Nelle ultime settimane è aumentato il numero di migranti che cercano di attraversare, anche illegalmente, il confine degli Stati Uniti per rifugiarsi in Canada. Le misure anti-immigrazione di Donald Trump e il messaggio di tolleranza lanciato dal Primo ministro canadese Justin Trudeau hanno spinto centinaia di persone, che temono di essere arrestate o rimpatriate, a percorrere i sentieri che dal Montana, dal Dakota del Nord o dallo stato di New York portano in Canada. Fuggono come possono; moltissimi a piedi, camminano nella neve, sfidano le temperature glaciali dell’inverno nordamericano e rischiano la morte per assideramento pur di guadagnare una prospettiva di vita migliore.

Sentieri antichi, già battuti dai giovani statunitensi che negli anni Sessanta del XX secolo scappavano in Canada per sfuggire agli obblighi di leva imposti dalla guerra in Vietnam, ma in misura maggior e ben prima di loro dalle tribù indiane che, nella seconda metà dell’Ottocento, cercavano riparo in Canada per non sottostare al sistema delle riserve voluto da Washington.

Come la tribù dei Nasi Forati, che abitava nei territori compresi tra l’Oregon, lo stato di Washington e l’Idaho, nel nord-ovest degli Stati Uniti. Nel 1877 alcune bande di Nasi Forati, braccate dall’esercito statunitense e guidate dal loro capo Giuseppe, furono protagoniste di una drammatica e rocambolesca fuga.

I Nasi Forati erano un’eccezione tra i pellirosse. A differenza degli indiani delle pianure, come i Sioux e gli Cheyenne, erano di indole pacifica ed avevano abitudini semi-nomadi; dai primi contatti con gli americani, all’inizio dell’Ottocento, al primo trattato stipulato con gli Stati Uniti, nel 1855, non avevano mai ucciso un uomo bianco; la loro abilità del commercio li aveva portati ad instaurare relazioni amichevoli con i coloni che si erano insediati nei territori circostanti; molti di loro si erano persino convertiti al cristianesimo. Tutto ciò non li protesse dalla fame di terra dei nuovi venuti. Il territorio su cui gli era consentito vivere venne progressivamente ridotto finché, con il trattato del 1855, vennero confinati tra la riserva indiana di Lapwai, nell’Idaho centro-occidentale, e l’area intorno alla valle Wallowa, nel confinante Oregon nord-orientale.

La scoperta dell’oro, nel 1860, nelle montagne della zona e il continuo afflusso di nuovi coloni bianchi indussero il governo di Washington a proporre un nuovo trattato nel 1863. In base alle nuove condizioni, l’area complessiva a disposizione dei Nasi Forati sarebbe stata ridotta da 26.000 a 3.000 chilometri quadrati, la valle Wallowa sarebbe stata completamente aperta alla colonizzazione bianca e tutti i Nasi Forati avrebbero dovuto sistemarsi nella riserva Lapwai dell’Idaho, il cui territorio sarebbe stato comunque ridimensionato. Il trattato del 1863 venne firmato dalle bande dei cosiddetti Nasi Forati “settentrionali”, che già vivevano nella riserva Lapwai, ma il capo dei Nasi Forati “meridionali”, Tuekaks, si rifiutò di rinunciare alla valle Wallowa – che gli indiani chiamavano la valle “delle acque serpeggianti” – per trasferirsi a nord nella riserva Lapwai. Da allora la prima fazione venne dai bianchi chiamata dei “Nasi Forati del trattato”, per distinguerla dai Nasi Forati “del non trattato”.

In quegli anni gli Stati Uniti erano lacerati dalla guerra civile (1861-1865) e i Nasi Forati “meridionali”, benché si fossero rifiutati di cedere la loro vallata per spostarsi nella riserva, furono lasciati in pace dall’esercito. Con la fine della guerra di secessione, però, le pressioni dei bianchi sulle terre dei Nasi Forati ripresero, accompagnate ed amplificate dalle attività di lobbying dei rappresentanti delle imprese, come la Wallowa Road and Bridge Company, che avevano investito ingenti somme di denaro per lo sviluppo del commercio e dell’allevamento in quell’area.

Nel 1871 il capo Tuekaks morì e il comando passò al suo figlio maggiore, al tempo trentenne, che i bianchi chiamarono Giuseppe perché il suo nome indiano era difficile da pronunciare. Il giovane capo mantenne la linea politica del padre ed anzi giustificò il suo rifiuto nel cedere la valle Wallowa non solo perché sacra per il suo popolo, ma molto cara a lui stesso per la presenza della tomba paterna. Nel giugno 1873, la pacifica e ferma resistenza dei Nasi Forati “del non trattato” apparve vincente: il presidente degli Stati Uniti, Ulysses Grant, emanò un ordine esecutivo con il quale riconosceva il diritto dei Nasi Forati sulla valle, che quindi veniva dichiarata chiusa agli insediamenti bianchi.

Ma i bianchi avevano già, negli anni passati e a più riprese, sconfinato nel territorio indiano e le autorità civili e militari non erano mai intervenute, malgrado le rimostranze dei Nasi Forati. Le violazioni dei confini e, non di rado, le angherie e i soprusi dei bianchi ai danni degli indiani rendevano difficile la convivenza, ma i Nasi Forati, sotto la guida di Tuekaks prima e di Giuseppe poi, evitarono sempre di rispondere a qualsiasi provocazione e non reagirono mai con atti violenti.

