1. L’ARMA ASSOLUTA.

La guerra moderna vede nel mezzo aereo uno degli elementi più significativi ed efficaci. Oggi uno strumento militare che non possieda una forza aerea ragionevolmente moderna ed equilibrata non può essere considerato credibile. L’evoluzione della tecnologia militare ha conosciuto in campo aeronautico la sua massima espressione, sia nel settore dei velivoli che in quello dei sistemi d’arma. Di conseguenza le capacità che possono essere dispiegate da una moderna forza aerea si sono notevolmente accresciute di pari passo con i progressi tecnologici compiuti, negli ultimi anni, in particolar modo nell’ambito dei sistemi avionici e del munizionamento “intelligente”. Questo permette oggi, a quello che può essere definito il “potere aereo”,di assolvere ad una molteplicità di compiti che spaziano dal livello tattico-operativo a quello strategico. Grazie alla sua intrinseca flessibilità la forza aerea è in grado di offrire tutta una serie di opzioni che diventano disponibili nel momento in cui viene pianificata una qualsiasi operazione ai vari livelli. Andando ad analizzare gli eventi bellici degli ultimi anni si può indubbiamente concludere che il fattore aereo ha rivestito in essi un ruolo di importanza sempre crescente fino a diventarne un indiscusso protagonista.
Questo processo ha avuto il suo apice durante la seconda guerra del golfo del 1991: nel corso dell’operazione Desert Storm le forze aeree della coalizione anti-irachena, conducendo una campagna di bombardamento di circa un mese, hanno letteralmente annichilito l’intero apparato militare del dittatore iracheno Saddam Hussein. Gli effetti di questa serie di attacchi, condotti in maniera sistematica e pianificati in base ad uno schema di riferimento ben preciso di cui si dirà in seguito, sono stati così devastanti da spingere l’allora capo di stato maggiore dell’U.S.A.F. (United States Air Force) Gen. Merril Mc Peak a dichiarare: “Per la prima volta nella storia un esercito è stato sconfitto dal potere aereo”. Questa affermazione è molto importante e risulta essere particolarmente significativa in quanto molto probabilmente riflette una filosofia di pensiero attualmente in auge tra i vertici militari della maggiore potenza mondiale: il potere aereo viene ad essere dominante in campo strategico ed è in grado di risultare decisivo nel determinare le sorti di un conflitto.
Quali sono i presupposti e quali sono stati gli antefatti che hanno portato a questo modo di pensare?. Durante la guerra fredda le Forze aeree della N.A.T.O., e quelle degli Stati Uniti in particolare, fronteggiavano con la propria superiorità qualitativa la preponderanza numerica delle forze aeree nonchè l’imponente ed articolato sistema di difesa aerea del Patto di Varsavia. Nel caso di un ipotetico conflitto combattuto in Europa centrale esse avrebbero dovuto, con la loro azione di supporto alle operazioni terrestri e interdizione, cercare di bilanciare la grande superiorità numerica dell’Armata Rossa e degli altri eserciti del blocco comunista. I requisiti che dovevano essere soddisfatti, riguardo le prestazioni dei velivoli e dei loro sistemi d’arma e in termini di addestramento dei piloti, erano molto elevati e si inserivano in uno scenario di riferimento rappresentato da una guerra aerea ad alta intensità. Con la dissoluzione del patto di Varsavia il tradizionale nemico venne a scomparire, ma le forze aeree della N.A.T.O. erano ormai diventate degli strumenti equilibrati e potenti essendo state costantemente forgiate durante il periodo della guerra fredda. Per questi motivi al momento attuale non esiste nessuna forza aerea al mondo in grado di competere con il potenziale aereo che può essere messo in campo dai paesi occidentali e allo stesso modo nessun sistema integrato di difesa aerea è in grado di poterne reggere l’urto. Come già ricordato il conflitto del golfo è stato emblematico in questo senso e soprattutto a seguito di quella esperienza è nata questa corrente di pensiero che considera il potere aereo come il protagonista indiscusso per la vittoria nei moderni conflitti: quindi una sorta di “arma assoluta”.

