“La società portatrice dello spettacolo non domina solo per mezzo della sua egemonia le regioni sottosviluppate. Essa le domina in quanto società dello spettacolo. Là dove la base materiale è ancora assente, la società moderna ha già invaso spettacolarmente la superficie sociale di ogni continente. Essa definisce il programma di una classe dirigente e presiede alla sua costituzione. Nello stesso modo in cui presenta gli pseudo-beni a cui aspirare, offre ai rivoluzionari locali i falsi modelli di rivoluzione”. Tratto da Guy Debord, La società dello spettacolo, frammento n° 57 (parziale).

Finalmente ho conosciuto un regista indiano serio. Uno che ha fatto tra i più bei film che siano mai stati realizzati qua, uno che ha vinto quattro Golden Lotus (che sono l’equivalente di un Oscar), uno che in 40 anni di carriera ha fatto 15 lungometraggi, uno che i suoi film li hanno visti in 42.

Si chiama Girish Kasaravalli ed ha 66 anni.

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Il regista indiano Girish Kasaravalli.

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Il regista Girish Kasaravalli sul set di uno dei suoi film.

Ho trovato il suo contatto perché nella scuola dove stavamo girando a Mysore, tra i vari collaboratori c’è Kusumabaale Ayarahalli che lavora per una rete televisiva locale e lo conosce.

Così prendo un autobus e vado a Bangalore per conoscerlo.

Sono molto curioso di sapere e una volta accomodatici nel soggiorno di casa sua discutiamo amabilmente per circa tre ore, forse quattro. Chiedo del cinema indiano, di come trovare soldi, di Bollywood, attori, attrici, luci…parliamo perfino della situazione in Italia.

Conosce dei registi italiani, ammira molto De Sica, Fellini e Antonioni soprattutto. Non conosce Scola, Monicelli, ma ha visto film di Moretti e Risi. Ne sa assolutamente molto più lui di cinema italiano di quanto io di cinema indiano. Uno dei registi che più lo hanno ispirato è Ozu. Anche a me piace Ozu.

Dopo questa parentesi di cultura cinematografica generale parliamo d’India. Mi dice che in India non hanno un problema coi film americani ma con quelli di Bollywood. Che solo questi vanno in sala che la gente li consuma come noccioline e che hanno distrutto sia l’immaginario comune che la voglia di investire, perché se non ci sono balletti ed attori famosi nessuno mette soldi in un progetto. I film di Bollywood scimmiottano il cinema americano, riproponendo i cliché a stelle e strisce con un po’ di condimento indiano. Ed è un po’ come andare al McDonald a Bangalore o a Mumbai e prendere il panino col nome più indiano che c’è. Di solito i film parlano di storie d’amore e sono ambientati in ambienti “monetariamente” elevati.

La maggior parte della popolazione in India è povera ed analfabeta. Ma secondo stime ufficiali ogni anno in India vengono prodotti il doppio dei lungometraggi degli Stati Uniti e praticamente ogni indiano va al cinema almeno una volta al mese. Gli indiani sono circa 1 miliardo e 200 milioni.

Chiedo a Girish chi finanzia i suoi film.

Lo Stato. Ma non l’India, il Karnataka. Perché? Perché lui gira solo in kannada la lingua ufficiale di questo stato. L’India è divisa in 29 stati federati. Ci sono 27 lingue riconosciute e più di 100 tra dialetti e sottolingue che sono in realtà lingue. Il kannada si parla solo nel Karnataka che conta una popolazione di 64 milioni. A Bollywood spesso girano lo stesso film in almeno 4 o 5 lingue diverse per raggiungere più gente possibile e dove non è possibile mettono i sottotitoli con la lingua di ogni Stato. E poi se la produzione è abbastanza grande, lo stesso film viene girato con attori famosi dei vari stati così da rendere il prodotto più appetibile.

Chiedo se poi doppi i suoi film o meno. Mi risponde che no non usano il doppiaggio ma i sottotitoli in inglese. L’inglese viene parlato fluentemente da una minoranza assoluta della popolazione indiana.

Comincio a non capire. Chiedo di cosa parlino i suoi film.

I suoi film parlano di problemi, della condizione sociale nei villaggi, delle donne, dei pescatori. Il suo primo film, Ghatashraddha, parla di una giovane vedova incinta e della sua delicata situazione. Questo film viene inserito tra i 20 più belli della storia del cinema indiano. Non sono mai storie originali ma prese da libri. È un cliché che nel suo caso funziona: prende novelle piuttosto apprezzate dalla critica e le trasforma in lungometraggi. Ghatashraddha è tratta per esempio da una novella di Udupi Rajagopalacharya Ananthamurthy, che era un noto scrittore di lingua kannada.

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Un frammento del film Ritual, Ghatashraddha in indiano, il suo primo film.

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Locandina del film Dweepa

Chiedo in quanti cinema escano i suoi film. La risposta è inquietante. Non si ricorda, ma in pochi, pochissimi, il suo ultimo film per esempio non è andato in nessuna sala.

Rimango interdetto e allo stesso tempo no, perché in Italia ogni anno vengono prodotti con soldi pubblici svariati tra lungo, medio e corto metraggi che poi non vanno da nessuna parte, se non nelle teche di un archivio di Roma, glielo dico.

