Come il Narciso dell’opera Amor d’un’ombra e gelosia d’un’aura (1714), Domenico Scarlatti è ancora un autore per certi aspetti sommerso, in particolare la sua produzione operistica, non da sottovalutare, che va ascritta al periodo italiano precedente la sua partenza definitiva per la Spagna. Nel tempo in cui la regina di Polonia, Maria Casimira Sobieska (1641-1716) aveva cercato di ricreare, per un certo periodo, quella corte di mecenatismo che fu la Roma di Cristina di Svezia, al grande musicista napoletano venne commissionata la composizione di un’opera di totale ambientazione e spirito arcadici su libretto del segretario della regina (accolta fin dal 1699 nell’Accademia dell’Arcadia con il nome di Amirisca Telea), Carlo Sigismondo Capece, fine arcade egli stesso come Metisto Olbiano. L’opera fu poi rimaneggiata dallo stesso Scarlatti nel 1720, ma questa volta su libretto di Paolo Antonio Rolli, arcade e allievo del Gravina e con arie aggiunte dal cembalista e compositore Thomas Roseingrave, amico di Scarlatti, per un Narciso londinese (30 maggio 1720) al King’s Theatre di Haymarket per la Royal Academy, con cantanti del calibro dell’aristocratica Anastasia Robinson (Eco) e di Margherita Durastanti (Narciso), entrambe interpreti haendeliane d’eccellenza, il Sig. Benedetti (Cefalo), il soprano Ann Turner Robinson (Procri) e il tenore Alexander Gordon (Aristeo). Questo l’unico cast noto in base ai documenti rimasti della prima inglese del lavoro scarlattiano, mentre del suo debutto nel 1714 non si conoscono i nomi degli interpreti e a tutt’oggi la partitura romana risulta perduta. I soli cantanti di cui si ha notizia sono quelli ingaggiati dalla regina polacca per il suo teatro privato, ossia il soprano Anna Maria Giusti detta la Romanina che aveva cantato in opere viennesi di Vivaldi, Maria Domenica Pini detta Tilla e virtuosa alla corte medicea, Caterina Lelli detta Nina e Giovanna Albertini detta la Reggiana. Erano però ben accetti alla corte della Sobieska a Palazzo Zuccari, proprio di fianco a Trinità dei Monti, gli evirati cantori come Giuseppe Luparini Beccari conosciuto anche con i soprannomi di Giuseppe della Regina o Pippo de la Grance.

Amor d’un’ombra e gelosia d’un’aura -CD Bongiovanni

L’operazione di filologia sperimentale intrapresa dal M. Lorenzo Tozzi alla testa del RomaBarocca Ensemble nel CD edito nel gennaio scorso dalla casa discografica Bongiovanni, che notoriamente si occupa di rarità musicali, ricostruisce in modo selettivo l’edizione del 1714 traendo dalla partitura londinese del 1720 tutte quelle parti che in questa avevano conservato traccia del libretto, quindi presumibilmente anche della musica, della rappresentazione romana. Piccole varianti testuali del libretto di Rolli sono state sostituite con parole di Capece, inoltre, nel ripristino della partitura romana, viene operato un ridimensionamento della vicenda originale di cui sono state scelte solo le scene riguardanti la storia d’amore di Eco e Narciso seguendo le parti musicali della versione londinese del 1720 e la successione drammatica del testo di Capece. Ne risulta una specie di cantata drammatica a due voci che rivela comunque la genialità di scrittura del giovane Domenico che, dopo qualche anno, avrebbe lasciato l’Italia per la penisola iberica. Il libretto così ricomposto di Amor d’un’ombra e gelosia d’un’aura segue le tracce rimaste di Capece all’interno del libretto di Rolli ed espunge dalla vicenda la duplice relazione amorosa, che sussisteva secondo lo schema letterario del guariniano Pastor Fido, e vedeva le due coppie Procri-Cefalo / Eco-Narciso giocare varie schermaglie amorose in un ambiente arcadico-bucolico. Questa la trama originaria: Cefalo ed Aristeo cercano entrambi di ottenere la mano della principessa ateniese Procri e a tal fine gareggiano nella caccia di un pericoloso cinghiale; questa, per favorire Cefalo, gli consegna un dardo infallibile, ma lui è distratto dall’apparizione della ninfa Eco – sotto il nome di Aura – rifiutata da Narciso, suscitando la gelosia di Procri che si prenderà una rivalsa con l’arrivo del bel giovane. Questi, vedendo riflesso in uno specchio d’acqua, non il proprio, ma il volto di Eco, se ne innamora e si getta in quello per raggiungere la ninfa. Lei, credendo annegato il giovane, vuole seguirlo, ma è trattenuta da Cefalo e non riesce nel suo tentativo di suicidio neanche con un dardo appartenuto a Narciso. Anche Procri scampa da una ferita mortale. Alla fine, dinanzi al tempio di Cupido le due coppie si ritrovano riappacificate, mentre Aristeo, per amicizia, rinuncia al suo amore per la principessa.

