Martedì 7 febbraio, dopo 50 ore di viaggio, dopo 3 voli cambiati, dopo una notte offerta dalla TAP, perché il primo volo è partito con 15 ore di ritardo a causa di un incidente in aeroporto, e gli altri due in balia di continue turbolenze facevano presagire il peggio, abbiamo fatto il nostro ingresso in California con il corpo traballante e la canzone del telefilm O.C. che non riuscivo a togliermi dalla testa. Il sole californiano era solo un miraggio mentre una pioggia monsonica imperversava.

Mercoledì 8 con molta calma raggiungiamo la Diablo Valley School. Dico con calma perché la scuola è aperta dalle 9 alle 17 e ognuno può entrare quando vuole, unica regola è che vengano frequentate almeno 4 ore al giorno, per cui limite massimo diventano le 13. Appena entrati ci si trova in una sorta di anticamera, con una grande bacheca, con schedari e info varie appese. Uno di questi è un registro collettivo, dove ognuno accanto al proprio nome scrive orario di uscita e entrata, mentre ci guardiamo attorno arrivano un gruppetto di ragazzine, la più piccola avrà 9 anni e la più grande 13, che stanno scrivendo i loro nomi sul foglio delle uscite. Ognuno può uscire per andare dove vuole, purché sia raggiungibile a piedi, l’importante è che scriva dove va, a che ora esce e quando rientra. Loro stanno uscendo senza nessun adulto per andare al supermercato a comprare da mangiare e da Starbucks a comprare da bere.

Uno dei maestri ci accoglie, un portoricano dall’aria gioviale e affabile. Ci dà il benvenuto e ci chiede di non filmare nulla fino a lunedì, cosa che accogliamo di buon grado, peccato però, perché alcuni momenti sarebbero stati davvero epici, come il bambino che girava con 5 leccalecca in bocca blu fluo e dopo averli finiti schizzava in giro come una pallina da flipper impazzita. Ma prima di raccontarvi cosa abbiamo visto una precisazione è necessaria.

La scuola è una Sudbury School. Ne avevo già sentito parlare ma ammetto che fino a qualche mese fa non avevo mai approfondito la conoscenza. Il momento in cui sono entrata maggiormente dentro al loro approccio e filosofia è stato a novembre mentre eravamo in Tamil Nadu, nella scuola dove si beveva pipì per dare una coordinata a coloro che hanno partecipato a questo mese di incontri. Durante alcuni giorni di particolare spossatezza che ho trascorso a letto, la fondatrice del progetto ospitante mi passò alcuni libri, ovviamente quello dell’urinoterapia e uno riguardante la prima scuola Sudbury. Questa scuola fu fondata del 1968 da un gruppo di persone nel Massachusetts, alla ricerca di una realtà educativa con una forte impronta democratica, di autorealizzazione, di rispetto, libertà, scelta e responsabilità. Quello che in pratica avviene nelle Sudbury school è che i bambini sono liberi di scegliere cosa fare tutti i giorni e tutte le ore, non esistono lezioni, compiti, voti né divisioni per classi. Ricordo che mi colpì molto leggere la descrizione di come i maestri si comportano di fronte a richieste di apprendimento scolastico tradizionale da parte dei bambini. Nel caso riportato nel libro, un gruppo di bambini chiese di fare matematica. Normalmente un maestro si sentirebbe realizzato e orgoglioso della richiesta, perché noi associamo una grande importanza ad alcune aree del sapere, in particolare quelle letterarie-matematiche. Comunque il maestro citato non fu per nulla contento, al punto che si rifiutò, adducendo come motivazione che quella non poteva essere una richiesta proveniente dai bambini ma doveva aver avuto senza dubbio una spinta familiare, e finché i bambini non fossero stati in grado di portare argomentazioni valide per ricevere la lezione lui non l’avrebbe data ma avrebbe semplicemente messo dei libri a disposizione per loro.

Immagino già alcune facce dubbiose e cenni di dissenso arrivati a questo punto tanto che quasi vi sconsiglierei di proseguire la lettura, invece vi chiedo di tenere a freno le vostre emozioni -e resistenze costruite in anni di rappresentazioni sociali immagazzinate- e proseguire. Proverò ora a farvi una fotografia delle prime due giornate trascorse là, lasciando aperte domande e riflessioni, la prossima settimana avremo le varie interviste con gli insegnanti e spero che alcuni dubbi troveranno risposta e chiarimento.

