Rompo il silenzio delle ultime settimane, del lungo inverno, perché l’ultima realtà nella quale abbiamo vissuto va raccontata, augurata e divulgata. Se finora avevo avuto delle riserve circa questa avventura americana, l’ultima settimana mi ha costretta a ricredermi.

Dopo l’ennesimo viaggio della speranza, partendo dalla primavera inoltrata di Los Angeles, dai surfisti, dagli squali avvistati in mare e il gelato che si scioglie troppo rapidamente per via del caldo, siamo giunti nel grande nord. Grande nord, grande freddo, grande meraviglia. Le precise coordinate sono: distretto di New York, paese di Canton, città più vicina Syracuse, il tutto al confine col Canada. Qua la primavera è ancora ben lontana, e mentre vi scrivo fuori tirano raffiche di neve e la temperatura si aggira sui meno 16 gradi. Ma dentro le case i camini e gli sguardi emanano calore divino e pieno di conforto.

A Canton, appena fuori dal paese, le foreste di aceri e abeti la fanno da padroni, stagliandosi maestosi in mezzo ad uno scenario onirico popolato da cervi, castori, coyote e scoiattoli cotonati. In una porzione di foresta un progetto meraviglioso ha preso vita più di trent’anni or sono, da una allora giovane coppia. Lui americano, lei tedesca. Lui insegnante e lei aspirante contadina. Dulli era venuta in America per fare un’esperienza attraverso la facoltà di agraria nelle fattorie americane, il destino era pronto a fargli incontrare Steve e i due si innamorano perdutamente l’uno dell’altra, di un amore che ancora oggi è ben vivo, visibile e invidiabile. I due decisero di costruirsi dapprima un nido, e il luogo che scelsero era sprovvisto di corrente elettrica. Si rimboccarono le maniche e nel giro di un anno e mezzo tirarono su la casa delle meraviglie solamente utilizzando attrezzi a mano, quindi niente seghe elettriche, avvitatori o trapani, nulla. Solo la forza del loro amore, tanti muscoli e sudore. La casa ha delle meravigliose vetrate appartenute ad una chiesa poi battute all’asta, e si sviluppa in funzione di questi giganti colorati che riempiono gli spazi interni di colore e riflessi sui vari tronchi portanti che sostengono e decorano delicatamente l’ambiente.

Dopo aver sistemato il loro rifugio, i due non si sono fermati ma hanno rispettivamente eretto una fattoria e una scuola. La fattoria è ovviamente di stampo biologico. Oltre alle verdure Dulli produce anche formaggi, burro, e latte trasformato in celestiali versioni grazie alla gentile collaborazione della sua mucca Carolina. Steve ha invece aperto una scuola ad approccio democratico. Little River School. Anni fa si ispirò alla famosa Summerhill e partendo da soli 4 bambini, ad oggi si trova a gestire ed insegnare in una scuola riconosciuta dallo Stato, con circa 60 studenti.

La scuola è improntata sull’ascolto, il rispetto dei singoli e dei propri tempi di apprendimento per cui l’insegnamento è spesso personalizzato. Altro pilastro della scuola è la comunicazione non violenta, e l’attenzione volta all’intelligenza emotiva degli studenti. A Little River School, si pratica yoga, meditazione, lavoro sulle emozioni e sulla gestione dei conflitti. Abbiamo partecipato a lezioni di attualità, presentazioni di progetti individuali riguardo la chimica nella vita quotidiana, a proposito breve menzione va fatta al ragazzo che ha presentato una ricerca su un formaggio dalle sembianze di dentifricio mandando in delirio la folla che si è sganasciata dalle risate per tutto il tempo.

La scuola si definisce comunitaria, ad alta partecipazione dove le decisioni vengono prese sulla base del consenso, come avviene con i bambini, e non per maggioranza. Una delle peculiarità di questa scuola è quella di costruire ogni anno il progetto didattico in una triangolazione genitori-insegnanti-studenti, durante la quale ciascuno porta i propri desideri e bisogni, dando vita ad una negoziazione volta all’ascolto di tutti i soggetti coinvolti. Ma nonostante le tante belle peculiarità, la scuola ha un aspetto piuttosto tradizionale, basato su lezioni frontali, studio e compiti.

Questa è una di quelle scuole nella quale le idee circa l’educazione libertaria vacillano. I ragazzi hanno ritmi scanditi, pause brevi, lezioni sì personalizzate, ma tenute sotto controllo col cronometro, ma nonostante tutto sembra godere di un sano equilibrio. Equilibrio, questa è la parola che più di tutte le altre emerge ed è stata tirata in ballo da tutti gli insegnanti.

Abbiamo provato in tutti i modi a provocarli, a cercare di tirar fuori polemica o critica verso il sistema, l’approccio tradizionale all’educazione, ma niente, nessuna reazione sbilanciata. La loro idea è che proprio perché la scuola è comunitaria, i bisogni di tutti vanno ascoltati e rispettati. Quindi oltre al bisogno dei bambini di giocare ed essere sereni, c’è anche il bisogno dell’insegnante di trasmettere ciò che per lui è importante, ciò che ritiene utile nella vita e lo fa sentire un insegnante che ha sostenuto lo sviluppo dei bambini, così come non può essere ignorato il bisogno dei genitori di vedere nei propri figli delle competenze stimolate e accresciute.

Proprio ieri a cena con i ragazzi del documentario ci confrontavamo sul fatto che alcune scuole corrono il rischio di spostarsi eccessivamente dalla parte dei bambini escludendo completamente gli adulti, sia come insegnanti che come genitori, tendenza pericolosa a nostro avviso che può portare ad una distorsione del concetto libertario, democratico.

Quindi viva le scuole con lezioni frontali, compiti e orari fissi? No. Viva gli insegnanti con testa e sensibilità e le realtà che creano conflitti ideologici che permettono il cambiamento di prospettiva.

Emily Mignanelli