Quando a gennaio mi hanno proposto di fare uno studio su Israele per comparalo all’Italia, ho realizzato che della società israeliana poco sapevo, se non quello che la storia ci ha insegnato e quello che i telegiornali trasmettono. In realtà quello che hanno trasmesso in passato, visto che l’attenzione mediatica negli ultimi anni si è spostata su altri “conflitti” e questioni. Un cambio non di poco conto, come vedremo tra poco.

Mi sono -quindi- chiesta cosa volesse dire preparare un viaggio in Israele agli occhi delle persone che mi conoscono. Pur sapendo che ormai Israele sia considerata una meta turistica abbastanza nota e quasi di routine dai viaggiatori esperti, quanto le informazioni che abbiamo influenzano l’immaginario condiviso?

Ho osservato la reazione della gente per un paio di settimane e una cosa è certa: Israele non lascia indifferenti, come il quadro Guernica di Picasso, muove emozioni profonde. Da una parte l’immagine di Israele assume il significato di “guerra perenne”,di conflitto di religione e di occupazione richiamando l’enorme sacrificio della gente e dei popoli originari, ma anche l’idea di prefazione del “potente” e la forza della ribellione ad un destino scritto da altri. Dall’altra parte,la sua valenza storico spirituale, quale luogo di culto, terra santa e culla della spiritualità occidentale, che rende Israele il “punto zero” delle religioni monoteiste.

Ma c’è ancora una visione diversa, quella che vede Israele come luogo di vivacità economica e di sviluppo. Nel 2016, con un PIL in crescita per il tredicesimo anno di fila, Israele si assesta al 25° posto dei paesi industrializzati OCSE, e Tel Aviv diviene una delle mete turistiche e di divertimento, 24h su 24h, soprattutto giovanile. Questa è l’idea di Israele che mi è stata rimandata dai miei “più giovani” amici e conoscenti. Di quella fetta di popolazione meno esposta al boom mediatico, culturale e politico proprio degli anni ‘80 e ‘90 sul conflitto “israelo–palestinese”.

Che ciò sia un caso? Io credo di no.

A differenza dei più giovani, nei quarantenni ed oltre di mia conoscenza sembra predominare l’immaginario di un paese “a rischio” se non pericoloso e per alcuni politicamente criminale. La spinta emotiva dettata dall’ immaginario collettivo è ancora più evidente quando si affronta l’argomento “Israele oggi e la sua società”, molti degli adulti non sanno che dire. Se poi si affronta il tema invecchiamento della popolazione e dei rapporti intergenerazionali, la questione si fa ancora più buia: quasi che gli israeliani, visti nei loro abiti militari, non possano invecchiare.

Questo è il punto zero della riflessione: la società israeliana di oggi, vista e raccontata attraverso la mia esperienza di ricerca di tre settimane.

Ma perché fare un confronto tra Italia ed Israele?

La struttura demografica a prima vista non sembrerebbe simile: la popolazione anziana in Israele è poco più del 10% del totale, quasi la metà di quella italiana, e il numero di figli medi per popolazione femminile allo 3,8 è il triplo di quello italiano. Cosa quindi accomuna Italia ed Israele a tal punto da attirare l’attenzione della ricerca scientifica? La prevalenza per la cura familiare-domestico è uno dei fattori principali, così come la conseguente centralità della figura di chi presta la cura spesso informalmente (familiare o amico che sia), ma anche l’elevata presenza dei così detti “Grandi Anziani” over80 che come in Italia occupano una buona fetta della popolazione anziana, ne fanno un buon banco di confronto e di spunto per le politiche nazionali.

Nelle prossime settimane vi racconterò delle famiglie israeliane e del loro rapporto con l’invecchiamento grazie alle voci degli esperti, ma soprattutto vi racconterò del quotidiano della società israeliana, letta negli occhi della gente e sulle labbra di chi incontrerò. Venite con me.

Georgia Casanova