Presso il Palazzo di Villa Dorata- Sala della Tonnara. Lampi sul Mediterraneo – Marzamemi, nell’ambito del 17° Festival del Cinema di Frontiera Come si fa a non amare Pasolini di Mimmo Calopresti.

Nel 1970 Pasolini aveva girato un documentario in occasione dello sciopero degli “scopini” a Roma il 24 aprile, per migliorare le proprie condizioni di lavoro. Il documentario era diviso in tre parti: nella prima c’erano le riprese dell’assemblea degli scopini, nella seconda le immagini della discarica di Roma, nella terza le interviste agli scopini sul posto di lavoro. In questo film Pasolini parla di rifiuti in maniera diversa, con leggiadria invita gli scopini a non lottare senza mai perdere la pazienza e a parlare con grazia per la conquista dei loro diritti.

Per TheMartian.eu abbiamo intervistato Mimmo Calopresti.

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Ritratto del regista Mimmo Calopresti.

Come si fa a non amare Pasolini e soprattutto perché non si dovrebbe amare Pasolini?

È impossibile non pensare a un uomo che è riuscito a capire tutto prima di tutti noi. Ciò che ha raccontato lui è ancora attuale per questo ho ripreso il lavoro che stava facendo sull’immondizia negli anni ‘70 e a Roma oggi, ci troviamo nella stessa situazione. Il problema è comunque irrisolto. Parlava d’immondezza ed il suo racconto era già poesia reale. Era un uomo capace. Un teorico della gentilezza, la poesia c’era in tutto quello che faceva. Non solo i versi che ha scritto ma la poesia è anche come stai al mondo. Lui era capace di questo ma allo stesso tempo individuava anche i problemi, guardava alla politica, a come andava il mondo. A volte era anche cattivo nel giudizio delle persone nel loro modo di fare, nella loro mancanza di rispetto verso gli altri, nella loro volgarità. Il popolo qualche volta nei suoi modi di fare era terribile e Pasolini certamente non l’accarezzava ed andava anche allo scontro diretto. Pensiamo al giudizio sugli studenti del ‘68 in cui diceva che i poliziotti erano i veri figli del popolo e gli studenti erano i figli della borghesia. Era difficile dirlo in quel momento e sicuramente non gli ha portato grande popolarità. Con le sue intuizioni era capace di guardare il mondo e di raccontarlo.

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Fotogramma tratto da “Appunti per un romanzo sull’immondezza”, di Pier Paolo Pasolini, 1970.

Ha addirittura inventato un linguaggio per raccontare il mondo.

Assolutamente.

Il Cinema a volte sfocia in poesia a volte in Letteratura. Per lei cos’è?

Se guardi il cinema di Pasolini capisci che ha inventato il cinema. Il suo primo film, Accattone, è un altro modo di fare il cinema ed è una cosa che succede a pochi e sono i capisaldi della trasformazione. C’è chi lo inventa il cinema e chi lo subisce. Spero di essere tra quelli che fanno il cinema e non che lo subiscono. Bisogna farlo con l’umiltà di conoscere e seguire le regole e quant’altro serve a farlo. Per me il cinema ha delle grandi possibilità anche poetiche di leggerezza, di gentilezza. Se racconti delle cose difficili, non vuol dire che devi essere per forza violento. Ci sono dei modi per stare al mondo. Sono calabrese e ricordo mio padre, la sua famiglia era “gente di modi”. A volte è bene stare fermi e portarsi dietro le proprie tradizioni e la propria storia. Per me esiste il “cinema di poesia” che sta nella cosa che stai facendo e non hai bisogno di fare il poeta a tutti i costi.

Elisabetta Ruffolo