2. LA NUOVA DIMENSIONE.
Il 23 ottobre 1911 il capitano italiano Mario Piazza a bordo di un Blèriot XI effettuava la prima missione di guerra della storia dell’aviazione, l’arte militare aveva trovato una nuova dimensione: quella aerea. La prima guerra mondiale vide le componenti aeree dei vari paesi belligeranti evolversi in maniera assai rapida ed esse ben presto si svilupparono nelle ancora oggi tradizionali specialità della caccia, ricognizione, appoggio tattico e bombardamento. Nell’ultimo anno di guerra il mezzo aereo era ormai pienamente maturo ed in grado di far sentire un peso significativo in battaglia: sia l’ultimo grande attacco tedesco sul fronte occidentale della primavera 1918, sia le offensive finali alleate, verso la fine dello stesso anno, videro le unità aeree estesamente e proficuamente impiegate in missioni di appoggio tattico, interdizione e controaviazione.
Questa nuova e promettente arma continuò a svilupparsi negli anni ’20 e ’30 grazie anche ad un veloce sviluppo tecnologico. Ben presto emersero pensatori militari, i più significativi tra i quali furono Hugh Trenchard in Gran Bretagna, William Mitchell negli Stati Uniti e Giulio Douhet in Italia, i quali propugnavano per l’aviazione un ruolo strategico indipendente e svincolato dai compiti di semplice appoggio alle operazioni terrestri e navali. Infatti questi venivano ritenuti penalizzanti in quanto ponevano l’arma aerea in una posizione di subordinazione rispetto alle altre armi. Questo nuovo ruolo poteva essere ricoperto grazie alle capacità che un aviazione poteva esprimere in termini di bombardamento del territorio dell’avversario. Le forze aeree non dovevano limitarsi ad agire nel ristretto ambito del campo di battaglia ma potevano e dovevano innalzare il loro livello di azione, da quello tattico-operativo a quello strategico, attaccando in profondità il territorio dell’avversario e colpendone così i centri vitali. In questo modo l’aviazione poteva influire direttamente, e in maniera ritenuta senz’altro decisiva, sull’esito di un conflitto. Il mezzo per ottenere ciò era un tipo di velivolo che aveva debuttato nella grande guerra facendo in quel periodo le prime esperienze in questo campo: il bombardiere a lungo raggio. Particolarmente significativo in questo senso fu il pensiero di Douhet redatto in maniera coerente e sistematica nella sua opera: “Il Dominio dell’aria” del 1921. Qui si afferma che una grande flotta di bombardieri poteva essere decisiva in qualsiasi conflitto grazie alla loro capacità di colpire e disarticolare l’apparato bellico-industriale dell’avversario e di fiaccare il morale della popolazione attaccando i grandi centri urbani. In questo modo le operazioni aeree diventavano prioritarie e mettevano addirittura in secondo piano quelle terrestri e navali. Queste teorie ebbero una significativa diffusione ma non mancava chi sosteneva, al contrario, che un impiego delle unità aeree veramente pagante consisteva nell’appoggio tattico, nell’interdizione condotta nell’area della battaglia e nel concorso alle operazioni navali. Uno di questi era ad esempio, sempre in Italia, Amedeo Mecozzi. I vertici dei vari eserciti e delle marine erano naturalmente allineati su queste posizioni creando così un dibattito negli ambienti militari dei vari paesi che non impedì tuttavia alle aviazioni di alcune importanti nazioni di costituirsi come armi indipendenti. Gli anni tra le due guerre videro quindi lo sviluppo del potere aereo sullo sfondo di questo confronto tra i sostenitori del bombardamento strategico, in grado di decidere le sorti di un conflitto, e chi invece riteneva opportuno creare uno strumento più equilibrato tenendo conto delle specialità della caccia e dell’appoggio tattico. Intanto la tecnologia aeronautica incrementava le prestazioni e le capacità degli aerei mentre si stava per materializzare un immensa arena, per la dimostrazione o la smentita di qualsiasi tipo di teoria, rappresentata da quello sarebbe divenuto il secondo conflitto mondiale

3. L’APOCALISSE DAL CIELO.
La seconda guerra mondiale consacrò definitivamente il potere aereo come elemento insostituibile per la condotta delle operazioni militari e le teorie prebelliche sull’impiego strategico dell’aviazione furono messe in pratica su larga scala.
