Nelle ultime settimane si è molto parlato della rinegoziazione del trattato di Schengen e della necessità di porre un limite alla libera circolazione in Europa. Per chi non lo ricordasse, il Trattato, firmato nel 1985, prevede dal 1995 l’abolizione dei controlli alle frontiere interne dei paesi aderenti, lasciando così obbligatori i controlli alle sole frontiere esterne. Tornando ai fatti, in particolare si discute sull’urgenza di attivare le procedure per l’attivazione dell’art. 26 e cioè della possibilità per uno o più Stati membri di riprendersi il controllo delle frontiere interne per un periodo limitato (2 anni) al fine di porre un freno ai circa duemila chiedenti asilo che ogni giorno sbarcano sulle coste dell’est e sud Europa. Quello che fino a qualche settimana fa era considerato un tabù è così diventato oggi argomento di dibattito tra i ministri dell’Interno dell’Unione Europea. Questi, convenuti ad Amsterdam, hanno tentato sì di salvaguardare la libera circolazione all’interno dell’Unione ma anche di cercare di evitare ciò che è accaduto lo scorso anno: oltre un milione di profughi accolti nella sola Germania. Senza poi contare il numero dei “migranti”, vittime della guerra ma molto più spesso dell’illusione di una vita migliore, approdati nel nord dell’Europa e in particolare nei paesi scandinavi. Sebbene a molti italiani quella in corso appaia infatti come una vera e propria invasione va infatti sottolineato che l’Italia non è la terra di elezione degli irregolari. Al momento infatti, al pari della Grecia e dei paesi balcanici è solo terra di passaggio. Non per questo però il problema dev’essere da noi sottovalutato. Anzi, basta andare poco sopra il Brennero o poco più a occidente di Cuneo per capire quanto il problema sia tremendamente serio. Se infatti gli arrivi nel 2016 eguaglieranno quelli dell’anno appena passato, non avremo bisogno di aspettare le analisi degli esperti per comprendere la portata epocale del fenomeno, a cui si aggiungerà la politica dei ricongiungimenti famigliari. Se infatti fa riflettere la protesta di Amnesty International che con una barca piena di manichini con giubbotti salvagente ricorda ai leader europei che «non è delle urne che dovreste preoccuparvi. È dei libri di storia», lo stesso viene indicato –per motivi diametralmente opposti- da quei movimenti anti-immigrazione che vedono nella possibile compromissione dei valori cristiani del continente come un problema a cui la politica deve porre un freno. Per capire se quanto viene fatto è abbastanza, basti pensare che a oggi sono sei i paesi dell’area Schengen ad avere ripristinato i controlli alle frontiere interne: Francia e Germania (blandi), Danimarca, Norvegia, Svezia e Austria (stretti): in linea di massima proprio i paesi dove gli immigrati vorrebbero stare. Prima però questi devono passare per l’Italia o attraverso i Balcani dove gli stati stanno rispondendo in maniera diversa e spesso scoordinata a quest’evento di portata epocale. Principale responsabile dell’arrivo del milione di profughi dello scorso anno è spesso indicata la Grecia a cui viene rimproverato di non avere saputo controllare il flusso migratorio. Sono molti infatti i Paesi a chiedere al paese ellenico una svolta sui controlli: maggiori e soprattutto efficaci. Altri Stati, come ventilato ad esempio dalla Germania, si spingono oltre e cioè a paventare l’esclusione del paese dalla zona Schengen. Se però è vero che la Grecia sia di fatto un colabrodo, è anche vero che al pari dell’Italia, è stata per lungo tempo un’inascoltata Cassandra. Solo dopo che la Germania si è ritrovata travolta da uno spropositato numero di profughi, Bruxelles si è sentita in dovere di considerare il problema degli arrivi come un problema europeo, mentre poco prima era solo un problema regionale di Grecia e Italia. Se quindi la gestione dei confini esterni è adesso un problema comunitario, è implicito che gli Stati membri di frontiera debbano essere aiutati a fare meglio il loro lavoro attraverso soluzioni condivise di tutti gli Stati. Non dimentichiamoci infatti che non è solo a rischio la libera circolazione in Europa ma l’unità dell’Europa stessa. Per far fronte all’emergenza è così arrivato sul tavolo delle trattative una proposta per l’istituzione di un corpo europeo di guardie di frontiera. Inoltre, è diventato oggetto di discussione anche il ruolo dell’Agenzia Europea per le Frontiere Esterne (Frontex) e la possibilità di intervento verso quegli Stati che dimostrano problemi nel fronteggiare l’emergenza: siano questi comunitari, siano quelli da dove i migranti partono. Al termine degli incontri la posizione dell’Italia è apparsa chiara e talvolta controcorrente. Non è prevista infatti nessuna modifica di Schengen ma un lavoro più focalizzato per una migliore difesa delle frontiere a cui si sono aggiunti la costituzione di nuovi centri di identificazione lungo la frontiera con la Slovenia e l’Austria. In questo modo, secondo le parole del Ministro dell’Interno, “salveremo il diritto alla libera circolazione all’interno, che non sarà solo libera ma anche sicura”, sottolineando inoltre come l’Europa si trovi “a un bivio”. Ora, se si possono condividere le parole del premier che evidenzia come: “Costruire muri è tradire noi stessi”, è altrettanto vero che su Schengen l’Europa rimane spaccata in due: oltre a quegli stati che l’hanno già fatto, la Polonia e l’Ungheria premono per la chiusura delle frontiere interne mentre altri Stati -tra cui l’Italia- metterebbero volentieri il veto al ripristino dei controlli condizionandolo al via libera di tutti gli altri Stati. Fatto quest’ultimo che potrebbe egoisticamente (ma anche realisticamente) risultare un clamoroso autogol qualora alcuni Paesi decidano comunque di chiudere le frontiere bloccando così la rotta balcanica e lasciando l’Italia sola ad affrontare un flusso enorme di profughi. Cosa che, se dal punto di vista umanitario potrebbe risultare molto nobile, dal punto di vista spicciolo potrebbe risultare di difficile contrasto. Se un enorme afflusso di profughi ha infatti mezzo affondato la corazzata tedesca, siamo sicuri che noi non ne saremmo neppure scalfiti?

