Come un disguido può diventare un’opportunità? L’ho scoperto negli ultimi giorni di Haifa. Durante il Purim, il carnevale ebraico, su un bus smarrisco il borsello che contiene il passaporto, i miei pen drivers, le carte di credito. In pratica smarrisco me stessa, per poi scoprire che era solo per poi ritrovarsi.

L’evento, inutile negarlo, ha contribuito al groviglio emotivo contrastante di quei giorni. Dopo un primo momento di smarrimento, in realtà ciò ha dato seguito a una serie di occasioni per entrare ancor di più in quello che è oggi Israele, e il significato del vivere quotidiano.

Intanto è venerdì quando succede e pomeriggio, il tramonto si avvicina, il tempo è scaduto: inizia lo Shabat e tutto si ferma. Si perché lo Shabat non la nostra domenica, è onorare il riposo, dove fare qualsiasi cosa è interdetta: non si guida, non si compie l’atto di accendere le luci (ma basta lasciarle accese da prima dell’inizio della festa), non si risponde al telefono (ma si chiede a qualcuno soprattutto se non ebreo di rispondere al proprio posto). Uffici, supermercati e servizi di linea degli autobus sono tutti fermi, impossibile quindi pensare di fare nulla per risolvere la questione borsello. Chiamo comunque l’ambasciata italiana, il numero di emergenza, una voce maschile calma mi tranquillizza e mi dice che posso fare facilmente un documento d’emergenza per tornare in Italia, sento pur non vedendolo il suo sorriso di comprensione che mi rasserena. Vinco così una gita straordinaria a Tel Aviv, obiettivo ambasciata italiana, colgo l’occasione per fissare un incontro per la ricerca, ma ovviamente se ne parla la settimana successiva, ora è tempo di Shabat. Una mia collega è pronta ad aiutarmi con viveri e contanti per il quotidiano, ma ovviamente solo l’indomani nel pomeriggio dopo il tramonto mi raggiungerà per vedere “il da farsi”. Mentre passeggio nel silenzio dei viali alberati del dormitorio universitario, l’irritazione per il non poter agire viene sovrastata dal rispetto, non tanto di un dogma religioso, quanto per il valore assegnato al riposo. Penso all’Italia dove ormai il riposo assume una connotazione negativa e avere il turno di riposo lavorativo è una conquista personale più che sociale.

Il giorno successivo decido di fare la turista pur sapendo di essere senza budget vado ai Giardini Baha’hi. Mi avvicino all’entrata sperando costi poco, scopro anche un po’ sorpresa, che la visita è gratuita, come in tutte le attrazioni sia religiose che turistiche che ho incontrato sul mio cammino in Terra Santa. Penso come in Italia spesso le risorse artistiche siano poco rispettate e vissute come risorsa della e per la gente, quando c’è così tanto da poter valorizzare. La voce della guida aspra ma calda che parla in ebraico mi accompagna tra i viali ordinati delle diciannove terrazze fiorite tra monti e mare, espressione di una religione orientale che stimola alla meditazione sull’unità religiosa e di pace. Mi sento pronta ad affrontare la prosecuzione del mio viaggio.

La gita a Tel Aviv si rivela una vero tesoro nascosto tra le falde della società locale e del vivere in Israele. Entro nell’ambasciata italiana, mi da una sensazione strana sapere di essere in territorio nazionale e vedere il golfo di Tel Aviv e il colore del mare e del cielo si fondono sullo sfondo. Un carabiniere mi dice di accomodarmi e attendere, attorno a me noto una famiglia che parla la lingua locale li osservo madre, padre e quattro figli, sono in attesa del passaporto, hanno doppia nazionalità ovviamente, sullo sfondo del corridoio un’altra coppia più giovane, lui ha il passaporto italiano in mano. Mi viene spontaneo chiedermi cosa possa voler dire essere straniero europeo qui. Al mio fianco una ragazza legge, è in attesa di documenti per sposarsi a Cipro con il suo compagno israeliano. La osservo e mi faccio coraggio, mi presento e le chiedo brevemente la sua storia se ha voglia di raccontarmela. Lei mi racconta che è otto anni che vive in Israele, Lei originaria di Firenze, e non poteva che essere così guardandola, ha finito gli studi di biologia qui, ha proseguito il dottorato e che ora può ottenere finalmente la residenza, grazie al fatto di avere due figli il cui padre è israeliano. Le sorrido in Italia sarebbe giovane per avere due figli, di cui uno di sei anni, lei ricambia il sorriso. Continua il racconto dicendomi che si vive bene ma che non è semplice. Entrare nella società israeliana non è cosi immediato, ad oggi se succedesse qualche cosa al suo compagno lei perderebbe il diritto di stare a Tel Aviv. Perché sposarsi a Cipro? Perché qui non è possibile, non ci sono le convezioni internazionali. Colgo la fatica del sentirsi “profugo” tra le pieghe dei suoi occhi che mi sorridono. La saluto e mi avvio all’uscita. Salgo sul bus, scambio due parole con l’autista e mi racconta che lavora tanto ma guadagna bene, faccio i calcoli circa tremila euro al mese, prosegue raccontandomi che tanti sono andati in pensione e non c’è il ricambio generazionale dei lavoratori. Mi sovviene l’epoca del grande pensionamento degli anni ottanta in Italia. Chissà se gli effetti saranno gli stessi qui. Le prime zone grigie della società si intravedono.

Affondo i piedi nella sabbia chiara e fine del lungo mare, l’acqua fredda mi sfiora le dita: sono pronta per Gerusalemme.

Georgia Casanova