Al Teatro Parioli di Roma, fino al 22 gennaio, andrà in scena Classe di ferro di Aldo Nicolaj, regia di Giovanni Anfuso con Paolo Bonacelli, Giuseppe Pambieri e Valeria Ciangottini.

Tre maestri di teatro fanno sicuramente la differenza nei duetti graffianti a metà tra provocazione e tenerezza. Prima di Bonacelli e Pambieri altri si erano cimentati nel ruolo, ricordiamo tra i tanti: Corrado Pani e Antonio Casagrande, Gianni Santuccio e Ciccio Ingrassia. Scritta da Nicolaj nel 1971 ebbe da subito grande successo prima a Budapest e poi in altri Paesi europei e solo tre anni dopo in Italia dove probabilmente il tema della terza età già da allora non era gradito. Furono ben presto costretti a ricredersi rispetto alla forza e alla bellezza del testo.

La scena si svolge in un parco pubblico, dove una struttura di legno, rappresenta giochi per l’infanzia a voler significare che ad una certa età si ritorna bambini. Sullo sfondo una casa con una finestra e sul davanzale dei garofani. Libero Bocca (Paolo Bonacelli) mentre passeggia incontra Luigi Lapaglia (Giuseppe Pambieri), i due hanno la stessa età. Sono nati nello stesso anno e scoprono di essere appartenuti alla stessa leva militare, la cosiddetta classe di ferro. Due anziani soli in una grande città, la loro quotidianità li costringe a diventare amici e a scambiarsi pensieri, nonostante le loro differenze caratteriali. A loro, ogni tanto si unisce Ambra (Valeria Ciangottini) una maestra in pensione. Libero vive con il figlio e la nuora, Luigi con la figlia e il genero. Entrambi sanno di essere un peso per le rispettive famiglie ma non hanno altre vie d’uscita. Hanno qualche dispiacere nel cuore e la paura di finire dimenticati in un ospizio. Paura che diventa realtà quando Luigi viene lasciato per qualche giorno in un ospizio perché la figlia deve andare in vacanza con la famiglia. «Nell’ospizio non sei più nessuno, sei solo un vecchio e basta. Alcuni erano stati portati lì e mai più ripresi». Per riscattare la loro vita, tra sorrisi ed emozioni, in dialoghi esilaranti, i due progettano una fuga in un paesino di provincia di cui era originaria la mamma di Libero «Lì dove la sabbia è sottile come l’oro fino. Dietro la sabbia c’è un campo di fichi e si raccontano storie di sirene, di delfini e di gabbiani. Solo un gran vento che increspa il mare e lo stridio dei gabbiani che se ne vanno sugli scogli». Sognano di riscattare la loro vita e di prendersi una rivincita… purtroppo però la vita spesso riserva delle sorprese inattese…

Per TheMartian.eu abbiamo intervistato Paolo Bonacelli.

Paolo Bonacelli 2

Ritratto di Paolo Bonacelli.

Chi è Libero Bocca?

È un pensionato che lavorava in un giornale, faceva i titoli, l’impaginazione. Come tutti quelli che hanno passato una certa età va a passeggiare nei giardini, guarda un po’ di televisione e vive con il figlio e la nuora che lo ospitano malvolentieri e godono della sua pensione.

Nel testo si mette in evidenza che i vecchi sono un peso per i figli. È sempre così?

Il problema della terza età lo conosciamo tutti. Gli anziani adesso sono sempre più numerosi perché essendosi elevata l’età media, ci sono moltissimi ultrasettantenni. È un problema della società di oggi che va affrontato. I giovani hanno la loro vita, le loro abitudini e quindi è difficile conciliare due età così diverse. Il conflitto generazionale tra padri e figli c’è sempre stato, figuriamoci adesso che i padri sono al di là degli anni. Le trasformazioni nella società in questi ultimi tempi, sono state abbastanza rapide, gli usi e i modi di pensare sono cambiati e sono finite le ideologie. La convivenza è difficile. La terza età è un problema non indifferente.

Quali sono i ricordi più belli della terza età?

Ne ho tanti ma per noi che facciamo gli attori non esiste la terza età. Lavoriamo sempre, i personaggi che facciamo combaciano con la nostra età anagrafica e quindi siamo fortunati. I problemi nascono per coloro che fino ad una certa età svolgono un lavoro con dei ritmi costanti e improvvisamente si trovano senza fare nulla. Riempire questo vuoto improvviso è difficile. È un problema grave della società di oggi.

«Perché l’unica cosa che si può rimpiangere è la gioventù?».