Amor d’un’ombra e gelosia d’un’aura 1714

Insomma nella trama del libretto così ricavato e adattato c’è solo la vicenda di Eco e Narciso: qui la ninfa, innamoratissima del bel ragazzo inizialmente restio e misogino, riesce a farsi riamare dopo che lui, gettatosi in acqua per cercarla, riaffiora e la ritrova al tempio di Cupido dove i due si dichiarano il proprio amore.

I due interpreti dell’incisione sono il controtenore Angelo Bonazzoli (Narciso) e il mezzosoprano Beatrice Mercuri (Eco). La registrazione, effettuata dal vivo il 10 giugno 2016 nel salone vanvitelliano della Biblioteca Angelica di Roma, è impeccabile e sembra fatta in studio; il M. Lorenzo Tozzi, direttore al cembalo del RomaBarocca Ensemble nonché revisore e adattatore fa una lettura vivida e “affettuosa” della partitura scarlattiana enunciandone nettamente la dimensione melodica e svelando un aspetto ancora non esplorato a fondo del grande Domenico, quello di una sorprendente cantabilità che non ha nulla da invidiare alle opere vocali del contemporaneo Haendel; l’immagine di un linguaggio e uno stile squisitamente strumentali, consolidatasi sulla maggior “visibilità” delle sonate cembalistiche a livello sia esecutivo sia discografico, ha spesso influito sulla considerazione critico-musicologica di Scarlatti di cui è stata persa di vista la vocazione melodica e la vena operistica che solo da poco inizia a riemergere; mi riferisco alle cantate, probabilmente destinate alla vocalità farinelliana e alla silloge di melodrammi che devono ancora essere riportati nel repertorio delle esecuzioni filologiche. Particolarmente interessante la distribuzione delle arie con la loro varietà di affetti che, dopo l’incisiva Sinfonia tripartita iniziale, alternano momenti di agile virtuosismo – Fuggo un tiranno aria di sdegno con linee di sbalzo vocale, Un arcier che va bendato che esige agilità incisive e Dentro l’istesso rio dalle turbinose scale discendenti, brani eseguiti tutti dal Bonazzoli con spessore di suono e lucidità di timbro anche nei passaggi di più fini e capillari – ad altri di accesa liricità melodica come nell’aria Sí, sí dentro quell’onde espressa dalla Mercuri: la cantante risolve la sua vocalità nel colore caratteriale del personaggio e dimostra la capacità di adeguarsi anche al virtuosismo espressivo di una parte che passa dal trillo scritto in extenso e variato nelle riprese al tono elegiaco e lamentoso della sezione Se mai giungesse qui, brani entrambi di una articolata scena che presenta il monologo della ninfa con un iniziale esemplare di recitativo accompagnato da opera seria – Barbare stelle – e prosegue con un dinamismo psicologico sottolineato dagli strumenti a fiato.

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Da sinistra: il cantante Angelo Bonazzoli, il Maestro Lorenzo Tozzi, la cantante Beatrice Mercuri.

Tenerissimo il momento dell’aria Caro dardo in cui Eco vorrebbe uccidersi e drammatico quello di Mio bel sol dal tessuto musicale ricco di ritardi e dissonanze che sembrano evocare certe complessità armoniche haendeliane, brano in cui Bonazzoli esibisce una bella capacità espressiva applicata all’estro di variare la linea belcantistica.

Nella patetica Vorrebbe la speranza, si apprezza l’efficacia di pronuncia musicale “affettuosa” della Mercuri che rievoca i valori del recitar cantando nel recitativo secco con gli effetti di eco dalla valenza non solo reiterativa ma anche semantica: Scorro indarno la selva, già topos della favola pastorale. Nella scelta dell’opera che, così ridotta e ribattezzata dal revisore Eco e Narciso, sono confluite la Amorosa farfalletta di ascendenza napoletana e la Sinfonia al numero 19 con allegro e minuetto tratti dalla cantata Pur nel sonno talora di grande godibilità timbrica. Il climax patetico viene raggiunto in Lascia ch’io vada almen (Mercuri) che permette un contrasto umorale con il duetto conclusivo che suggella il lieto finale: il risoluto Benché sia foco. Ottima la qualità della presa del suono attuata da Fabio Monaco per una rarità musicale di indubbio interesse che ha ritrovato la luce, grazie al lavoro di un musicologo, storico della musica, cembalista e direttore quale il maestro Tozzi, capace di conferire nuova vita filologica e notevole smalto orchestrale a questa singolare creazione scarlattiana che è prodromo, si spera, di revival, in quest’ambito, sempre più ampi e rappresentativi.

Andrea Zepponi