ritorna con particolare asprezza in È solo la fine del mondo in cui la riunione fra Luis ed i suoi parenti assume una dimensione ben precisa: la resa dei conti con il passato nel momento in cui il futuro comincia inesorabilmente a dissolversi.

Dolan non ricorre a facili simbologie, ma fa leva sulle suggestioni. E se finora nei film di Dolan il motore delle nevrosi risiedeva nel rapporto madre/figlio, questa volta il conflitto si allarga ad un intero microcosmo familiare, con l’ambiente domestico tramutato in una sorta di campo di battaglia dove si snodano incomprensioni, recriminazioni e gelosie.

Tutto accade ad un livello che non corrisponde alle azioni, ma al linguaggio. Tutto il film è centrato sull’incomunicabilità fra i personaggi, dove tutti sono attraversati dalla paura del linguaggio e dove tutti parlano tanto, non lasciando mai lo spazio a Louis per parlare.

Tutte le cose che contano, però, restano non dette.

C’è questa forte incapacità di esprimere veramente quello che hanno davvero in testa e Dolan è in grado di esprimerlo attraverso il linguaggio cinematografico. Le inquadrature colgono ogni dettaglio dove il non detto è espresso dai volti dei protagonisti. Accade dunque che un silenzioso scambio di sguardi fra Louis e la cognata, appena conosciuta, dia vita ad un’esplosione di empatia che nell’arco di un istante dilatato oltre le leggi del tempo ordinario unisce i due personaggi in un connubio indefinibile eppure strettissimo. In quella manciata di secondi il dolore che trapela dal viso di Louis raccolto dagli occhi della cognata racconta più di quanto non potrebbe fare qualunque scambio di battute.

Le immagini, quindi, sposano il ritmo delle frasi, delle intonazioni, dei colori e della luce che qualche volta si fa abbagliante.

Anche qui la musica, come in tutti i film di Xavier, è protagonista del racconto, lasciando un po’ di respiro ai protagonisti, ed allo spettatore stesso, con improvvise aperture a momenti musicali che riducono per qualche secondo il peso di dialoghi serratissimi, feroci come duelli.

Capiremo solo nel finale che il non detto ha la meglio sul chiarimento.

La metafora finale del film, se pur da molti criticata come troppo banale, è a mio avviso la sua degna conclusione. Louis rimane solo in casa, avvolto dalla luce splendente del tramonto ed un orologio a cucù nel corridoio scandisce l’ora, annunciando il suo implacabile memento mori.

Certo non è il suo miglior film, ma Dolan ha talento da vendere e questo tema è uno di quelli che non lascia indifferenti. Vi farà riflettere e commuovere, ve lo prometto!

Barbara Berardi

Voto: ***1/2

Legenda

***** la perfezione; **** da non perdere; *** interessante; ** pregi e difetti; * passiamo oltre.