La prima offensiva aerea strategica della storia in senso moderno fu quella condotta dalla Luftwaffe tedesca contro l’Inghilterra nell’estate del 1940. In Germania le teorie sull’impiego strategico dell’aviazione non ebbero modo di affermarsi in maniera particolare e, nonostante ciò non impedisse la creazione di una consistente componente da bombardamento, l’aeronautica del Terzo Reich fu sviluppata come arma tattica da impiegare in supporto alle operazoni terrestri, in modo da creare una combinazione sinergica da sfruttare sulla base del ben noto concetto di Blitzkrieg. In quella che diverrà famosa come la battaglia d’Inghilterra questo fattore non mancò di influire negativamente: tanto per citare alcuni esempi la scarsa autonomia del Messerschmitt Bf 109 fece sentire la mancanza di caccia di scorta a lungo raggio realmente efficaci per la scorta ai bombardieri. Nello stesso modo l’eccessiva vulnerabilità dei bombardieri in picchiata Junkers Ju 87 Stuka di fronte alla resistenza opposta dai caccia inglesi denotava i limiti di una macchina progettata per l’appoggio tattico piuttosto che per missioni in profondità sul territorio nemico. L’inadeguatezza dal punto di vista dottrinario e della capacità di pianificazione fu ancora più marcata e influì negativamente sul risultato finale in maniera ancora più evidente rispetto alle summenzionate carenze tecniche dei velivoli. La famosa e fatale decisione di abbandonare gli attacchi contro gli aeroporti della R.A.F. per passare al bombardamento delle città, oltre a permettere ad una stremata aviazione inglese di riprendersi, dimostrò che la campagna aerea tedesca non si stava svolgendo sulla base di un piano coerente ed univoco e ciò conferma il fatto che la Luftwaffe non era un arma strategica. La sconfitta subita dagli aviatori germanici sui cieli della Gran Bretagna risulta quindi spiegabile alla luce di questi fattori.
Se l’offensiva aerea tedesca dell’estate 1940 fu un innegabile insuccesso, la questione dell’ utilità e dei risultati ottenuti da quella che rimane probabilmente la più grande campagna aerea di bombardamento strategico della storia, quella condotta dagli alleati contro il territorio della Germania, rappresenta una delle pagine più controverse dell’intero secondo conflitto mondiale. Come è stato accennato in Inghilterra e negli Stati Uniti si sviluppò una scuola di pensiero che affermava, seppur con significative differenze derivanti dalle pecurialità geostrategiche dei due paesi, l’impiego delle forze aeree in veste strategica direttamente contro il territorio dell’avversario. Nel momento in cui le due nazioni si ritrovarono alleate nello sforzo bellico contro il Reich tedesco l’aviazione statunitense (allora peraltro non ancora costituitasi come arma indipendente) si unì al Bomber Command della R.A.F. nell’offensiva, iniziata dagli inglesi con intensità crescente a partire dal 1940, contro l’apparato bellico-industriale tedesco.
L’elaborazione dottrinaria dei sostenitori del potere aereo strategico non aveva previsto, o peggio aveva sottovalutato, problemi che emersero in maniera talvolta drammatica quali quelli relativi alla navigazione, alla necessità di apparati di puntamento efficaci e soprattutto alla necessità di scortare i bombardieri con caccia a grande autonomia per tutta la durata delle loro missioni, soprattutto quando queste erano diurne. Tutte queste problematiche dovettero essere risolte dopo dolorose perdite e con un grande dispendio di energie umane e materiali. Più in generale lo sforzo complessivo compiuto dagli alleati nella campagna di bombardamenti contro la Germania non può che essere definito immenso, in termini di numero di aerei ed equipaggi impiegati, di missioni effettuate, di tonnellaggio complessivo di bombe sganciate e tutto ciò per quasi l’intero arco del conflitto.
Già mentre la guerra era in pieno svolgimento da più parti emersero perplessità sui risultati raggiunti, ma chi credeva fermamente nelle teorie del potere aereo affermava che quello era l’unico modo per ottenere la vittoria in maniera rapida e accorciare così la durata della guerra. Tra questi converrà citare la controversa figura di Sir Arthur Harris che fu a capo del comando bombardieri britannico a partire dal 1942.
