Trentennale del Workcenter of Jerzy Grotowski uno dei più grandi ricercatori ed innovatori del Teatro del XX° secolo. Oggi è attivo nell’ambito della Fondazione Teatro della Toscana e ha come direttore artistico Thomas Richard e come direttore associato, Mario Biagini. 18 persone di 9 nazionalità diverse sono impegnate nella ricerca sulle arti performative e in un’intensa azione pedagogica con dimostrazioni in varie parti del mondo oltre agli impegni in Italia che toccheranno Pontedere, Firenze, Bologna, Modena e Milano.

Per Themartian.eu abbiamo intervistato Mario Biagini che ci ha parlato anche del lavoro a New York con molte comunità del Bronx. «La cultura deve essere intesa come capacità di relazione anche come confronto-scontro. Cerchiamo di creare dei contesti tra persone che abitualmente non si incontrerebbero e se lo facessero darebbero inizio a tensioni e lotte fratricide. La comunità insegna come interagire con gli altri».

Mario biagini

Mario Biagini al Workcenter. Ph. di Fu Ximin.

Chi era Grotowski?

Bella domanda! Penso che ci siano stati tanti Grotowski. Ogni persona che l’ha incontrato, le racconterà una cosa diversa. Era una persona che quando stava in relazione con qualcuno, professionale o amichevole che fosse, era veramente in relazione, ascoltava quello che dicevi, guardava come ti comportavi. Era una persona molto presente, era difficile non notarlo. Gli facevo da assistente alle lezioni del College de France perché lui era stato nominato professore, in un bistrot o in una brasserie, quando entrava Grotoswski tutti si zittivano. La prima volta che l’ho sentito parlare, mi sono reso conto che aveva uno spessore artistico e umano che non mi era mai capitato d’incontrare. È stato quello che mi ha attirato e ha fatto sì che alla fine abbia potuto lavorare con lui. Era un grande maestro del teatro, dell’arte teatrale, della scena teatrale ma soprattutto era una persona che aveva studiato in maniera concreta l’essere umano in azione. Che cosa vuol dire azione? Che cos’è l’agire umano? Se osserviamo noi stessi, sappiamo che non possiamo non agire, anche quando stiamo fermi, pensiamo o facciamo qualcosa. L’azione era per lui una questione fondamentale, così come lo è per ogni attore. Attore è appunto “colui che agisce”, Grotowski era un grande maestro dell’azione intenzionale.

Marco Giorgetti-Agnieszka  Bender-Thomas Richards-Mario Biagini-Carla Pollastelli

(da sinistra) Marco Giorgetti, Agnieszka Bender, Thomas Richards, Mario Biagini, Carla Pollastelli.

Come ha innovato il Teatro del XX° secolo?

Ha introdotto la nozione dell’allenamento per attori, nel senso che l’attore deve mantenere se stesso allenato. Grotowski diceva «Se non lavori per un giorno, lo sai tu che non hai lavorato! Se non lavori per due giorni, lo sanno anche i colleghi che non hai lavorato! Se non lavori per tre giorni, se ne accorge anche lo spettatore!» Ha introdotto il principio per cui un regista o un attore possa lavorare con il testo in maniera molto libera. Ha messo in questione la relazione statica della sala all’italiana e ha fatto molti esperimenti, sull’allestimento dello spazio. Questi sono i punti fondamentali con i quali ha influenzato il teatro occidentale in tutto il mondo, in una maniera assolutamente anonima, nel senso che molte persone non sanno che hanno la possibilità di cambiare ad esempio la disposizione di una sala perché qualcuno l’ha già fatto. Grotowski parlava sempre di questa influenza anonima dicendo che il mondo delle arti è molto ricettivo e sono proprio le influenze anonime quelle che funzionano. Diceva anche «Il mio lavoro è stato sempre pratico». In un testo molto famoso diceva «Non bisogna parlare della rivoluzione, bisogna farla!», «Il mio compito è fare i buchi nelle mura!», «Non era permesso prima di me, deve essere permesso dopo di me!». Dopo di lui è stato tutto permesso e questo è stato il suo successo.

Che cos’è il Workcenter di cui festeggiamo il trentennale?

È un posto straordinario dove ci sono persone che dedicano la loro vita al mestiere dell’attore non per il mestiere in sé ma perché può essere uno strumento per porsi delle domande in qualche modo fondamentali. Chi siamo? Cosa stiamo facendo qua? Cosa possiamo fare con gli altri? Perché noi non esistiamo se non siamo con gli altri.

Mi ha molto affascinato quando ha parlato delle comunità afroamericane che vivono nel Bronx. Com’è iniziata la relazione? Com’è stata l’accoglienza?

Lavoriamo non solo con loro ma anche con tanti altri gruppi etnici. Lo facciamo ance in Sudamerica e tra qualche giorno lo faremo anche in Italia, facendo un incontro tra cittadini di Pontedera e i rifugiati che sono ospiti dell’accoglienza diffusa, il cui modello viene sviluppato in Toscana. Chiaramente ci sono molti problemi e uno dei tanti è la mancanza di uno spazio in cui ci si può incontrare. Uno spazio non neutro ma che sia accogliente e che mostri che non c’è motivo di aver paura in tutti e due i sensi. Con i gruppi con i quali lavoriamo nel Bronx, con i quali torneremo a lavorare anche quest’anno per due o tre mesi, facciamo normalmente delle attività che sono sia pubbliche che chiuse e poi alla fine facciamo una cosa molto bella che si chiama One day Festival. È una giornata in cui facciamo degli spettacoli e dimostrazioni di lavoro in cui il 90% delle persone che partecipano non sono artisti professionisti, sono persone che lo fanno perché fa parte della loro cultura, perché gli piace, perché è qualcosa che dà loro identità e devo dire che sono molto bravi. Devo dire che molto spesso le cose che si vedono in questo festival, sono molto meglio di quelle che spesso si vedono in teatro, perché c’è gente di grande competenza nel canto, nella danza, nei tamburi ma ci sono anche artisti plastici, visivi e come dicevo stiamo cercando di fare la stessa cosa in Toscana, tra Pontedera, Scandicci e Firenze, per cercare di avvicinare mondi diversi che produrranno il mondo del domani. Come artisti credo che abbiamo il dovere di creare dei ponti per il futuro. C’è qualcosa che la civiltà occidentale ha scoperto, questa civiltà occidentale chiaramente in declino ma ci sono delle cose preziose che vanno trasmesse alle nuove generazioni. Penso che l’attività che si può fare con strumenti teatrali possa aiutare questo fenomeno.

Come cambia la relazione tra spettatori ed attori prima della rappresentazione e dopo la fine dello spettacolo?

Spesso ci si sente a disagio con gli altri, come se l’aria fosse ferma, come se i movimenti fossero impediti, il gioco degli occhi è ridotto. Ci sono invece dei momenti in cui l’arte è come se fosse una finestrella che se viene aperta fa arrivare una boccata d’aria fresca. È come se semplicemente tra le persone ci fosse un filo di brezza, dell’aria fresca, si respira.

Elisabetta Ruffolo