Di fronte a un Europa che inizia a rendersi conto della portata del flusso migratorio e delle conseguenze economico-sociologiche di questo, non dovremmo porci delle domande ed essere pronti ad agire in un modo differente? Se è vero che “Non possiamo mettere il filo spinato in mare” è anche vero che bisognerebbe iniziare a discutere certe misure come quella danese sul diritto d’asilo e del prelievo a migranti. La norma, approvata dal parlamento a schiacciante maggioranza, prevede la confisca di denaro ed effetti personali di valore, oltre i milletrecento euro “per contribuire alle spese di mantenimento e alloggio”. Se qualcuno ha definito la norma disumana, è anche vero che di questo passo i cittadini europei rischiano di pagare il mantenimento sul proprio suolo dei cittadini di tutti quegli stati minacciati dall’Isis e dalle altre guerre in Medio Oriente e Nord Africa. Per evitare questo servono scelte coraggiose. Come quella del ventilato rimpatrio di massa dei 60-80 mila richiedenti asilo in Svezia, la cui domanda è stata bocciata. La Svezia, paese a guida socialdemocratica (quindi non conservatrice), se pur sia da decenni sensibile alle tematiche dell’accoglienza, si è resa conto che avendo meno di 10 milioni di abitanti, non è in grado di far fronte a ulteriori accoglienze senza un severo screening visto che nel solo 2015 ha accolto 160 mila richiedenti asilo. Di fronte a quanto è successo lo scorso anno bisognerebbe pertanto iniziare a pensare a come l’area Schengen, sia oggettivamente figlia di un periodo diverso da quello attuale: era appena terminata la guerra fredda, non si intravedevano minacce esterne né interne, i paesi occidentali avevano un’economia forte e i flussi migratori venivano da est verso ovest: era il tedesco dell’est che cercava fortuna nella ex-Germania Ovest al pari dell’idraulico polacco o del cittadino cecoslovacco. Le frontiere risultavano prive di senso perché l’Europa era diventata di colpo un grande laboratorio delle opportunità dove persone dalla differente lingua ma dalla cultura omogenea si apprestavano a vivere un futuro carico di lavoro ed opportunità. Oggigiorno è ancora così o è tutto cambiato? Dovendo quindi affrontare delle sfide nuove e dalle potenziali gravissime ripercussioni future, siamo davvero sicuri che sia possibile utilizzare strumenti di un mondo che non esiste più? Se è vero che rigettare in toto Schengen potrebbe arrecare dei danni molto seri alle economie dei paesi comunitari, non sarebbe quindi il caso di vagliare soluzioni alternative con estrema risolutezza e concretezza abbandonando definitivamente il politicamente corretto e la chimera del multiculturalismo, idea che sta portando al collasso anche i sistemi sociali degli stati più avanzati? Se il rafforzamento delle frontiere esterne deve essere una priorità e l’eventuale apertura ai controlli di quelle interne un temporaneo complemento, siamo sicuri che l’ennesima proposta di un Piano Marshall per il Medio Oriente e l’Africa per bloccare i flussi migratori all’origine sia un investimento sicuro e non la ripetizione degli stanziamenti a fondo perduto destinati all’Afghanistan? Oggi l’Europa si trova davvero “a un bivio”. Ma se non trova il coraggio di proporre scelte potenzialmente impopolari e prendere decisioni per il bene anzitutto dei suoi cittadini, il confine tra l’essere ed il non essere sarà drammaticamente attraversato.

Matteo Mineo

(Rivista Idea, 18 febbraio 2016)