A posteriori possiamo affermare che difficilmente è sostenibile la tesi secondo la quale le operazioni di bombardamento aereo strategico sulla Germania abbiano conseguito risultati tali da giustificare le risorse impiegate. Alcuni dati possono illustrare meglio questi fatti: nel 1942 e nel 1943 la produzione bellica tedesca ebbe un incremento del 50%, e questo nonostante il fatto che i bombardamenti avessero ormai preso i caratteri di un offensiva sistematica. Nel 1944 la stessa produzione bellica raggiunse il suo picco massimo e questo con gli attacchi dei bombardieri anglo-americani che raggiungevano il massimo livello di intensità. Esaminando l’andamento generale del conflitto si può vedere che il Reich tedesco si arrese solo allorquando l’intero territorio fu occupato dagli eserciti alleati e quindi i bombardamenti strategici, di certo ne favorirono l’esito, ma di fatto non accorciarono la durata delle ostilità.
L’altro significativo esempio riguardo il concetto di bombardamento strategico si inserisce nell’ambito di uno dei più travagliati e controversi conflitti del nostro tempo: quello vietnamita. Durante la lunga e difficile guerra nel Sud-Est asiatico le forze aeree statunitensi, dell’aviazione, della marina e del corpo dei marines, condussero una prolungata campagna di bombardamento strategico del territorio del Vietnam del Nord che si svolse per quasi l’intera durata del coinvolgimento americano nel conflitto. La condotta di questa offensiva strategica aveva il duplice obiettivo di colpire l’apparato bellico avversario e di paralizzarne il sistema di comunicazioni, con particolare riferimento al cosiddetto “sentiero di Ho Chi Minh”: la vitale arteria che si snodava lungo il confine del Laos e della Cambogia e che veniva utilizzato per inviare truppe e rifornimenti nel Vietnam del Sud. Le operazioni delle forze aeree furono comunque negativamente condizionate dai fattori politici che caratterizzarono tutta la condotta delle operazioni belliche americane in quel conflitto, a causa di ciò esse non poterono essere veramente efficaci per motivi di fondo che diverranno più chiari in seguito. La guerra aerea del Vietnam deve essere considerata come un momento fondamentale nella storia dell’aviazione militare: dall’esigenza di dover fronteggiare una difesa aerea ben organizzata e agguerrita, ed in particolare la minaccia costituita dai S.A.M. (Surface Air Missiles\missili superficie-aria), le forze aeree statunitensi svilupparono tutta una serie di procedure e sistemi concernenti ad esempio le E.C.M. (Electronic Counter Measures\contromisure elettroniche) e il settore E.W. (Electronic Warfare\guerra elettronica) in generale, le operazioni S.E.A.D. (Suppression Enemy Air Defense\soppressione delle difese aeree avversarie) ed anche le attività di C.S.A.R. (Combat Search and Rescue\Ricerca e soccorso in combattimento) per il recupero dei piloti abbattuti in territorio nemico. Tutte componenti che oggi fanno parte integrante delle moderne dottrine sulla guerra aerea.
Tuttavia, nonostante il grande impegno profuso, i bombardamenti strategici sul Vietnam del Nord non sortirono i risultati sperati: il regime comunista di Hanoi continuò la conduzione del conflitto ed il sistema di comunicazioni rappresentato dal “sentiero di Ho Chi Minh” non fu mai interrotto. Il tutto fino alla definitiva conclusione del conflitto, avvenuta nel 1975 con la capitolazione del Vietnam del Sud e la riunificazione del paese sotto il regime comunista.
Ancora una volta “l’apocalisse che viene dal cielo” non si rivelò decisiva per determinare le sorti di un conflitto.

4. LE NUOVE IDEE.
Come già accennato, negli anni ’20 e ’30 del nostro secolo i sostenitori del potere aereo affermarono con forza che l’aviazione poteva decidere le sorti di un conflitto operando in una veste strategica e impiegando una flotta di bombardieri a lungo raggio. Essi precisarono che ciò sarebbe avvenuto agendo principalmente su due fattori: uno di ordine morale l’altro prettamente materiale. In primo luogo colpendo direttamente i grandi centri urbani il morale della popolazione sarebbe stato ben presto fiaccato, stroncando ogni volontà di continuare a combattere, mentre agendo sui centri della produzione bellica e sulle vie di comunicazione l’’apparato militare avversario sarebbe stato paralizzato.