Tuttavia, gli interessi degli imprenditori bianchi e la sempre crescente pressione fisica dei coloni spinsero il governo statunitense a cambiare atteggiamento: un nuovo ordine esecutivo della Casa Bianca, il 10 giugno 1875, dichiarò la valle Wallowa aperta alla colonizzazione bianca e dispose per il trasferimento dei Nasi Forati nella riserva Lapwai. Il braccio di ferro tra capo Giuseppe e le autorità governative durò un paio d’anni finché, nel maggio 1877, un ultimatum del generale Oliver Otis Howard convinse il capo indiano a trasferirsi nella riserva per evitare uno scontro con l’esercito.

Il generale aveva dato agli indiani trenta giorni per radunare persone, bestiame e cose e lasciare la valle. Giuseppe, dopo aver inutilmente cercato di ottenere più tempo per curare meglio il trasferimento della sua gente, fece radunare le mandrie di bovini e cavalli sparse per il territorio, diede ordine di smontare i villaggi e iniziare il viaggio che li avrebbe condotti a Lapwai. Mentre cercavano di guadare il fiume Snake in piena, capo Giuseppe ordinò a un gruppo di guerrieri di attendere il momento propizio per passare sull’altra sponda con le mandrie: un gruppo di bianchi approfittò dell’occasione per attaccare gli indiani che sorvegliavano il bestiame e razziare una parte della mandria.

Era l’ennesima offesa arrecata dai bianchi agli indiani. La rabbia per la razzìa subita e il dolore per dover abbandonare la propria terra suscitarono in alcuni giovani guerrieri sentimenti di vendetta. Malgrado i tentativi di capo Giuseppe e dei capi delle altre bande per scoraggiare i giovani dal compiere atti violenti contro i bianchi, il 13 giugno 1877 alcuni gruppi di giovani guerrieri lasciarono i loro accampamenti per attaccare le fattorie presenti nella regione. In due giorni di scorrerie diversi bianchi furono uccisi e i racconti dei sopravvissuti fecero temere a tutti i bianchi dell’area che stesse per scoppiare una guerra indiana.

Giuseppe avrebbe potuto proseguire per la riserva e lasciare che i giovani guerrieri responsabili delle uccisioni venissero giudicati per le loro azioni, ma non se la sentì di abbandonarli al loro destino. Inoltre, aveva il timore che il generale Howard non avrebbe creduto che le tragiche uccisioni fossero soltanto il risultato di un piccolo gruppo di giovani esaltati che aveva agito di testa propria ignorando le direttive dei capi. Decise quindi di fuggire dalla regione e iniziò la lunga fuga che avrebbe dovuto portare la sua tribù oltre il confine canadese, dove avrebbero potuto chiedere ospitalità a Toro Seduto, rifugiatosi da poco in Canada con i suoi Sioux.

In un mese e mezzo la tribù di capo Giuseppe – circa 800 persone di cui soltanto un terzo guerrieri – percorse più di 2.500 chilometri guadando fiumi, attraversando boschi, oltrepassando montagne e portando con sé i pochi averi e il bestiame che erano riusciti a radunare.

Durante la fuga, inseguiti dalle truppe del generale Howard, i Nasi Forati si scontrarono più volte con gli inseguitori, riuscendo anche a distanziarli grazie all’abilità strategica di capo Giuseppe. Ma la superiorità tecnologica dei bianchi risultò determinante: Howard telegrafò a Forte Keogh, nel Montana, per far intercettare gli indiani in fuga. Il 30 settembre, le truppe al comando del colonnello Nelson Miles sorpresero i Nasi Forati a una sessantina di chilometri dal confine con il Canada, durante una sosta che capo Giuseppe aveva concesso per permettere ai più deboli della tribù di recuperare le forze, in vista dell’ultimo sforzo che li avrebbe portati in salvo.

I cinque giorni in cui gli indiani furono bloccati dai soldati del colonnello Miles permisero ai reparti del generale Howard di recuperare il ritardo accumulato. Una forte nevicata aveva reso ancor più complicata la situazione degli assediati e il 5 ottobre capo Giuseppe, consapevole di non avere più possibilità di sottrarsi all’assedio dei militari se non abbandonando i più deboli della tribù, si arrese:

“Fa freddo e non abbiamo coperte. I bambini piccoli gelano. Della mia gente, alcuni sono fuggiti sulle colline e non hanno coperte né cibo; nessuno sa dove siano, forse stanno morendo di freddo. Voglio avere tempo di cercare i miei figli e vedere quanti ne riesco a trovare. Forse li scoprirò tra i morti. Ascoltetemi, miei capi. Sono stanco; il mio cuore è triste e malato. Da dove si trova ora il sole, io non combatterò mai più”.

Giuseppe fu definito dai bianchi il “Napoleone indiano”, per l’abilità grazie alla quale, benché fortemente rallentato dalla presenza di donne, vecchi e bambini, riuscì a distanziare le truppe che lo inseguivano.

Ma la grandezza di capo Giuseppe non era limitata alle sue indubbie doti di stratega. Negli anni che precedettero la fuga del 1877, quando accettò il trasferimento verso Lapwai, quando decise di non abbandonare i giovani guerrieri che avevano ucciso i bianchi e infine quando si arrese al generale Howard rinunciando a qualsiasi ipotesi di sortita, il pensiero che guidò le sue azioni fu sempre e innanzitutto il benessere della sua gente.

Oggi, nella valle Wallowa, c’è una cittadina che si chiama Joseph.

Giovanni Ciprotti