Tornando al portoricano, dopo qualche indicazione ci lascia a guinzaglio sciolto liberi di poter girare e fare ciò che vogliamo, in pieno stile Sudbury. La scuola è composta da 10 stanze: atelier, sala del silenzio, aula computer, aula televisione-xbox-ps3-wii, laboratorio di chimica e elettronica (4 mq), cucina, ufficio, aula per mangiare e per JC (Justice Committee), bagroom (stanza con gli armadietti), una stanza più grande con biblioteca, pianoforte, giochi per i bambini più piccoli. La quasi totalità dei maschi si trova nelle due aule “digitali”, intenti a giocare a videogame più o meno cruenti, a finestre chiuse e luci spente. Alcuni di loro hanno trascorso l’intera giornata lì dentro. In cucina ci sono bambini a rotazione che scaldano i pasti portati da casa, in qualsiasi momento della giornata, non c’è un momento collettivo per mangiare, ma anche qui vige il principio della libera scelta sia nei tempi che nei cibi portati, che spaziano dalle caramelle gommose, alle pizze surgelate all’hummus con le carote. Nell’aula con il piano alcuni bambini e ragazzi improvvisano una discoteca, scegliendo musiche da youtube e imitandone i video (mostrando tra l’altro grandi capacità e talenti artistici). Un ragazzo è nell’aula del silenzio e legge un libro di geometria, a quel punto vengo invitata ad osservare il JC, ovvero il tribunale. I giudici e la corte di giustizia sono rappresentati da 4 bambini, due dei ragazzi più grandi e un adulto. Uno alla volta prendono in esame i vari casi, estraendoli da una scatola nella quale ogni giorno vengono raccolti. Esiste un modulo per sporgere denuncia, nel quale va indicato il nome del denunciato e di chi sporge denuncia, il luogo, l’orario, i testimoni, la descrizione del fatto, le possibili aggravanti e poi una parte viene compilata durante il JC, quando entrambi vengono interrogati e si compilano i campi riguardanti la sentenza, la dichiarazione del denunciato se colpevole o meno o se si avvale della facoltà di non rispondere. Menzione speciale qui la riceve il bambino di 6 anni, lo stesso dei leccalecca, che ha denunciato il fratello per avergli cambiato la posizione dei pezzi lego del suo “cool blaster”. Avvengono poi delle assemblee varie alle quali non ci è concesso partecipare, alle quali comunque partecipano pochissimi bambini e ragazzi. Ognuno ha almeno un tablet, pc o telefono. Qua siamo nella Sylicon Valley e molti dei genitori lavorano nell’ingegneria elettronica, come la famiglia che ci ospita che ci racconta che hanno valanghe di iPad, ipod, iphone, perché ad ogni conferenza vengono regalati e chi per lavoro deve partecipare è ovvio che ne accumuli parecchi.

In due giorni non ho visto un bambino chiedere aiuto ad un adulto, né tantomeno chiedere una lezione. Gli adulti sono nello spazio e fanno le loro cose finché non vengono interpellati, cose tipo: lavorare la maglia, leggere, scrivere, inviare mail, cucinare, bere caffè e chiacchierare.

La sensazione è quella di grandissimo rispetto tra tutti, di un clima di benessere sociale elevato, di grandi capacità emotive e comunicative, coltivate e nutrite giorno dopo giorno, di possibilità di ozio, lentezza rispetto dei tempi e sostegno ai propri talenti. Le uniche note stonate che non comprendo sono l’invasione delle tecnologie e l’alimentazione sfrenata e malsana che viene permessa. Se le nostre scuole si configurano come reazione al modello dominante, alla frenesia e delirio sociale che imperano, perché dargli così largo spazio nella scuola? Perché invece di chiudere nello sgabuzzino il laboratorio di chimica non vi si chiude la tv? Qual è il motivo pedagogico di tutti i videogiochi violenti presenti?

Queste sono solo alcune domande, non insinuazioni, alle quali spero la prossima settimane di aver trovato delle risposte più precise da darvi, con la certezza che questa scuola non racchiude la totalità delle Sudbury school, così come quando entrando in una scuola di qualsiasi definizione dovremmo evitare di considerarla l’etichetta ma solamente ciò che dentro davvero avviene, aldilà delle grandi parole spese. Dovremmo cancellare tutte le categorie che diamo alle nostre realtà: Montessori, democratiche, libertarie, Steineriane, ecc. e ridonare lustro alla parola scuola, già così perfetta di per sè. Vi lascio con una piccola sfumatura semantica, sapete da dove viene la parola scuola? Da “skholé che inizialmente indicava l’ozio, l’occupare piacevolmente il tempo libero”…

Emily Mignanelli