Fino ad un periodo molto recente la realtà è stata ben diversa; si è avuto modo di citare quelle che sono state tra le più significative campagne di bombardamento strategico e in tutti e tre i casi esaminati esse non sono risultate decisive per le sorti dei conflitti nell’ambito dei quali si svolsero. In particolare il morale delle popolazioni non fu mai significativamente eroso dai bombardamenti delle città, anzi essi furono considerati un atto di barbarie e ottennero in alcuni casi, paradossalmente1, l’effetto contrario. In secondo luogo gli effetti sugli apparati produttivi e dei trasporti furono scarsi o comunque molto ritardati nel tempo anche perché, nel caso ad esempio della campagna alleata contro la Germania, contrastati efficacemente da misure di difesa passiva (dispersione degli impianti industriali, mascheramento, inganno, movimenti notturni ecc.), in aggiunta ovviamente alle azioni di contrasto diretto. All’atto pratico, nei casi considerati, il concetto di bombardamento strategico non si è rivelato vincente e l’impiego delle forze aeree si è rivelato molto più remunerativo in campo tattico ed operativo.
Nonostante questo stato di cose piuttosto evidente, nel periodo coincidente con la fine del confronto con l’Unione Sovietica negli Stati Uniti esisteva ancora chi credeva fermamente nel ruolo strategico dell’aviazione. La guerra del Vietnam può essere considerata come un momento di svolta nella storia delle forze armate americane: da quella traumatica esperienza vennero tratti insegnamenti fondamentali che furono alla base di un processo di vera e propria ristrutturazione condotta sulla base di un analisi attenta delle lacune dimostrate in quel conflitto, lo strumento militare statunitense che conosciamo oggi è figlio di questa riforma, strutturale e a lungo termine, che si è svolta nel corso di tutti gli anni ’80. In questo ambito si inserisce l’opera di un brillante ufficiale dell’U.S.A.F. il colonnello John Warden, il quale nel suo libro: “The air campaign: planning for combat” (La campagna aerea pianificare per combattere) pubblicato nel 1988, non solo afferma con forza il ruolo del potere aereo in campo strategico ma crea una vera e propria dottrina sulla pianificazione ed esecuzione di una campagna aerea strategica.
Basandosi soprattutto sull’esperienza maturata nei cieli del Sud-Est asiatico Warden giunge alla conclusione che quella campagna strategica non ottenne i risultati voluti perché non era stata pianificata in maniera coerente ed univoca. La scelta degli obiettivi non faceva riferimento ad uno schema preciso ed era molte volte condizionata da fattori politici di conseguenza gli sforzi non vennero finalizzati al raggiungimento di uno scopo chiaro. Inoltre le stesse motivazioni politiche costrinsero a realizzare una escalation nell’intensità degli attacchi che ne vanificarono ulteriormente l’efficacia.
In estrema sintesi Warden afferma che per avere ragionevoli probabilità di successo una campagna aerea deve rispondere ai seguenti requisiti:

  • Essa deve essere pianificata in maniera sistematica e indirizzata ad un obiettivo unico: la paralisi del “sistema militare” avversario, tutte le risorse devono essere poste sotto un unico comando in modo da ottimizzarne l’utilizzo ed evitarne la dispersione.
  • Le operazioni iniziali devono essere indirizzate al tradizionale conseguimento della superiorità aerea ma soprattutto devono essere immediatamente molto intense in modo da saturare immediatamente le difese: viene respinta con forza l’idea dell’escalation e si afferma che la quantità massima di missioni con il maggior numero di aerei devono essere impiegati sin dall’inizio per vibrare un vigoroso colpo sin dalle primissime fasi.
  • Tutto ciò non sarebbe tuttavia sufficiente se, in base ad un accurato lavoro di Intelligence e successiva analisi, non venisse individuato sin dall’inizio il cosiddetto “centro di gravità” del sistema nemico, quello cioè che una volta colpito e neutralizzato provoca la paralisi di tutte le altre componenti.

Per quanto attiene all’unicità di comando nella seconda metà degli anni ’80 negli Stati Uniti venne varata la legge Goldwater-Nichols la quale era indirizzata in questo senso. Per quanto concerne le forze aeree essa permise infatti l’istituzione del J.F.A.C.C.(Joint Forces Air Component Commander) colui il quale avrebbe assunto il controllo di tutte le forze aeree, dell’aeronautica, della marina e del corpo dei marines, in un determinato teatro operativo.
