Il Genio dell’abbandono di Wanda Marasco al Teatro San Ferdinando di Napoli fino al 5 marzo. Regia di Claudio Di Palma con Angela Pagano nel ruolo di Giuseppina Baratta, lo stesso Di Palma nel ruolo di Vincenzo Gemito, Cinzia Cordella (Matilde Duffaud), Antonio Postiglione (Antonio Mancini), Lucia Rocco (Nannina Cutolo), Gabriele Saurio (Mastro Ciccio). Scene di Luigi Ferrigno, costumi di Marta Crisolini Malatesta, disegno luci Gigi Saccomandi, musiche Paolo Vivaldi.

La reclusione di Gemito vista come “cella mentale”, per dargli ulteriore forma ed essenza è stata moltiplicata sulla scena, rinchiudendolo in una serie di gabbie. Una cintura ferrosa che lo circonda sempre e nella quale si ripercorre nella sua memoria ovviamente delirante, gli incontri, le azioni, e gli scontri che hanno caratterizzato la sua esistenza. Tutto è vissuto con un andamento rapsodico di scena ed è una rapsodia di fantasmi visti come “persone in carne ed ombra”. Nella memoria di Gemito, le ombre prevalgono sui corpi. Tutto ciò che riguarda la vita di Gemito ed in particolare la prospettiva sulla quale è stata interpretata, sta su quel filo che separa il vero dal falso, l’essere dall’apparenza, i corpi e le loro ombre. Per TheMartian abbiamo intervistato il regista Claudio Di Palma.

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Foto di scena de Il genio dell’abbandono, regia di Claudio Di Palma. Ph. Marco Ghidelli.

Chi è Vincenzo Gemito?

È un artista che sin dalla nascita ha vissuto nell’ abbandono, la madre naturale lo aveva lasciato nella Ruota dell’Annunziata che era il luogo dove venivano abbandonati i neonati che non si volevano tenere. Viene preso in adozione da una donna che lo allattava, Giuseppina Baratta. La sua vita era già marchiata da questo segno e continuò a vivere nell’abbandono, tanto che la sua mente sarà fortemente minata da tutto quello che gli è accaduto e che lo condurrà in manicomio per volere della stessa famiglia. Dopo il manicomio s’impone un ulteriore clausura perché tornato a casa, decide di restare per circa vent’anni, chiuso nella sua camera di lavoro come lui la definisce, a disegnare e a fare busti in continuazione. Quest’arte elaborata nella reclusione, ovviamente sembra essere una sorta di autoterapia che attiva inconsapevolmente e grazie alla quale, vive gli ultimi anni della sua vita riprendendosi una credibilità di “sanità mentale” che contribuirà a far vivere la sua arte in maniera più mondana. Gemito è sostanzialmente un recluso per molti anni. L’amicizia con un altro grande dell’epoca che era Antonio Mancini ed anche la devianza familiare, non lo ha agevolato neanche nella seconda parte della sua vita. Il grande amore per la bellissima modella Matilde Duffaud, di cui s’innamorò pazzamente e che fu l’unico amore della sua vita.

«La mente è una cosa misteriosa. Ombre occulte ammuinano il cervello». La mamma adottiva quando lo vede dice «Ti hanno fatto nascere senza nome e piazzi piazzi». La sua decadenza era scolpita nei suoi geni?

La casualità inizia con l’errore di trascrizione del suo cognome, quello scelto era Genito che stava per nato, procreato, sembrava essere foriero di buon futuro ed invece venne fuori Gemito che ha un senso differente quasi a rimarcare quel pianto, quel dolore che lui si è portato dietro nella sua esistenza. Il senso dell’abbandono non l’ha mai lasciato. Se pensiamo che il significato etimologico della parola deriva da ab-handen, ossia fuori di mano, capiamo il dolore provato dalla mancata protezione della famiglia. L’unico a proteggerlo fu Mastro Ciccio il padre adottivo che trovava motivi di grande esaltazione nell’arte del figlio acquisito e si mise al suo servizio in maniera assolutamente accondiscendente ed acritica, trovando anche lui una sorta d’identità. In fondo anche il percorso di Gemito è la ricerca continua di un’identità che non ha un esito particolarmente felice. Personaggi che lui ha incontrato sicuramente e si sono configurati nella sua mente come ombre non identificabili. Ciò si evince anche dal modo in cui disegnava le persone vicine. Ritraeva Matilde quasi ogni giorno. Disegnava sua moglie Nannina in continua trasformazione, fino alla morte. Quasi a voler significare che disegnare le persone equivaleva a trovare la propria identità. Nei disegni di Gemito prevale sempre l’ombra sulla figura.

La ricerca dell’identità si percepisce anche in un’altra frase «Fare finta di essere e di non essere»

Certo! Quando c’è questa citazione shakespeariana dell’Amleto, c’è un rapporto molto forte tra ciò che è reale e ciò che risulta apparente. In lui è fortissima ed è una delle matrici che abbiamo voluto rappresentare. I suoi viaggi a Parigi insieme a Mancini sono testimoniati in scena sotto forma di apparenza del viaggio, con quel gioco di parole ripetuto «Ma tu mò addò stai?» dice lui ad Antonio che risponde «Sono a Roma piuttosto che a Parigi», oppure il ritorno a casa, sono cose che si identificano nella fantasia piuttosto che nel viaggio stesso. Tra le apparenze è compresa anche l’assenza dell’arte di Gemito sulla scena. Non ho voluto portare nessun simulacro che ricordasse un bustino o un disegno. Essa si configura e si concretizza solo perché si parla di quel disegno. Noi portiamo in scena tutto quello che esiste prima della forma che è appunto il suo incubo mentale, le sue ossessioni, sentire l’invidia degli altri. Il suo subire i compromessi come nel caso della costruzione del Carlo V, quando non seppe trovare la sintesi tra la sua urgenza di artista e quella del committente. Nel subire il compromesso, consegna un risultato molto infelice perché gli viene rimproverato che la sua statua è rachitica. È storicamente comprovato che ciò sia un’ulteriore concausa verso la follia.

