Il concetto di “terroir” può sembrare astratto, quasi un’accezione alchemica.. spiega in realtà molto bene l’insieme delle forze messe in campo per realizzare un vino, ma il più delle volte non è che un efficace mezzo per impressionare l’acquirente. Non bisogna mai scordare che il vino è pur sempre una merce e che spesso il parlarne con grande trasporto e poesia è soltanto finalizzato alla vendita. Il terroir sarebbe la somma dei vari fattori naturali che accadono per realizzare un vino. Il concetto di terroir è stato ovviamente coniato in Francia, patria dei più grandi creatori di espressioni astrattive per vendite a latere. Cioè di parole che in fin dei conti non servono a molto ma hanno un grande potere evocativo utilizzato per suggestionare un possibile acquirente e farlo scivolare in maniera sottile all’acquisto finale.

L’acquisto. Il successo maximo della nostra era. In questo caso la suggestione è quella di un vino giusto, equo, naturale, sostenibile e culturale. In molti casi il terroir non è che una parola. Spesso i grandi lavori vengono svolti in cantina e non in vigna e non c’è un particolare ascolto delle piante e della loro espressività.
Gli elementi naturali che compongono la tavolozza terroir sono: Geografia (ovvero dove la vigna sta) e quindi anche Clima, Esposizione (nord-sud-est-ovest) Terreno (ci sono zone più adatte alla vite così come ce ne sono di più adatte ai pomodori e al mais.. se rispettato e non bombardato con chimica produce un’infinità varietà di micro-organismi che daranno apporti “magici” al vino) Conformazione geologica Piante (età, tipo di cloni, se sono varietà autoctone etc. etc.) Circostante ovvero: zona industriale? Vigneti pieni di pesticidi? Foresta vergine? Campagna?

Infine: l’uomo. Per quanto da millenni si cerchi di distanziarci dalla natura, da lì veniamo e lì torneremo.
E visto che giochiamo un ruolo non secondario nella produzione di un artefatto assolutamente umanoide entriamo di diritto nel magico terreno del Terroir. Il vino lo ha inventato l’uomo. La vigna l’ha inventata l’uomo. La vite no. Il vino viene pensato e rimuginato prima di essere realizzato. Ogni cantina ha libri mastri, in alcuni casi vecchi di secoli, dove vengono annotate pratiche enologiche e agronomiche nonché errori, pensieri e quanto rientri nella produzione. Il vino prodotto oggi da una qualsiasi azienda o artigiano non è che la somma dei vini prodotti finora filtrata però dall’uomo che coi suoi pensieri, idee e decisioni condizionerà il risultato finale. Non voglio perdermi nel Terroir, perché è un concetto si evocativo e potente ma può anche essere fuorviante. Voglio però parlarne con un esempio pratico ovvero raccontando brevemente due aziende. Una che fa vini assolutamente naturali ma con un Terroir che è quel che è, ovvero in una zona non particolarmente vocata e un’altra che invece si avvale di una enologia canonica, usa prodotti chimici sia in vigna che in cantina ma ha vigneti in luoghi con una grande impronta territoriale. Tra gli assaggi più positivamente sorprendenti del ritorno in Italia metto sicuramente ReNudo un sangiovese da macerazione carbonica fatto dai fratelli Tomassetti a Castel Colonna, una quindicina di
km all’interno di Senigallia. È un vino festoso e brillante ma con sostanza, cioè non ha solo profumi belli ed interessanti ma anche un buon palato, lungo e persistente. Nelle Marche spesso il vino viene prodotto senza autoironia e senza coraggio quindi abbiamo sovente vini noiosi e schematici. Questo non è il caso dei Tomassetti che si inseriscono nel mercato con autoironia ed umiltà. Parlando con Matteo scopro con grande piacere che è un sincero appassionato di bottiglie e quindi il fare un sangiovese in quel modo è una scelta intellettuale prima ancora del resto, perché si è perfettamente reso conto che lì a Castel Colonna non può aspirare a fare grandi vini nonostante la loro estrema pulizia di realizzazione in cantina e il grande rispetto in vigna. Semplicemente non si può fare Barolo nel Salento, nonostante 50 anni di delirio enologico ci possono confermare il contrario..la verità è che non si può fare Barolo se non a Barolo. Il ReNudo è quindi una scelta sincera ed allo stesso tempo leggera e non la voglia di vendere il solito “grande