Al Teatro dell’Angelo di Roma, da lunedì 23 a martedì 24 gennaio ore 21, andrà in scena Il Viaggio, regia e drammaturgia di Giuseppe Argirò, con Renato Campese, Alessandra Fallucchi, Silvia Siravo, Maurizio Palladino, Alberto Caramel, Carmen Di Marzo e Maria Cristina Fioretti. «A molti individui o popoli può accadere più o meno consapevolmente che ogni straniero è nemico». Da questa convinzione di Primo Levi parte Il viaggio, uno spettacolo che attraversa il dolore umano, raccontando i campi di sterminio. Il testo racconta di un gruppo di attori ebrei che prova Le Baccanti di Euripide. La scelta non è ovviamente casuale, ci spiega il regista Giuseppe Argirò. La tragedia narra l’invasamento di Agave e l’uccisione del figlio Penteo che si rifiuta di credere in Dioniso, rigettando il culto della personalità e l’adorazione incondizionata del dio. L’analogia con il nazismo e ogni dittatura nata dall’acquiescenza delle masse è evidente. Gli attori diventano essi stessi protagonisti di un viaggio senza ritorno verso Auschwitz, che verrà rappresentato grazie alle testimonianze del processo di Francoforte che si svolse dal 1963 al 1965. Lo spettacolo ripercorre la disperazione del tragitto, sino alla destinazione infernale dei lager. Le voci di Primo Levi e del Pasolini della Divina mimesis, riflessione dell’autore friulano sulla Shoah, danno vita a una partitura polifonica in cui prevale l’aspetto corale tipico della scrittura tragica senza catarsi. La storia non sembra aver espiato ancora le sue colpe e il teatro sembra essere l’unica possibilità di resistenza alla rimozione perché ancora rituale collettivo. Le vittime e i carnefici condividono in scena le sorti di un’umanità dolente e senza riscatto, a cui solo il palcoscenico può garantire la vita.

Per TheMartian.eu abbiamo intervistato Carmen di Marzo.

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Ritratto di Carmen di Marzo.

Il tuo nuovo spettacolo per I giorni della memoria, Il viaggio, in che modo racconta l’orrore dell’Olocausto?

È un lavoro molto bello a cui il regista, Giuseppe Argirò, lavora da molti anni. Nasce da un seminario che fece anni fa con dei ragazzi che è stato rielaborato e reso più complesso. La drammaturgia comprende delle parti dell’istruttoria di Peter Weiss ed estratti di Se questo è un uomo di Primo Levi e ci sono anche delle cose scritte dal regista. Rappresentiamo un gruppo di attori ebrei che prova Le baccanti di Euripide. È una dimensione meta-teatrale, attraverso il teatro e lo spettacolo che rappresentiamo, diventa un pretesto per raccontare l’Olocausto. È uno spettacolo struggente in cui sono inserite anche le musiche scritte da John Williams per il film Schindler’s List che accompagnano lo spettatore in questo viaggio. Non ci immedesimiamo in ciò che è successo, perché è impossibile farlo, non avendolo vissuto direttamente. Il debito dell’uomo sull’Olocausto, non potrà mai estinguersi. Lo spettacolo si pone di rievocare e di raccontare i fatti. La recitazione è molto straniata, ovviamente ci sono anche delle parti più concitate, lo spettatore viene accompagnato per mano nella storia. Della Shoah a teatro se ne parla molto poco, mi piacerebbe vedere più attenzione su questo tema.

Qual è il tuo ruolo?

Siamo sei attori, faccio parte di un coro. Rappresentiamo un po’ una parte del tutto. Ognuno di noi ha i suoi momenti ed i suoi monologhi. Siamo sia narratori che vittime e carnefici. È l’unica forma possibile per poter raccontare una cosa del genere.

Il tuo percorso teatrale inizia dalla danza, tanti sacrifici, tante fatiche che immagino continuino ancora oggi?

Sì perché è un lavoro che anche se hai fatto tante cose, sembra sempre che ricominci da capo. La danza è stato un percorso fondamentale tra i 10 ed i 19 anni. Per una serie di vicissitudini c’è stato l’incontro con il teatro che mi ha cambiato la vita, perché attraverso la danza sono diventata attrice. La danza era molto importante per me ma anche molto limitante. A un certo punto avevo il bisogno di lavorare sulla parola, su altre cose. La danza non te lo permette perché usa un altro linguaggio. È stato un percorso naturale, iniziare a studiare recitazione prima a Napoli e poi a Roma. Ho capito che quella era la mia strada. I risultati che sono riuscita a ottenere mi hanno fatto capire che c’erano delle capacità che dovevo sfruttare di più nella recitazione. Il duro lavoro mi ha reso una persona migliore. Mi ha cambiato come donna, come persona, nelle mie relazioni. Ho lavorato con tanti registi, ho fatto dei musical, il cinema. Ho fatto un cortometraggio su Francesca Mambro e gli Anni di Piombo che ha vinto il Nastro d’Argento nel 2011. È una carriera ancora in costruzione.

Hai parlato di relazioni, il tuo sogno era di lavorare sulle relazioni ed essere libera. Ci sei riuscita ed in quale sei riuscita meglio?

Il lavoro sulle relazioni si fa tutta la vita, sulle persone e su te stessa. La libertà vera credo che sia la più grande conquista che si possa ottenere, quella di riuscire ad essere liberi da una serie di convenzioni, di sovrastrutture che ci impediscono di tirare fuori la parte migliore di noi. Ci sto lavorando e non è facile. La recitazione ti pone in autoanalisi continuamente. Spero di raggiungere i miei obiettivi.

Ami molto il repertorio di Eduardo De Filippo che ricordi hai?

Quando ho cominciato a studiare recitazione, è stato uno dei miei primi amori. Mio padre mi comprava i suoi DVD in edicola. Ci sono dei testi in cui c’è tutto quello da sapere sull’uomo. I testi di Eduardo li metto sullo stesso livello di quelli di Shakespeare. Sono ambientati in una Napoli di un certo tipo ma potrebbero essere ambientati in qualsiasi parte del mondo. Hanno una certa contemporaneità e sono ancora oggi fonte di studio. Quelli che mi piacciono di più sono Il Sindaco del rione Sanità e Le voci di dentro.

L’anno scorso Il Berretto a sonagli quest’anno Il viaggio. Due temi diametralmente opposti. In futuro?

Riprenderò più in là la Maria Stuarda di Schiller, per la regia di Filippo D’Alessio. Andremo in tournée e saremo in scena il 14 ed il 19 marzo a Roma, al Teatro Tor Bella Monaca. Riprenderò il mio monologo su Rosy d’Altavilla e poi sarò al Teatro Manzoni, in aprile per i lunedì musicali, con uno spettacolo sul varietà e con titolo da definire, per la regia di Luigi Tani che pone l’accento sulla canzone romanesca.

Elisabetta Ruffolo