Il trionfo della Gazza ladra di Gioachino Rossini alla Scala la sera del 18 aprile scorso è dovuto all’estrema efficacia dello spettacolo, commovente e bello oltre ogni aspettativa, al valore dei cantanti, all’intelligenza e civiltà del pubblico scaligero che ha onorato il capolavoro rossiniano creato nel 1817 per il teatro milanese. L’idea di una gazza vivante impersonata da un’acrobata, la straordinaria Francesca Alberti, onnipresente in scena e motore costante dell’azione che volteggia sulla fune per il palcoscenico ha trovato un’ottima funzionalità nella regia di Gabriele Salvatores, eccezionale interprete della larmoyante vicenda della ragazza ingiustamente accusata di rubare dell’argenteria (la vera ladra era una gazza) e condannata a morte da un tribunale cieco e sordo all’umanità.

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Ritratto di Gabriele Salvatores, regista della Gazza ladra di Gioacchino Rossini.

Il portato attuale della vicenda era esibito in diversi modi e, se le allusioni ad una magistratura più pronta a punire che a scoprire la verità potevano sembrare generiche, la pistola di taglio moderno brandita da uno dei personaggi vittima dell’ingiustizia altrui, poteva essere vista come il caso di chi, scavalcando le istituzioni inette, vuol farsi giustizia da sé. Proprio in questo la regia ha sganciato il problema della condanna a morte per furto di sole due posate – motivato dalla legge marziale in vigore durante le guerre napoleoniche – dal mero fatto storico fino ad assumere una valenza universale per cui, se gli eventi umani sono in balia del cieco caso (la gazza), la macchina della giustizia, che dovrebbe essere impassibile, è invece messa in moto da passioni personali (il Podestà). Anche il ricorso alle marionette in scena, come doppi dei personaggi, sorprendentemente manovrate dalla Compagnia Marionettistica Carlo Colla e Figli, poteva essere letto come la rappresentazione metateatrale della visione di un mondo dominato da forze imperscrutabili che dirigono gli umani al di sopra del fragile ordine che vorrebbero dare alla propria vita. Difatti, proprio mentre il drappello dei soldati si avvia alla fucilazione della povera Ninetta, le posate vengono ritrovate e si corre au sauvetage della ragazza che torna in scena incolume. Non così avvenne nel fatto realmente accaduto da cui la trama della Gazza ladra prende origine. Chissà se nel 1817, la prima recita alla Scala dell’opera rossiniana non abbia influito anche sulla ideazione dei Promessi Sposi da parte di Manzoni. Le scene e i costumi di Gian Maurizio Fercioni erano improntati ad un momento imprecisato dell’800, probabilmente per suggerire un mondo agreste che intravede di lontano quello industriale simboleggiato da ruote dentate e da strutture metalliche. Anche qui la polisemia degli oggetti costituiva un valore chiaro e costante: gli ingranaggi perversi della trama che avvolgono la Ninetta sono gli stessi che indicano un mondo freddo, calcolatore, che si fida troppo della pura ragione. I colori variegati nei costumi avevano pure una funzione distintiva, non lontana dalla stessa dei costumi di un teatrino di marionette: nessun intento realistico, ma neanche fiabesco del costumista era così palese come l’evidenza di mettere in primo piano i caratteri dei personaggi anche a livello cromatico: ad esempio in bianco-panna l’ingenuo Giannetto, in nero-rosso il diabolico Gottardo ecc. Allineato a queste suggestioni era anche il disegno di luci di Marco Filibeck. La tenerezza dei movimenti coreografici di Emanuela Tagliavia emergeva nei due stacchi strumentali che intervallano il brindisi di Pippo.

PARMA, ITALY, DECEMBER 27: The Italian bass-baritone Michele Pertusi, considered one of the world's greatest interpreters of Falstaff, is preparing for a very busy opera season at the Verdi bicentennial. December 27, 2012

Ritratto del basso Michele Pertusi.

Il cast era formato da specialisti del canto rossiniano i quali hanno dato il meglio di sé a partire dal basse-baritone Alex Esposito in Fernando Villabella (prototipo di tutti i baritoni verdiani) che ha dato una prova suprema di presenza vocale e di perfezione nella recitazione: in lui era senz’altro il fulcro emotivo dell’opera, ma il pieno successo della serata era dovuto a tutta un’équipe di pura eccellenza: il Gottardo del basso Michele Pertusi, veterano del ROF, che ha conservato volume ed agilità confermandosi voce rossiniana, la meravigliosa ed agilissima in senso vocale e scenico soprano Rosa Feola, soprano, in Ninetta, protagonista effettiva dell’opera, il tenore contraltino Edgardo Rocha in Giannetto, che ha disegnato alla perfezione il carattere affettuoso del ruolo nella sua espressione belcantistica; bravissima Teresa Iervolino, pieno registro di mezzosoprano nel ruolo di una mamma Lucia giovane, dalla vocalità sontuosa e smagliante nelle agilità senza indulgere in nulla alla tentazione di rendere questo ruolo quello di una caratterista. Altro fulcro emotivo dell’opera era rappresentato al meglio da Serena Malfi, mezzosoprano nei panni di Pippo, altro ruolo di grande rilevanza belcantistica che l’artista ha assolto in modo egregio: brillanti e ben assestate le variazioni del brindisi Beviamo, tocchiamo a gara, commovente il duetto con Ninetta Ebben, per mia memoria, una nobile competizione di belcanto. Applausi anche per Paolo Bordogna in Fabrizio Vingradito, con il suo fraseggio da basso buffo rimasto tuttavia un po’ troppo mono-umorale anche quando avrebbe dovuto dimostrare una partecipazione emotiva più espressa di fronte ai tristi sviluppi del dramma: il ruolo di Fabrizio non ha nessun momento di assolo, è quindi importante interpretarlo in modo dinamico e sensibile.

4/15/16 5:18:38 PM -- Rosa Feola Portraits Hair and Makeup Nora Hess © Todd Rosenberg Photography 2016

Ritratto del soprano Rosa Feola. © Todd Rosenberg

Altissima anche la qualità delle parti di fianco, impeccabili per intonazione e caratterizzazione: i tenori Matteo Macchioni in Isacco e Matteo Mezzaro in Antonio, i bassi Claudio Levantino nel doppio ruolo di Giorgio e del Pretore e Giovanni Romeo in Ernesto. L’imponente presenza corale nell’opera era elegantemente sostenuta dal Coro del Teatro alla Scala, preparato da Bruno Casoni, che ha calibrato timbri e volumi delle diverse sezioni nelle situazioni sceniche in movimento. Per venire al direttore M^ Riccardo Chailly, bisogna affermare l’eleganza e la pertinenza con cui ha istruito e guidato l’Orchestra del Teatro alla Scala, nelle dinamiche e nei tempi ispirati al carattere brillante di quello che considero uno dei capolavori di Rossini e la flessibilità nel passare ai tratti elegiaci e affettuosi connaturati al genere semiserio cui appartiene la Gazza ladra. Alla fine applausi incontrastati e unanimi per tutti gli artisti, Chailly compreso, e per uno spettacolo di raffinata bellezza e intelligenza.

Andrea Zepponi