Bologna attendeva da tempo una mostra di Simone Pellegrini, protagonista riservato della scena contemporanea, interprete riconosciuto e riconoscibile, presente con il suo lavoro dal 2012 nella collezione, tra le altre, del Mambo, il museo d’arte moderna della città.

L’occasione di una sua personale è arrivata con Arte Fiera 2017 per merito dell’Associazione Artierranti, che con un approccio tutto al femminile cura da alcuni anni pregevoli iniziative.

Ma quello di Pellegrini è da definirsi invece un caso nominativo-maschile-singolare; la sua pittura feconda, nasce da un elegantissimo esercizio di ricerca personale come a creare un punto d’incontro tra il tempo e l’eternità, a disposizione di quanti vogliano coglierlo.

Durata appena quattro giorni dal 27 gennaio al 30 gennaio, Dishonesti Corpi è certamente un’esperienza che vale raccontare, in grado di suggestionare i sensi, oltre la mera presa in visione delle pitture esposte. Si tratta di otto delle sue carte, quattro di grande formato – fino a due metri per tre, nel caso di Concavi i fissi del 2006 – appese libere nell’ambiente e altrettante, appena più piccole, incorniciate e appositamente allestite. La finitezza del numero otto, seppur possa apparire un dettaglio a cui rinunciare, ha reso compiuta la proposta. È stato lo spazio ospitante che ha suggerito questo equilibrio, la sala del Teatro San Leonardo ricavato all’interno dell’ex chiesa omonima e della quale conserva le caratteristiche originali. Un luogo di fascino per i motivi che facilmente si intuiscono: l’architettura sacra ancora perniante si combina con la sacralità della pratica teatrale generando già nell’entrarvi una reverenza atavica. A questo si è sommata poeticamente la potenza intrinseca delle opere.

Venendo al progetto della mostra, che sin dal titolo ha garantito l’eccezionalità specifica dell’evento, non si può tralasciare la scelta d’orientamento che è stata suggerita al pubblico: verso il palcoscenico, sul quale è stato temporaneamente ricostruito lo studio di Pellegrini con tutto il suo portato tangibile e simbolico. Come a significare un altare pagano votato all’artista con carte e strumenti aleggianti di idee, celebrati nell’abside con la proiezione di uno still da video realizzato puntando al suo tavolo da lavoro. E qui si è manifestata la forza carnale del suo dipingere attraverso il procedimento analogico d’imprimitura da matrice, un fare artistico, che come lui stesso assicura, è frutto di un minuzioso cercare nei meandri dell’umano attraverso preziose letture.

Dishonesti Corpi può dirsi dunque anche il titolo di uno spettacolo, una vera immersione da spettatori nell’universo dei simboli di Pellegrini. Una cerimonia dell’arte alla ricerca dei significanti originari, guardando a fondo negli scenari e nelle ferite dipinte, significanti che vanno oltre il dato di riconoscibilità iconografica e che in parte possono essere colti intuitivamente, in parte elaborati attraverso la conoscenza e la riflessione. Per dirla con le parole di Hans Biedermann, «L’uomo avrebbe bisogno di simboli per afferrare ciò che altrimenti non sarebbe rappresentabile e poter quindi sviluppare una riflessione costruttiva. Ma si noti che anche il concetto di “afferrabile” è simbolico, in quanto deriva dal gesto della mano che vuole toccare per meglio valutare ciò che ha visto!».

Ebbene per la prima volta così esposti, si è potuto toccare con mano il recto e il verso di alcuni suoi fogli, spessi e vibranti, sciolti da costringimenti del caso, sospesi nella navata alla portata dello sguardo curioso e tra i quali è stato possibile muoversi, come attraverso le quinte di uno spazio scenico, facendosi largo tra quelli a cornice disposti ai lati. Ne è risultato un suggestivo effetto scenografico, determinato dal dialogo tra gli elementi precipui in ogni singola opera e che meritano nella visita un incedere lento e armonioso.

Nella ricerca di Pellegrini si osserva una ricorsività del segno che supera la simbologia eurocentrica e si affida alle libere associazioni semantiche, aprendo a interpretazioni extra pittoriche ed extra narrative. Come cita il testo critico di questa ultima sua mostra, «Pellegrini si arrischia nell’impercorso» e vi conduce anche il pubblico. La sua, d’altronde, è propriamente una pittura ricca di rimandi, attinti da un assennato approfondimento letterario e saggistico.

È possibile rintracciarvi riferimenti di coltissima memoria, come nel caso di questa eco site specific al Pontormo, dal cui Diario giovanile ha preso, facendola sua, la locuzione “dishonesti corpi”.

Cosicché da una dimensione spirituale, connotata anche dal contesto, Pellegrini ci riporta al dato terreno. Ma oltre la citazione c’è di più, e il peso specifico delle sue parole aiuta a dipanare l’annosa questione che pone l’incontro con l’arte contemporanea: serve interrogarsi sulle intenzioni degli artisti?

Risponde l’artista. «Il conatus del Pontormo si mostra nella perseveranza, nello sguardo fisso, in ciascun appunto in cui la vita ristagna e dove l’estetica fa la sua parte (a latere certo) nei corpi diversamente disposti, sottoposti all’esercizio della forma, rapidamente risolti come cosa saputa, avverata.

La scrittura invece, torna alla sua disposizione contabile, numerale, pregna di tempo e partizioni, disposta a scandire la finitudine, parcellizzandola come in uno stratagemma eleatico fino a dissolverla. Leggiamo Pontormo e poi scrutiamo sul fianco della sua scrittura viscerale i primi corpi “senza organi”.

Il corpo è potenza ma è anche affezione.

Allora bisognerà svuotarlo, rivoluzionarlo, sottoporlo ad ulteriore verifica, scardinarlo. Per “sentito sapere” un ipocondriaco scrive e non argina, disegna e non fuga.

Holderlin ammoniva “la cosa più difficile è fare libero uso del proprio”. Recuperata una certa distanza, liberarci è non reclamare più il diritto ma il dovere.

La creazione comincia con un passo indietro lurianico, uno tzimtzum per aprire».

Cristina Principale