La questione del “centro di gravità” rappresenta probabilmente il punto centrale delle idee del colonnello Warden. La sua corretta individuazione è probabilmente la condizione necessaria per l’ottenimento di risultati decisivi. A questo scopo Warden ha elaborato il cosiddetto “modello dei cinque anelli” uno schema teorico al quale possono essere assimilati i vari apparati militari ed industriali della maggior parte dei paesi. Tale modello è rappresentato da cinque anelli concentrici che, partendo dal centro, sono:

1) Gli organi decisionali militari e civili
2) I principali centri di produzione
3) Le infrastrutture militari ed industriali con particolare riferimento alle linee di comunicazione
4) La popolazione
5) Le unità operative e di sostegno logistico delle forze armate.

Sulla base di questo modello teorico di riferimento una campagna aerea può essere articolata in fasi successive e interconnesse, colpendo in sequenza i vari “anelli”, individuando quale è il “centro di gravità” del sistema ed esercitando il massimo sforzo su di esso.
Le riflessioni di Warden facilitano la comprensione dei diversi casi in cui il potere aereo strategico risultò essere deludente. Nel 1940 la Luftwaffe condusse la sua campagna contro l’Inghilterra senza avere alla base un piano con un obiettivo chiaro e definito. Anche in questo l’interferenza politica trasformò la favorevole battaglia di attrito contro la RAF in una chiara sconfitta2. La mancanza di una pianificazione sistematica, coerente e soprattutto con un obiettivo inequivocabile può diventare la chiave di lettura per comprendere anche i dubbi risultati dei bombardamenti contro il Reich. Un altro dato importante su questo argomento è relativo alla corretta individuazione del “centro di gravità” nel corso di quella lunga campagna. Fu solamente quando, a partire dalla primavera del 1944, l’aviazione americana cominciò a colpire sistematicamente l’industria dei carburanti, punto di vulnerabilità critica del sistema avversario, che il potenziale bellico germanico iniziò a decadere irreversibilmente.
La guerra aerea sul Vietnam del Nord soffrì sia di mancanza di sistematicità nella scelta degli obiettivi, quindi di una pianificazione carente, sia degli effetti perniciosi della escalation: le limitazioni di carattere politico impedirono di fatto agli statunitensi di sfruttare appieno il loro potenziale e non permisero alle forze aeree di influenzare in modo decisivo l’esito del conflitto.
Una dimostrazione della necessità di impiegare il massimo della forza in un tempo ridotto per poter ottenere dei risultati significativi è fornita proprio dal conflitto vietnamita allorquando, nel dicembre 1972, nell’ambito dell’operazione “Linebacker II” , l’USAF lanciò una serie di massicce incursioni sul territorio avversario impiegando tutta la potenza della forza di bombardieri strategici B 52: nel corso di soli undici giorni essi effettuarono 729 sortite sganciando 15000 tonnellate di bombe, costringendo, in quella particolare fase del conflitto, il governo di Hanoi a partecipare alle trattative diplomatiche. Sempre a questo riguardo si può osservare come l’operazione “Allied Force” abbia conseguito scarsi risultati iniziali proprio a causa dell’insufficiente numero di aerei impiegati, 460 circa, nelle sue prime fasi.
Le teorie del colonnello Warden trovano conferma nella storia della guerra aerea e delineano le possibilità di impiego nel prossimo futuro.

5. CONCLUSIONI.
Nel 1991 le azioni aeree condotte nell’ambito dell’ operazione “Desert Storm” furono largamente ispirate ai dettami espressi in “Planning for combat”. Non è certamente un caso che lo stesso Warden fosse all’epoca impiegato presso l’ufficio pianificazione operativa dello stato maggiore dell’aeronautica. Una lunga crisi politico-diplomatica aveva dato il tempo necessario allo spiegamento per tempo di tutto il potenziale necessario e gli attacchi furono immediatamente intensissimi e devastanti. Il sistema bellico iracheno venne di fatto portato inesorabilmente alla paralisi. L’esperienza del Golfo Persico ha inequivocabilmente sancito l’efficacia del munizionamento guidato di precisione ed ha evidenziato l’importanza di “moltiplicatori di potenza” quali i sistemi di sorveglianza del campo di battaglia, le piattaforme AEW, la guerra elettronica, tanto per citarne alcuni, nonché la necessità di potenziare le capacità nel campo del BDA (Bombing Damage Assesment). In ogni caso si è trattato del primo caso in cui il potenziale aereo utilizzato massicciamente in campo strategico ha ottenuto risultati decisivi. Ancora più rilevante è il fatto che l’operazione “Allied Force”, l’offensiva aerea della NATO contro la serbia, rappresenta il primo ed unico esempio nella storia di conflitto condotto e risolto definitivamente dalle forze aeree. Sui cieli dei Balcani si è dunque realizzato il sogno dei teorici del potere aereo? Il concetto Douhettiano di bombardiere strategico si è definitivamente affermato?. La risposta a questi interrogativi rimane comunque complessa ed articolata. Occorre considerare il fatto che sia “Desert Storm” che “Allied Force” si sono comunque svolte in un contesto di enorme superiorità non solo qualitativa, ma anche numerica, a favore di un solo contendente.
