Una citazione che potrebbe sembrare di Beppe Grillo (ma invece non lo è) che dovrebbe far meditare i “duri e puri” del mondo dell’informazione

Dedicato a tutti quelli che si stracciavano le vesti e si mettevano i bavagli per denunciare l’attacco alla libertà di stampa durante gli anni del berlusconismo e oggi, con ciò che capita del mondo dell’informazione italiana, radiotelevisiva e della carta stampata, hanno niente da dire.

Cos’è la libertà di stampa negli Stati Uniti? Sentiamo al proposito alcuni giudizi di personalità americane, e in primo luogo del sottosegretario di Stato agli interni, Harold Ickes, il quale in un suo libro dedicato all’attività della stampa democratica, scrive: “Si può notare giornalmente perfino nei maggiori quotidiani americani la soppressione di notizie che non sono gradite all’editore o ai suoi amici politici o d’affari, ossia  a qualche cricca verso la quale il foglio crede di dover avere dei riguardi…”. Fra l’altro, egli cita il pubblicista William Allan White, il quale definì nel 1939 la libertà di stampa come un “diritto privato dei giornali per sfruttare il pubblico vendendogli no­tizie avvelenate”. In questo gioco delle forze economiche, il redattore del giornale a­mericano ha una posizione molto curiosa: il suo lavoro d’intellettuale si limita ad eseguire gli ordini della direzione commerciale. Gli articoli di fondo, ha confessato un altro giornalista statunitense, Arthur Brisbane, assumono il colore politico di colui che sa pagarli meglio. La redazione viene definita da Ickes il barometro dell’ufficio inserzioni. Uno dei più noti giornalisti americani, Giorgio Seldes, racconta che, il primo giorno della sua carriera giornalistica, il caporedattore del “Pittsburg Leader” si divertì a proposito delle sue idee romantiche intorno al compito etico del giornalismo, e dichiarò quanto segue: “Sapete cos’è la nostra professione in America? Nient’altro che prostituzione! Noi siamo delle semplici meretrici della penna e così sarete anche voi se resterete nella nostra professione”. Il giornale della Borsa di New York si esprimeva recentemente nei seguenti termini: “Un giornale è un’impresa privata che non ha alcun obbligo morale verso il pubblico. Il quotidiano, conviene sottolinearlo, è una proprietà di chi lo possiede, e questi vende un prodotto come cento altri, e lo vende a proprio rischio e pericolo”.

Se si tralascia la data, si potrebbe pensare sia un’intemerata di Beppe Grillo.

Invece è un elzeviro comparso sul quotidiano “Il regime fascista”, fondato da Roberto Farinacci, anno XVIII, numero 8, di venerdì 9 gennaio 1942-XX.

Premesso che, rispetto alla situazione vigente sotto Mussolini e sotto qualsiasi dittatura (come quella turca, Paese che qualcuno vuol far entrare nell’Unione europea), è un miliardo di volte preferibile ciò che accade oggi, mi chiedo cosa pensino delle frasi sopra riportate i “duri e puri” del giornalismo che s’indignano a corrente alternata.

Claudio Puppione