vino” marchigiano. Parliamo di molte cose. Nonostante il freddo la conversazione si svolge calda e appassionata. Lui non si nasconde dietro dogmatismi naturali e se deve dare dei nutrienti perché la fermentazione non parte lo fa. Parliamo dell’idea sbagliata di verdicchio che si è prodotta nella nostra regione a causa di pratiche enologiche atte a far uscire varietali mai sentiti prima che hanno però trovato grande apprezzamento e quindi diffusione. Parliamo di come spesso si menta pur di vendere, di scendere a compromessi, a ciò che questo implichi a livello personale. Scherziamo su certi produttori che entrambi conosciamo. Lavorano molto in vigneto: la selezione dei grappoli viene fatta in partenza e non a grappoli formatisi, si usano preparati biodinamici ed utilizzano soltanto materie prime ottime come zolfo di miniera e non derivato da petrolio. Gli altri vini sentiti non mi hanno colpito come il ReNudo, che anche da vasca si conferma davvero molto interessante. I bianchi sono scarni e così il rosato da salasso di ReNudo. Sono molto ben fatti e giusti nel prezzo i due vini da tavola che propongono nel formato da 1 litro. Ed anche i rossi prelevati da botte sono buoni. L’azienda è stata presa in affitto. Gli ettari vitati sono 4 e sono tutti attorno. In vigna oltre a varietà autoctone quali Sangiovese, Montepulciano, Trebbiano, Verdicchio, Biancame, Moscatello ci sono anche Merlot e Cabernet Sauvignon, figli degli anni 90 in cui sembrava che non averli in batteria fosse peccato e che poi hanno aiutato tanti rossi nostrani a prendere colori e sapori fino allora sconosciuti. Pur vinificandoli non li imbottiglieranno. La prima vendemmia è stata l’annata 2015. Si avvalgono della consulenza di un giovane enologo marchigiano sia per la vinificazione che poi per gli assemblaggi. Sempre nelle Marche, ad una 50ina di chilometri da Urbino, in una delle zone più belle di questa regione, nel Montefeltro, a Sant’Angelo in Vado c’è un’altra micro azienda: La Montata. Nasce dalla passione per il lavoro in vigna di Antonio Baffioni e dal suo desiderio di produrre in
bottiglia passiti (e non solo) di un territorio dimenticato come quello della Massa Trabaria. I vigneti sono tutti di proprietà e sono circa 7 ettari. Una piccola parte sono attorno l’azienda, che è proprio sopra il paese, poi c’è un corpo unico in direzione di Piandimeleto a circa 400 metri d’altezza. È stato fatto un bellissimo lavoro di rimessa in filare di antiche varietà locali di Trebbiano e di uva a bacca rossa trovate in vecchi vigneti e ad oggi sconosciute oltre poi a varietà locali come Vernaccia Nera d’Urbino, Alicante e Sangiovese e ad altre come Incrocio Bruni 54, Sauvignon Blanc e Muscat Petit Grain. Le vigne sono molto ben curate, ma vengono usati sistemici di copertura oltre al rame e allo zolfo. In cantina le fermentazioni non sono spontanee ma innescate da lieviti selezionati in vasche d’acciaio con temperature controllate. Nonostante sia davvero spinto da passione ed amore per la vigna, Antonio non riesce ancora ad emanciparsi dalla figura del suo enologo. Al contrario di Tomassetti non ha grandi termini di paragone in materia vinica. Ma in ogni suo vino c’è un bellissimo filo conduttore, che non è dato dalle tecniche utilizzate ma dal territorio. C’è un’impronta vera nei suoi vini. E nonostante davvero le consuete pratiche enologiche sviliscano la materia in nome del controllo e della tranquillità il territorio riesce a sopravvivere e ad uscirne fuori anche per l’estrema sanità delle uve portate in cantina. Il sogno sarebbe far collaborare i due e portare così a compimento un grande progetto. Ma questo non credo accadrà. L’idea di riprodurre “l’antica ricetta” dei passiti Vadesi, che si contraddistinguono perchè le uve venivano lasciate appassire sopra il camino prendendo cosiddette note fumè, è ottima. Sogno davvero la conversione assoluta ad una viticoltura più naturale e senza coadiuvanti enologici dell’azienda La Montata. Sogno i vini che potrebbero venirne fuori e non so se avverrà. Capisco perfettamente le titubanze e le incertezze. E non so davvero cosa poter dire. Si sa che la gente da buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio…ma io sono un vagabondo e non mi stanco di dare cattivo esempio.