All’atto pratico esistono ancora dei fattori limitanti all’efficacia delle operazioni aeree che possono essere così riassunti:

  • In presenza di un articolato ed efficace IADS (Integrated Air defense sistem), corredato da piattaforme AEW e da adeguate capacità C4I ed EW, e con una agguerrita componente da caccia quale elemento qualificante, il conseguimento della superiorità aerea potrebbe non essere così scontato, ed il tasso di attrito imposto ai velivoli attaccanti potrebbe risultare molto alto4.
  • Le caratteristiche ambientali sono ancora in grado di condizionale significativamente le missioni. L’ambiente desertico piatto e privo di ostacoli della guerra del Golfo massimizzava gli effetti del fuoco aereo, mentre l’orografia accidentata e fitta di vegetazione del Kosovo ostacolava non poco l’acquisizione degli obiettivi degli aerei NATO, favorendo nel contempo misure passive quali il mascheramento e la dispersione delle truppe serbe. Nello stesso modo le condimeteo avverse possono ancora costituire un serio ostacolo, nonostante i continui progressi dei sistemi avionici di navigazione e attacco “ognitempo”.
  • In alcuni casi un vero e proprio “sistema” bellico-industriale non esiste, o non è rilevante, ed è questo il tipico caso dei conflitti asimmetrici. Un esempio molto chiaro di ciò è stata l’operazione “Enduring Freedom” sull’ Afghanistan: il regime dei Talebani non era in possesso di nessun tipo infrastruttura economico-industriale rilevante ai fini di una campagna strategica. Sono state in realtà molto più le missioni aeree tattiche in favore dell’ “Alleanza del Nord” a determinare il felice esito delle operazioni.
  • E’ ormai ampiamente riconosciuto che per condurre una campagna aerea strategica è necessario disporre di tutta una serie di assetti (SEAD, EW, CSAR, SIGINT ecc.) e solamente pochissime aeronautiche al mondo possono permettersi di mantenere anche solo alcune di queste fondamentali componenti5.

Si deve osservare, inoltre, che la guerra del golfo ebbe termine comunque con l’ intervento di imponenti forze terrestri, seppure per sole 100 ore, mentre nel 1999 il cedimento del regime Milosevic è stato probabilmente determinato anche di elementi di natura politico-diplomatica che ancora oggi devono essere del tutto chiariti. L’operazione Iraqi Freedom, per quel che è dato conoscere, ha sottolineato ancora di più l’importanza del potere aereo affidandogli, unitamente ad ulteriori sorgenti di fuoco stand off, il compito di spezzare la volontà di resistenza dell’avversario con interventi massicci, selettivi e simultanei sui suoi elementi di vulnerabilità critica. Nonostante gli effetti di “shock and awe” sul morale e la decapitazione del sistema di comando e controllo irakeno, però, la campagna è stata conclusa dall’ intervento, invero molto limitato, di forze terrestri.
Il concedere una fiducia assoluta al potere aereo, pertanto, può essere una forte tentazione anche nella considerazione del fatto che le opinioni pubbliche occidentali sono sempre più restie ad accettare gli elevati livelli di perdite umane e materiali connesse a massicce operazioni terrestri ad alta intensità, mentre le forze aeree offrono interventi rapidi, chirurgici e con un rassicurante tasso di impunità alla reazione avversaria. Tuttavia la storia militare ci insegna che raramente dottrine e concetti di impiego a senso unico hanno avuto successo. Un strumento militare deve essere sempre e comunque equilibrato in ogni componente. Il mezzo aereo si è ormai da tempo definitivamente affermato quale sicuro protagonista dei futuri conflitti, ma l’idea dell’ “arma assoluta” può diventare una tentazione alquanto pericolosa.

Fabio Riggi