Gemito dice «Il piacere è doloroso. Ho lasciato la mia casa perché la giustizia mi ha portato qua». Nelle sue frasi c’è sempre un continuo ritornare alle origini. È la stessa mamma adottiva che gli dice «Te ne devi fottere del sangue delle origini». Cosa ne pensa?

È una sorta di fatalismo della ineluttabilità del destino, in qualche modo sono gli altri che decidono per lui. La scelta di ritornare a casa e recludersi è l’unica che fa in maniera consapevole ed è quella che lo conduce ad una sorta di terapia. Per il resto, il destino ha deciso per lui.

Gemito è più inseguitore o inseguito?

Secondo me è più inseguito, dai fantasmi ma ha anche una sorta di fascinazione per ciò che va inseguito. Quando la Baratta dice «Inseguitore o inseguito, tu cuarri sempre ma tu addui cuarri Vicì?». Dove corre non lo sa neanche lui però corre sia perché si sente inseguito e sia perché è inseguito.

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Foto di scena de Il genio dell’abbandono, regia di Claudio Di Palma. Ph. Marco Ghidelli.

Cosa ci racconta dell’amore un uomo dimenticato da Dio?

C’è questo amore fortissimo con la Duffaud ma c’è anche un’interpretazione un po’perversa dell’amore. Pur vivendo questo rapporto molto intenso, passionale, carnale con la Duffauld, lui ha scatti caratteriali, umorali, molto forti e sempre molto contraddittori. C’è anche un amore che non va frainteso per le figure scarnificate degli scugnizzi napoletani che lui rappresentava. Gemito disegna Napoli e gli scugnizzi in un momento in cui la città sta vivendo una grande trasformazione edile. Tutti i bassi napoletani, vengono coperti alla vista, dai grandi alberghi che iniziano a nascere sul lungomare. Si cerca in qualche modo di occultare le miserie ma anche le grandi e valide profondità della città e il fatto che lui continui in maniera ossessiva a tirarle fuori attraverso il disegno degli scugnizzi, vuol dire anche un tentativo di manifestare un amore profondo per la città che scompare. Nell’amore per i personaggi che raffigura, c’è anche qualcosa di ancestrale, un amore fortissimo per la città che scompare e con le sue storture già all’epoca evidenti, lo insegue e lo contamina. È chiaro che stiamo parlando di un artista e come tale non ha provenienza e non ha geografia di nascita reali ma è anche indubbio il tentativo di identificare i suoi disegni ed ancor di più le sue sculture con certe figure tipiche di quel momento, fine Ottocento, inizi del Novecento, con quei lineamenti così forti, lega particolarmente l’arte di Gemito a quella napoletana, all’identificazione della città.

È a questo che si riferisce quando dice «Napule città squagliata da Posillipo a Capodimonte»?

C’è una trasformazione in atto ma anche un discernimento che fa capo a quello che nella sua testa sta diventando Napoli. C’è una figura di riferimento che è un panorama di Napoli che lui aveva dipinto per la festa che doveva tenersi in manicomio ed un incauto infermiere fa cadere a terra ancora bagnato e lo rovina. Quella che era una prospettiva miracolosa di una scala da lui disegnata, diventano le gobbe di un animale preistorico. Ai suoi occhi si trasforma definitivamente, si squaglia, si deforma, diventa una città in diagonale che lui ha già visto in maniera molto particolare nel racconto e viene sottolineato anche nella rappresentazione teatrale, quando era stato preso per la prima volta in braccio dalla Baratta e portato a casa. Sente tutti gli odori, i rumori, i suoni, attraverso il corpo della madre. Lui guarda stando sotto e vede tutto schiacciato e deforme. È il suo modo di percepire ciò che gli sta intorno.

È un uomo che precorre i tempi moderni quando dice «È insopportabile aver paura del denaro che non c’è»?

Penso che la questione del denaro sia antichissima. La Duffaud si lamenta e si deduce che la mancanza di denaro, fosse molto condizionante all’epoca, ancor di più per gli artisti che erano ancora molto legati non dico ad una forma di mecenatismo ma a qualcuno che investiva su di loro ed era lo stesso che finanziava la costruzione degli alberghi sul lungomare di Napoli.

La storia è muta, perché?

Non riesce a parlargli, non riesce ad ascoltarla. La storia è una continuità logica di eventi e ciò per Gemito non può esistere. È un uomo frammentato, non riesce a concepire questa discontinuità. Per lui la vita è fatta di attimi discontinui che sappiamo benissimo quanto invece siano continui nella vita delle persone. Se verso la fine della nostra esistenza ci chiedessero quali sono stati i momenti che ricordiamo maggiormente anche la persona più lucida non riuscirebbe secondo me ad inanellane più di quindici, venti e non sarebbero ordinate cronologicamente. Ci verrebbe in mente una cosa che è successa a venti anni, poi una che è successa a dieci. Non avrebbero un ordine storico perché ci verrebbe in mente in maniera frammentaria. Gemito riconosce la frammentarietà ed è molto più difficile che riesca a riconoscere la stessa nella sua continuità.

Elisabetta Ruffolo

In copertina, una foto di scena de Il genio dell’abbandono, regia di Claudio Di Palma. Ph. Marco Ghidelli.