La degradazione della figura del cantante perpetrata dalle attuali tendenze registiche nel mondo dell’opera lirica è un segno dei tempi che rivela un adeguamento sempre più forte con quello che si intende per pensiero unico e per esaltare sempre più l’onnipotenza di una regia che più o meno intelligibilmente ma arbitrariamente destruttura trama e personaggi e attualizza in modo abnorme per sganciare il più possibile l’opera dalle attese razionali del pubblico. Già tanto significativo quanto destabilizzante il fatto di vedere nella locandina precedere la regia, le scene, le luci, i costumi ed altri tecnici i nomi dei cantanti. La lettura registica dell’Idomeneo di Mozart al Teatro Manzoni di Pistoia per la Stagione Sinfonica Promusica dell’80 Maggio Musicale Fiorentino da parte di Damiano Michieletto nell’allestimento già realizzato a Vienna per il Theater an der Wien, attua il degrado totale di ogni elemento proprio del melodramma che ha il suo profilo storico-estetico-musicale ben definito per veicolare un messaggio ideologico fin troppo riconoscibile: la medicalizzazione della vita umana, i temi della bioetica, il rapporto competitivo con la natura. Nel filmato imposto agli spettatori durante l’ouverture si presenta programmaticamente un bambino che viene vestito come un adulto e rappresenta il nuovo ordine mondiale fatto di scollamento tra generazione dove non c’è più nulla di etico e tutto è subordinato ad una visione medicale della vita e non il conflitto tragico interessa alla regia, ma solo i suddetti temi; la scena fissa è un non luogo ambiguamente connotato come un reparto ospedaliero e una distesa di rena cosparsa di scarpe militari, involucri e relitti di esseri umani che vengono accarezzati, cullati e venerati in una specie di disgustoso ricorrente rito delle scarpe, il mostro evocato più temibile è una malattia contagiosa e figuranti coperti di sangue che minacciano di spargere un contagio, ciò che è culturale – cultuale (il sacrificio da offrire ad Apollo) è assimilato al naturale (proiezioni martellanti e pulsanti di ecografie del feto che detta la sua legge al posto della divinità), scene di isteria collettiva di un coro in mutande spogliato della sua dignità e inerme di fronte al nuovo ordine mondiale, tutti i personaggi invariabilmente degradati dal loro status anche morale: il re Idomeneo, padre di Idamante, che subisce il conflitto tragico tra dover immolare il proprio figlio a Nettuno e l’amore paterno, diventa un nevrotico internato in ospedale che in realtà mostra di temere il proprio figlio e il suo avvicendarsi sul suo trono (elemento affatto contrario alla trama); Elettra, solo per il fatto di amare Idamante e di reclamarlo, viene connotata in modo spregevole: si spoglia in scena e si riveste di abiti smaccatamente sexy e scollacciati – una serie di stereotipi estetici di una ripetitività irritante – per poi immergersi alla fine in una pozza di melma e uscirne imbrattata fino ai capelli prima di crollare morta a terra e che il cadavere fosse calpestato dal coro; Ilia, incinta e partoriente alla fine dell’opera, diventa il termine supremo di tutta la vicenda che non si esaurisce con la morte – arbitraria – di Idomeneo circondato di ceri come in una veglia funebre, ma con il suo parto in scena. Il marasma è totale e l’impressione più ricorrente è la ridondanza che ingenera monotonia di ogni messaggio che si tenta di veicolare senza far capire il nesso con la trama, e la spocchia di ricreare il mito strumentalizzandolo per fini chiaramente ideologici. Il resto erano posticce cortine di fumogeni per rendere indefinita l’atmosfera indotta dalla scenografia pesantemente miserabilista di Paolo Fantin. Il quadro era poi completato da un Michael Schade nel title rôle letteralmente inadeguato per eseguire il canto mozartiano: emissione disordinata, registri ineguali (quello medio-basso baritonaleggiante, sbiancato in acuto), un fraseggio nervoso, slabbrato e irrispettoso della scrittura e dello stile con inserimenti di interiezioni musicalmente e teatralmente oscene neanche degne del peggior verismo. Quanto di più lontano da quello che dovrebbe essere il capostipite degli Heldentenor. Finché, dopo un vociare più o meno indistinto e una pronuncia italiana a dir poco grottesca (la parola “funnesto” reiterata incorreggibilmente), la stecca inevitabile è arrivata su Oh me felice! del finale. Impietoso sarebbe parlare del momento solistico principale Fuor del mar, nella versione, ci si poteva scommettere, semplificata. Inversamente più adeguate erano la Ilia del soprano Ekaterina Sadovnikova, vocalmente a posto, ma stilisticamente no (portamenti eccessivi, dinamiche antimusicali) e l’Idamante del mezzo Rachel Kelly, stilisticamente a posto, ma vocalmente no ( un continuo vibrato largo non appoggiato sul fiato). Punti di forza del cast erano invece, nonostante le innumerevoli penalizzazioni della regia, l’Arbace del tenore Leonardo Cortellazzi, che ha mostrato a tutti come si canta Mozart con una vocalità aperta e generosa, consapevole dei livelli espressivi e dello stile che avremmo voluto sentire anche nella prima aria Se il tuo duol purtroppo tagliata, la lezione di canto italiano e di dizione del basso Mirko Guadagnini nel gran sacerdote di Nettuno, e la superiorità tecnico-espressiva della Elettra di Carmela Remigio, non valorizzata appieno da una direzione sbrigativa e più votata al sembrare che all’essere: tempi accelerati da orchestra baroccara con forzato basso continuo al clavicembalo che spandeva una stucchevole patina sonora di argenteria e lunghi, strampalati e strimpellati assoli alla tastiera (alla Rameau per intenderci) nei recitativi (“secchi” in partitura), tanto per confondere le estetiche: un’opera al vertice del classicismo mozartiano patinata di barocco e attualizzata nel più squallido piattume della modernità. I contrasti non potevano essere più forti senza dare il senso di una vera coesione organica tra il fatto scenico e quello musicale. Direi di non dover spendere altre parole su di un lavoro che avrà pure riscosso successo nell’ambiente europeista viennese, ma che a Pistoia, dove io l’ho veduto e sentito il 30 aprile scorso, ha incontrato un successo relativo al valore di singoli cantanti ed è stato applaudito apertamente solo alla fine perché durante l’esecuzione i silenzi dopo i singoli numeri erano imbarazzanti o attenuati dagli svolazzi posticci del cembalo.

Andrea Zepponi

Idomeneo

Dramma per musica in tre atti

Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Libretto di Giambattista Varesco dall’Idoménée di Antoine Danchet

Prima rappresentazione: 29 gennaio 1781 al Teatro Cuvilliés di Monaco di Baviera

Direttore Gianluca Capuano

Regia Damiano Michieletto

Scene Paolo Fantin

Costumi Carla Teti

Luci Alessandro Carletti

Video design Rocafilm

Idomeneo Michael Schade

Idamante Rachel Kelly

Ilia Ekaterina Sadovnikova

Elettra Carmela Remigio

Arbace Leonardo Cortellazzi

Il gran sacerdote di Nettuno Mirko Guadagnini

La voce dell’oracolo Chayoung Lee

Maestro del Coro Lorenzo Fratini

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino