Ho scoperto Jean-Michel Folon molti anni fa, grazie a una pubblicità del metano Snam. Disegni animati di una semplicità disarmante che lasciavano senza fiato. Equilibrio, bellezza, semplicità. I tre elementi che ho sempre cercato, erano lì, in una pubblicità. Un colpo di fulmine. E così, a molti anni di distanza mi sono ritagliato il tempo per visitare una vera Chicca, la Fondation Folon, a La Hulpe, a due passi da Bruxelles in Belgio.

Colori sfumati, abiti scuri, visi uniformi, essenzialità e una incontenibile (per la fortuna del genere umano) predilezione per l’acquarello. Questo spesso identifica Jean-Michel Folon. Ma lui è molto di più. Molto più di un semplice illustratore, pittore, grafico, scultore, nonché creatore di manifesti pubblicitari. In sintesi, un creatore di emozioni. Belle, semplici.

Guardi i suoi (capo)lavori e stai bene dentro.

Qualunque tecnica abbia scelto di usare e in qualunque campo abbia lavorato, le sue immagini sfumate sono sempre state tese a rivelare la bellezza nascosta della realtà.

Pochi tratti, a svuotare più che riempire, per dare leggerezza e suggerire, più che definire. E sta proprio qui la chiave di lettura, le sue opere affascinano, catturano, stupiscono proprio per la loro semplicità, la loro purezza. Non vi è mai un dettaglio di troppo. Spazio lasciato alle emozioni, quasi in una voluta contrapposizione con il mondo della sovrabbondanza che è intorno, soffocato dal proprio eccesso.

Decisamente una visione insolita del rapporto spazio-temporale, che apre a innumerevoli interpretazioni. Lo spazio creato da Folon è quasi sempre disomogeneo, a portare in scena realtà diverse, in illogico equilibrio. Le figure sembrano trasparenti, quasi a volerne mostrare l’anima e dove le contraddizioni e le contrarietà imparano il diritto di coesistere. Eppure, sebbene le figure siano sempre rarefatte nella scena, due categorie semantiche ridondanti rendono possibile la lettura uniforme di una storia, sono la libertà e la spiritualità che attraversano ogni sua opera. L’influenza dei surrealisti e di Picasso è lì, ben visibile lungo l’intero arco del suo lavoro, del resto è da lì che ha iniziato una volta gettati alle ortiche gli studi di Architettura negli anni ’50, quando lascia Bruxelles per Parigi.

Il trampolino di lancio verso il grande pubblico gli è offerto nel 1960 quando riviste americane del calibro di Esquire, The New Yorker e Time, gli permettono di creare le loro copertine. Chiarezza del messaggio, essenzialità, colore. Lo sfondo caratterizzato da una quasi totale indeterminazione, uniforme con colori sempre tenui o pastello, con tonalità che spesso variano tra il blu e il malva. L’accoglienza è indubbiamente positiva (e come sarebbe potuto non esserlo?). La carriera di illustratore è ufficialmente aperta. Il mondo può cominciare a godere del suo tratto.

“Ma perché limitarsi?” deve aver pensato Folon. La visione del suo tempo non conosce il limite di un unico standard espressivo e, dunque, spazio a nuove esperienze con la creazione di cartoni animati, la filatelica, l’allestimento di scenografie, sculture e, quasi a ricalcare i passi di Henri de Toulouse-Lautrec, locandine per gli eventi culturali più disparati, fino a disegnarne per i film di Woody Allen. Non solo, come molti altri artisti Folon è stato testimone e soldato del suo tempo. Le sue battaglie civili con Amnesty International hanno toccato la pena di morte, la guerra, la fame, la miseria del mondo. Attraverso le sue immagini, essenziali e mai gratuite, ha dato risposte semplici, chiare, a questioni complesse.

