Al Teatro Tor Bella Monaca, dal 24 al 26 febbraio, va in scena Figli di un Dio minore di Mark Medoff, traduzione di Lorenzo Gioielli, con Giorgio Lupano e Rita Mazza nel ruolo di Sarah e con Cristina Fondi, Francesco Magali, Gianluca Teneggi, Deborah Donadio. Scene e costumi sono di Andrea Stanisci, le luci Francesco Traverso, le musiche di Daniele D’Angelo, il tema di Sarah è composto ed interpretato da Giorgia, e la regia di Marco Mattolini. Una produzione Artisti Associati e Officine del Teatro Italiano OTI con la collaborazione dell’Istituto Statale per Sordi di Roma.

È uno spettacolo dove non c’è la parola umana, e narra la storia d’amore tra l’insegnante di logopedia e la sua allieva. Rispetto al film del 1986 che conquistò cinque Oscar, più che all’amore si guarda alle implicazioni sociali. È un viaggio tra due mondi che si incontrano e si scontrano per poi capire che «Se l’uno si avvicina all’altro senza prevaricazioni, si possono abbandonare le proprie convinzioni, le proprie certezze e si va verso un mondo nuovo, pieno di scoperte».

Per TheMartian.eu abbiamo intervistato Giorgio Lupano.

Cos’è la “Parola Umana”?

È quello che per gli udenti è tutto, è quello che ci orienta nei primi giorni e mesi di vita nel mondo, i suoni, la voce della mamma e del papà. È un chiave della realtà che i sordi non hanno. Per loro è tutto tridimensionale, visualizzato e raccontato per immagini. È la prima discriminante tra il mondo dei sordi e quello degli udenti. Non a caso lo spettacolo inizia citando la Bibbia «In principio era il silenzio» da quel silenzio si poteva uscire solo con la parola umana. Il mio personaggio vuole insegnare ai sordi a parlare, a Sarah in particolare, perché per lui la parola è fondamentale per vivere nel mondo. Sarah invece sostiene che si può vivere benissimo anche senza la parola. Nel suo mondo è autosufficiente, ha la sua lingua madre, quella dei segni e non ha bisogno di altro. L’incontro tra queste due persone si rivela ben presto un incontro-scontro anche culturalmente.

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Foto di scena dello spettacolo Figli di un Dio minore, con Giorgio Lupano e Rita Mazza.

«Insegnanti che fanno finta di volerci aiutare ed invece vogliono glorificare solo se stessi». Quanto è vero ciò?

È vero che adesso si viene fraintesi, aiutare gli altri spesso lo si fa per essere utili, nel caso di Figli di un Dio minore, John Leedsun ha nella vita la missione di far parlare le persone. Deve riscattarsi perché non è stato capace di aiutare la propria madre. Quando uno decide di essere al servizio degli altri, dipende dalle motivazioni che ci sono dietro. Perché lo fa? Se lo fa per egoismo credo che in una società egoista come quella di oggi, l’io viene al primo posto. Per qualsiasi motivo lo faccia, ben venga.

Perché Sarah dice «Noi vogliamo cambiare gli altri a nostra immagine e somiglianza»?

Parlare sarebbe rinunciare alla mia natura, alla mia lingua. È per questo che vuoi cambiarmi a tua immagine e somiglianza. Tornando alla domanda di prima «Perché voglio aiutarla?» Perché sono bravo? Credo che nella vita ciò non accada molto, non credo che le persone vogliano cambiare gli altri per farne delle copie. Ognuno, in una storia d’amore cerca di cambiare l’altro ma è un venirsi incontro, non bisogna esagerare, perché se ci si innamora di qualcuno si sa com’è fatto ed è inutile cercare di cambiarlo troppo. In questo caso è legato alla missione di James, l’insegnamento della lingua parlata che insiste a portare avanti con Sarah e lei invece rifiuta totalmente.

Foto di scena dello spettacolo Figli di un Dio minore, con Giorgio Lupano e Rita Mazza.

Foto di scena dello spettacolo Figli di un Dio minore, con Giorgio Lupano e Rita Mazza.

Il rapporto tra Sarah e la madre non esiste perché alla nascita la madre l’ha rifiutata come una vergogna. Se fosse stata accettata come sarebbe stata Sarah?

Beh questo dovresti chiederlo a Sarah, oppure all’attrice che interpreta sua madre, per sapere come si sono immaginati il personaggio. Non ci siamo chiesti questo, semplicemente perché è un dato di fatto. L’autore ha stabilito che è così. Sarah nasce sorda in una famiglia di udenti e questo comporta delle difficoltà. Il padre rifiuta questa cosa e se ne va di casa, la madre non vuole imparare la lingua dei segni. È una situazione che può accadere quando bambini sordi nascono da genitori sordi, udenti che nascono da sordi e si chiamano CODA, sordi che nascono da udenti. Noi abbiamo il copione in cui Sarah è descritta così, quindi non ci siamo chiesti come sarebbe stata se le cose fossero andate diversamente.