Eh sì…mi risponde.

Come vive scusi? Un po’ imbarazzato mi dice che gestisce al meglio quello che ha. Gli chiedo quanto costi un suo film. Mi dice che l’ultimo film è costato circa 46 mila euro. E che lui abbia preso il 10% di tale importo. Anche se in India la vita costa poco, tale cifra non basta a vivere soprattutto se questo importo risale a 5 anni fa.

La sua casa è piuttosto grande. i mobili sono solidi e un po’ old fashioned. In giro ci sono sparsi i suoi trofei e varie targhe che ha vinto. Ci sono foto, ritratti della sua famiglia. Sua moglie è morta pochi anni fa. I suoi due figli lavorano anch’essi nel cinema.

Quando prima gli raccontavo degli aneddoti italiani, ovvero dei finanziamenti pubblici sempre agli stessi nomi che sono poi i figli di…che però hanno anche mogli e a loro volta figli da far lavorare e che grazie a questo sistema di cose che nessuno riesce più a produrre qualcosa di artistico e di sensato lui non ha fatto una piega.

Già da Kochin, al Sign Film Festival mi ero accorto che la fiction in India si divida drasticamente in commerciale-Bollywood ed intellettualoide.

Se Bollywood scimmiotta la peggiore Hollywood, i registi intellettuali scimmiottano al peggio i vecchi film intellettualoidi anni ’70. I loro film sono volontariamente noiosi e seri. Se Bollywood serve a far passare il tempo loro servono a non farti passare un attimo. Si incastrano in dettagli, in una fotografia noiosissima e tendente ad una sperimentazione che lascia il tempo che trova.

Se i film di Bollywood vengono usati come anestetico sociale questi vengono utilizzati dall’establishment per ripulirsi la coscienza facendo però in modo che quest’ultimi si auto-boicottino e si releghino a prodotto per pochi anzi pochissimi. Alimentando così il concetto che se devi parlare di qualcosa di interessante devi farlo in maniera noiosa e ridondante altrimenti i concetti che vuoi esprimere cadono di rango e non sono più intelligenti.

Chiedo ancora, ma purtroppo mi sto facendo un’idea.

Lui gira frame per frame. Prepara tutto in pre-produzione e poi riproduce fedelmente, viene lasciato pochissimo spazio all’improvvisazione. Utilizza solitamente attori non professionisti visti i budget rosicati. A meno che qualche attore famoso non si offra volontariamente senza ricevere compenso. Gira in 30-40 giorni. Lavorano 12-14 ore al giorno.

Capisco che una persona appartenente a una casta bassa o che viva di stenti non voglia vedere la sua condizione rappresentata fedelmente (con tutto la noia del caso) nello schermo ma preferisca spendere tre ore al cinema per andare altrove dalla propria vita.

Inoltre in India la censura lavora ancora a pieno ritmo. Il sesso è assolutamente vietato e la violenza realistica altrettanto. Non si può parlare di politici in particolare o di eventi in particolare ma si può parlarne in generale.

Quando me lo dice rido. Ride anche lui con gli occhi da gatto e mi dice: «Si può parlare di nazismo ma non dei nazisti». In India funziona così.

In questi giorni nel Tamil Nadu alla morte della ministra capo, si sono viste scene allucinanti di sapore medievale: chi si è dato fuoco, chi si tirava pietre in testa e chi piangeva distrutto. Roba che da noi non si vede più dai tempi di Berlinguer o di padre Pio o di quando il Napoli ha vinto lo scudetto.

Ma non c’è da fare tanto i fenomeni perché quando hanno santificato padre Pio si sono riversati in milioni nelle strade di Roma e non mi ricordo quanti ne sono morti d’infarto o d’altri malori. C’erano anche mia madre e mia nonna ma purtroppo non vennero annoverate nel numero delle vittime di tale straordinaria giornata.

Penso che la nostra condizione non sia poi così diversa da quella indiana e che il solo pensiero di dover tornare in Italia mi angoscia, non perché in India si stia meglio, ma perché almeno non conosco a memoria determinate dinamiche e lo scoglio della lingua è così enorme che posso tranquillamente assentarmi mentre scorrono notizie in televisione o difronte a giornali scritti in linguaggi per me indecifrabili.

Nonostante quest’incontro mi lasci quella particolare sorta di amaro in bocca che solo la disillusione può lasciare, sono stato molto bene e sono contento.

Girish è una persona molto cortese, garbata, colta e soprattutto paziente con me e le mie inutili provocazioni.

Abbiamo riso spesso e quando gli ho parlato di poter fare un film insieme sul porno in India, mi ha detto che non si può fare poi si è messo a ridere.

Usciamo di casa, il tempo minaccia una pioggia fuori monsone e il traffico a Bangalore sembra più asfissiante del solito, andiamo in un locale lì vicino. Prendiamo una delle più buone Masala Dosa che abbia mai mangiato in India ed un chai.

Per Von Stronheim, Fellini, tanti altri e anche per me (per quanto possa contare), il cinema deve essere un altrove, ma non un’anestesia totale.

Mi domando se il magico sogno dell’India e del suo popolo non sia proprio voluto dal suo popolo, dai suoi intellettuali e dalla sua élite.

Mi domando altrettanto dell’Italia ma forse le risposte le so già.

Michele Brocani