Ma, quale che fosse il mezzo espressivo scelto, a ben guardare, in tutte le sue opere il mondo reale è sempre rappresentato, a prescindere dalla logica delle dimensioni e dove la prospettiva ha un linguaggio proprio in uno spazio che si percepisce aperto, oltre il confine dettato dal materiale di supporto, quasi in attesa di una cornice che non c’è.

Diceva: «Quando disegnano, i bambini cominciano dal sole e dagli elementi naturali. Anch’io parto dagli elementi più semplici, il mare, un occhio, una nuvola, per scoprire l’incanto del mondo». Ogni volta che mi sono trovato davanti a un acquarello di Folon, il susseguirsi di sensazioni ha sempre seguito un protocollo emozionale preciso, quasi un riconoscersi nell’animo. Lo spazio si fonde in un coacervo visivo con gli oggetti e il soggetto, in cui il soggetto stesso smette di essere unico, adattandosi ad una nuova molteplicità data dall’osservatore che diviene parte di quello stesso spazio, in una silenziosa fusione delle loro identità. Del resto, usava dire «Ho soltanto cercato di fissare i miei sogni, con la speranza che qualcuno ci attacchi i suoi». Tentativo non banale. Riuscito, direi.

I suoi personaggi sono minimalisti, sospesi nell’aria, con contorni sfumati che ammorbidiscono i contrasti. Nessuna emozione sui loro volti uniformi, salvo forse una traspirante tranquillità.

L’omino, che appare spesso nelle sue opere, vestito di un banale cappotto e di un cappello, che pare un omaggio al surrealismo e all’ironia del grande Magritte, viaggia attraverso i suoi e i nostri sogni. Lo si ritrova seduto, in una scultura di bronzo, su una spiaggia del mare del Nord, a Knokke sulla costa belga, ricoperto dall’acqua ad ogni marea, “immerso” nello spettacolo della natura, di quella natura costante imprescindibile nella matita di Folon. La sua matita evoca semplicità, pace, rimanda a valori universali di rispetto della diversità, del valore di ogni singolo individuo. Ci raccontano della possibilità non utopistica di un mondo migliore. Non è un caso che Jean-Michel Folon sia anche stato ambasciatore dell’Unicef.

«L’arte è un rifugio»: era una delle sue espressioni preferite. Ciò non ha mai però significato dimenticare la realtà, piuttosto un tentare di mettere le ali per avere la sensazione di sfuggire un pò ai nostri affanni. Basta infatti seguirlo attraverso i suoi spazi aperti e lungo quei tipici territori multicolori illuminati da lievi arcobaleni, per (ri)trovare la speranza. Per staccarsi un poco dalle bruttezze del quotidiano e tornare per un attimo (consapevoli) bambini.

È nato in Belgio, Folon, un Paese che conosco bene, il Paese di Magritte, di Simenon e di Jacques Brel, di cui mi pare condivida la capacità di osservare, con tenerezza e senza giudicare, le meschinità e le piccole follie del quotidiano.

Folon se ne è andato qualche anno fa. Folon era un illustratore capace di rappresentare delicatamente le sfumature del cuore. Ciò gli ha permesso di dare forma ai suoi sogni infantili, che sono universalmente infantili, presenti in ogni adulto. Così, ha indicato a modo suo come la nostra esistenza dovrebbe essere vista e, certamente, come dovrebbe essere vissuta: con smisurata poesia e leggerezza, contro la volgarità imperante.

Scoprire Folon è come ammirare per la prima volta un pifferaio magico, un mago, un pasticcere, un clown. Tutta la magia dell’infanzia che ci riporta al nostro essere più nascosto e vero sono racchiusi nella sua sintesi artistica. E guardando le sue opere percepiamo un invito a riscoprire quel gioco lontano che da bambini ci sembrava fosse la relazione con la natura.

Se ne consiglia l’assunzione in dosi massicce. Per tornare a guardare il mondo (almeno per un pò) con i nostri occhi di bambino.

Massimo Fusaro