Come sarebbe vivere in un mondo governato da gente che non ci capisce?

Esattamente com’era in America negli anni ‘80 quando è stato scritto questo testo. Nelle scuole per l’insegnamento dei sordi, i docenti erano udenti. In America hanno fatto delle battaglie e adesso c’è l’unica Università diretta da insegnanti sordi. In Italia invece stiamo ancora al punto in cui la lingua dei segni, non è riconosciuta come lingua ufficiale, a differenza di quasi tutti i Paesi Europei. Come ci si sente? Lo sanno benissimo i sordi che ancora adesso fanno fatica ad essere accettati. Gli viene negata un’identità culturale perché gli viene negata una lingua madre ufficiale.

Come ti sei preparato?

Sono andato a lezione un anno e mezzo all’Istituto per Sordi qui a Roma a prendere lezioni per il linguaggio dei segni. Questa è una prima parte, come dice Orin all’inizio «Pensa che adesso può comunicare con noi solo perché ha imparato a segnare», dopo bisogna imparare a lavorare insieme, a capirsi. Una persona che nasce sorda e quindi nasce senza un senso fondamentale che è l’udito, impara a conoscere il mondo da un altro punto di vista usando altre cose e quindi non si può pensare di lavorare insieme partendo dagli stessi presupposti, perché la realtà di queste persone, così come di quelle che hanno un’altra religione, un’altra lingua, è una realtà che devi conoscere andando oltre i segni. Mi sono preparato parlando con loro, cercando di leggere libri, vedere film, documentari e piano piano mi si è aperto questo mondo che per tante cose ancora mi è precluso. Innanzi tutto perché non sono sordo e quindi non potrò mai capire cosa significa esserlo. In questi tre anni di lavoro da parte mia è stato fatto qualche passo per capire anche veramente di che cosa stiamo parlando con questo spettacolo, cosa vogliamo veramente dire con questo spettacolo.

Figli di un dio minore Rita MAzza Giorgio Lupano

Foto di scena dello spettacolo Figli di un Dio minore, con Giorgio Lupano e Rita Mazza.

Cosa volete dire?

Far capire che esistono altri punti di vista sulle cose, che la maggioranza di cui noi facciamo parte, mediamente sani, mediamente colti, ha disegnato la realtà su misura per sé ma insieme alla maggioranza esistono anche tante minoranze che possono essere dovute a differenze religiose, culturali, etniche. La realtà che noi conosciamo, vista da un altro punto di osservazione è diversa, smette di essere perfetta, smette di essere disegnata su misura per noi, presenta delle difficoltà da superare e, mettersi nei panni degli altri ti fa capire che le tue convinzioni non sono dei dogmi assoluti. Come inizia lo spettacolo? Parla, no! Entra nel mio mondo, no! Impara la mia lingua, no! no! No… e finisce con «Ti aiuterò se tu mi aiuterai» vuol dire Io vengo verso di te ma tu contemporaneamente devi venire verso di me. Due mondi non potranno conoscersi se uno dei due prevarica l’altro ma bisogna andare l’uno verso l’altro, bisogna mettersi nei panni dell’altro, bisogna capire quanto di noi possiamo abbandonare delle nostre convinzioni, delle nostre certezze per andare verso qualcosa che non si conosce e che può essere una fonte di scoperte. Le verità che James porta con sé all’inizio della storia non ci sono più alla fine, perché ha capito che per entrare nel mondo di Sarah e lei nel suo, bisogna trovare un punto d’incontro.

«La sordità è un silenzio pieno di suoni»…

È quello che dice Sarah e noi dobbiamo crederci perché non siamo sordi. È un modo poetico per dire che nella sordità non c’è silenzio. Nello spettacolo non ci sono dei momenti di vuoto, di mancanza di comunicazione, comunque c’è qualcosa che accade. La sordità è un silenzio ma è pieno di vibrazioni, colori, immagini, calore e tanto altro. Non è vero che lì dove manca un senso s’interrompe la comunicazione con il mondo esterno. I sordi sentono le vibrazioni in maniera più evidente di quanto le sentiamo noi. È un modo poetico per dire «Non credere che quando nessuno mi parla sto isolata come se fossi un oggetto. Il mio cervello continua a lavorare»… è un invito a non considerarli menomati, nel senso che manca un senso e c’è qualcosa in meno, ma ciò non svia da altre cose. In scena anche gli altri due ragazzi hanno una mimica pazzesca. Ciò a significare per gli altri «Non pensate che siamo chiusi nel nostro mondo perché è un mondo pieno di cose».

Elisabetta Ruffolo