Certe cose a una certa età non si possono più fare, il fisico non risponde più come prima, ci sono degli impacci, delle difficoltà obiettive determinate da un certo decadimento del fisico che portano a ridurre determinate attività. Per esempio, adesso tutti corrono, fanno jogging, maratone. Attività che portano a una certa forma ma per gli anziani questo è difficile. Anche la mente è più lenta così come i riflessi e quindi bisogna stare attenti a come ci si muove. È proprio l’agibilità che ne risente.

«L’amicizia è più importante dell’amore». Cosa ne pensa?

A un certo punto della vita l’amore è necessario, l’amicizia è un sentimento più duraturo, lo stesso potrebbe dirsi anche dell’amore se sostenuto da una passione molto forte ma è più difficile da far durare a lungo perché rispetto all’amicizia comporta grandi sacrifici.

Nella vecchiaia ci si innamora ancora?

Certamente! Succede a me e succede anche a molti miei coetanei che hanno più di settant’anni. Innamorarsi non è facile e soprattutto il futuro è molto labile.

Tra il personaggio di Libero in Classe di ferro e quello di Max in Ritorno a casa di Harold Pinter, trova più similitudini o differenze?

Hanno delle similitudini ma è la scrittura del testo che è diversa. Sono entrambi delle persone anziane e anche Pinter aveva una profonda conoscenza delle persone anziane. Ci sono delle similitudini ma anche delle diversità. Il carattere del personaggio di Libero, è più mediterraneo quello di Max più nordico ma hanno dei tratti in comune abbastanza rilevanti che colpiscono. D’altra parte gli esseri umani anche se parlano lingue diverse a una certa età poi si assomigliano più di quanto sono giovani.

Lei si è diplomato all’Accademia d’Arte drammatica Silvio D’Amico, ha avuto subito dei grandi ruoli e ha sempre dichiarato di non volersi immedesimare nei personaggi ma di guardare piuttosto alla scrittura del testo. Perché?

Deriva dalla mia formazione. Ho cominciato a leggere i grandi romanzi a tredici anni anche se in famiglia non c’erano né letterati e né professori, e mi ha portato a prestare attenzione a ciò che leggevo. Faccio la stessa cosa anche quando affronto i testi teatrali, sto molto attento alla scrittura. Facendo Molière ho scoperto che ci sono delle battute che non hanno tanto a che fare con il discorso drammaturgico, evidentemente ci sono delle invenzioni sceniche che poi Molière riportava. Si diceva che Molière scrivesse dei canovacci e poi man mano veniva fuori la commedia. Qualche battuta viene scritta per far ridere e non ha niente a che fare con il personaggio che si rappresenta, è una gag. Penso che il mio metodo sia anche un po’ parallelo al mio modo di vedere i testi, viene dalla frequentazione di quei grandi romanzi e soprattutto dall’esperienza che mi ha fatto vedere come certe volte il testo sia fondamentale anche per scoprire delle cose che certe volte non sono del personaggio. Se uno interpretasse il personaggio nei minimi particolari, probabilmente certe cose non le direbbe. Ho conosciuto Pinter e mi piace la sua scrittura, nella quale sono fondamentali anche le pause e i silenzi pe chi recita. Se uno fosse in grado di pensarci, non farebbe la pausa, invece la pausa è scritta e ho verificato poi recitandola e imprime una svolta alla recitazione.

Tra i grandi romanzi che ha letto nell’adolescenza e con la quale continua ad avere una certa frequentazione, qual è quello che conserva di più nel cuore?

Il primo che ho letto I Buddenbroock, il romanzo d’esordio di Thomas Mann che mi prestò un compagno di scuola. Continuai a leggere Mann e mi aveva colpito molto la letteratura Mitteleuropea insieme a Marcel Proust e Franz Kafka, sono stati autori che mi hanno molto condizionato. È un grande mondo che ti aiuta a superare certe difficoltà. Come alcuni scrittori sostengo che il romanzo debba essere letto in una stanza, da soli, ad alta voce e senza rumori. Avendo questo tipo di cura, si è costretti a dire tutte le parole, si segue e si può amare ancora di più la scrittura.

Ha sempre rifiutato ruoli nelle fiction, cosa pensa della TV di oggi?

Siccome richiede un grande uditorio perché il successo in televisione è molto importante, la scrittura non è proprio altissima. Come in tutte i campi, ci sono delle cose belle e altre meno belle. Molte volte è puro divertimento e non so fino a che punto possa cambiare questo tipo di società e sarebbe anche importante farlo perché culturalmente la televisione è fondamentale in un Paese normale ma purtroppo non viene molto curata.

Elisabetta Ruffolo