Dal 13 al 16 aprile, all’Ar.Ma Teatro di Roma, sarà in scena La donna che disse no, scritto e diretto da Pierpaolo Saraceno che è anche interprete nel ruolo di Filippo Melodia. Il testo è liberamente ispirato alla storia di Franca Viola (Mariapaola Tedesco) che nel 1965, in Sicilia rifiutò il matrimonio riparatore dopo essere stata rapita e violentata in gruppo, da Melodia ed i suoi amici. Fu lunga la battaglia che Franca condusse e che la portò all’abrogazione dell’articolo 544 del c.p. in cui si evinceva che se la vittima accettava il matrimonio riparatore, il Reo avrebbe evitato la galera. Partendo dalla storia di Franca, si parla di altre donne che sono state vittime di femminicidio e di altre violenze. Il regista nell’intervista ci tiene a precisare che «Si vuole lanciare un messaggio e non raccontare una storia». Saraceno non è nuovo a questi temi d’impegno sociale, la sua opera prima è stata Radio Out in cui raccontava le stazioni radio che avevano condotto Peppino Impastato alla morte. Per entrambi ha usato la “memoria storica” degli anziani e l’ha trasportata in palcoscenico.

Per TheMartian.eu abbiamo intervistato Pierpaolo Saraceno e Mariapaola Tedesco.

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Chi era la donna che disse no?

Franca Viola aveva diciassette anni. Aveva conosciuto il suo rapitore, Filippo Melodia, un paio di anni prima. Era il nipote di Vincenzo Rimi che aveva a che fare con la mafia nonché collaboratore di Gaetano Badalamenti. All’inizio c’era anche un rapporto d’amore se così possiamo definirlo anche se Franca sapeva a chi appartenesse il ragazzo. Decise di allontanarsi perché la famiglia non era molto contenta di questo rapporto. Fu rapita da Filippo e dai suoi amici e subì una violenza di gruppo. Quando tornò a casa c’era la cosiddetta “paciata” tra le famiglie, ovvero il matrimonio riparatore a risarcimento dell’onta subita. Filippo chiese alla famiglia di Franca di sposarla per far decadere l’accusa della violenza. Il Codice Penale prevedeva che se si fosse sposata la ragazza che aveva subito violenza, il reato sarebbe decaduto. Franca Viola fu la prima donna a dire di no al matrimonio riparatore. In questa decisione anche la famiglia fu molto coraggiosa ed appoggiò la decisione della ragazza. All’inizio del processo e per lungo tempo, Franca non veniva creduta, si pensava che lo facesse per conquistare “fama”, tuttavia riuscì ad essere vittoriosa e quindi non solo non si sposò e Filippo Melodia ed i suoi complici furono arrestati ma si cambiò anche la norma. L’articolo 544 c.p. fu abrogato dall’articolo 1 della Legge 442 del 1981 e dopo 16 anni la violenza sessuale venne considerata un reato contro la persona e non più contro la morale. Come dice Franca «Stiamo parlando dell’altro ieri quando è cambiata la legge». Un personaggio forte, coraggioso.

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Foto di scena de La donna che disse no, di Pierpaolo Saraceno.

Come sei entrata nel ruolo?

Pur avendo trentuno anni, ne dimostro molti di meno. Guardando le foto dell’epoca, sono molto simile a Franca, abbiamo gli stessi colori. È stato molto difficile calarsi nei suoi panni perché in questi casi si può immaginare cosa prova ma è molto diverso vivere la stessa situazione. Ho studiato tanto ed ho ascoltato diverse donne che hanno subito violenza. La donna che disse no è tratta liberamente dalla storia subita da Franca Viola ma rappresento anche tutte le donne che hanno subito la stessa sorte. Lo spettacolo si apre partendo da ciò che è successo a Franca e poi affrontiamo le storie di altre donne che hanno subito violenza. Ho osservato e parlato a lungo con queste persone e cerco di farle vivere dentro di me.

Come si apre lo spettacolo?

Con l’incubo di questa donna che proviene dalla platea. Ho cercato di fare questo ingresso che si rifà molto a quello che è la tragedia greca proprio nei modi di “gesticolare e di approcciare” a questo personaggio. Il pubblico è un po’ in confusione nel vedere questa donna lacerante che si dirige verso il proscenio e di conseguenza come dico sempre “si aprono le danze”. C’è l’apertura del monologo di questa donna, fino ad arrivare al caos totale con la figura di Filippo che s’introduce in un secondo momento. Siamo in un continuo crescendo, è come la creazione di una bomba, da quando questa donna arriva dalla platea ed inizia il suo monologo, l’incontro con Filippo e poi il finale che conferma ciò che aveva sognato precedentemente. È uno spettacolo senza una fine, il pubblico non deve aspettarlo, deve solo farsi trasportare dalla storia. Si vuole lanciare un messaggio e non raccontare una storia. L’Opera è nata nell’aprile del 2016.

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Foto di scena de La donna che disse no, di Pierpaolo Saraceno.

Credo che anche per te sia stato difficile affrontare il ruolo di Filippo, vero?

Sì perché sono molto distante da questa situazione. Leggendo tanto ed ascoltando i vecchietti del paese, per farmi raccontare chi erano determinati personaggi che appartenevano a Cosa Nostra di un tempo, le parole che utilizzavano ed ho messo tutto nel personaggio di Filippo. Ho ripetuto lo stesso lavoro che avevo già fatto per la mia opera prima, Radio Out.

Riagganciandomi alle tue parole riguardo alla tua chiacchierata con la “memoria del Paese”, Strehler diceva «Il compito della gente di Teatro è parlare agli altri con le parole degli altri. Per non farle morire». Cosa ne pensate?

Siamo assolutamente d’accordo. Per me il Teatro visto da questo punto di vista è “pura verità di pancia”, quindi non posso fare altro che metabolizzare ciò che mi è stato raccontato per poi dirlo attraverso la nostra Arte. Per me la verità pura sta in queste parole.

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Foto di scena de La donna che disse no, di Pierpaolo Saraceno.

Radio Out, La donna che disse no e prossimamente affronterai il tema dell’emigrazione da Palermo verso Buenos Aires. Il Teatro come impegno sociale e civile. Perché?

Ci siamo ritrovati ad avere veramente qualcosa da raccontare che ci smuove dentro. C’è un nodo all’interno che vogliamo sciogliere lentamente. Spesso il pubblico ci chiede di fare qualcosa di divertente ma rispondiamo che non è questo il momento. Adesso bisogna far riflettere. Successivamente si vedrà.

Peppino Impastato era un eroe come lo sono stati anche Falcone e Borsellino, esistono ancora gli eroi?

Fino al ‘92, la mafia era quella che conoscevamo e conosciamo attraverso i documenti storici. Oggi è stata contagiata anche la parte più intellettuale del Paese, oramai è tutta un’unica cosa e sono pochi gli enti che ne sono immuni. Farei uno spettacolo «Se oggi Peppino Impastato fosse in una radio o in un giornale, cosa direbbe»? L’evoluzione della mafia ha creato in alto un meccanismo che ormai controlla tutto quanto.

Elisabetta Ruffolo