Antonio Serrano, Direttore artistico del Teatro dei Conciatori, sin dall’età di otto anni, in una recita scolastica, decise che avrebbe fatto l’attore.  Riesce a realizzare il sogno che accarezzava sin da bambino: Il teatro come metafora della vita. Tutto ciò che non è riuscito ad essere nella vita, lo fa in Teatro che considera il suo humus naturale. Oltre a dirigere la Scuola di Recitazione dei Giovani, un po’ di anni, dirige anche lo UTA – Urban Theatre Academy: la scuola di recitazione nata in seno al Teatro dei Conciatori che è una delle realtà formative più importanti presenti in Italia, con sede a Roma.

Da oggi e fino al 30 aprile sarà in scena al Teatro dei Conciatori di Roma in “La famiglia Rembrandt sconfitta dai Tulipani”  scritto e diretto da Giuseppe Manfridi.
Antonio Serrano sarà Rembrandt, Gianna Paola Scaffidi la seconda Moglie (Hendrjeka) e Andrea Giuliano, l’ex allievo Pintius, un broker ante litteram.
Le scene materiche sono di Antonella Rebecchini. I Costumi di Clara Surro. Le Musiche originali di Antonio di Pofi. L’aiuto regia è Paola Conte. Luci di Rika Barresi.


“Rembrandt e la Notte dei Tulipani” come viene rappresentato in scena?

Il testo è di Giuseppe Manfridi e abbiamo deciso di metterlo in scena perché si coniuga molto bene con gli avvenimenti di questi ultimi anni in cui piccoli risparmiatori investono in Borsa i loro risparmi anche senza conoscere nulla di economia. Rembrandt all’epoca fece la stessa cosa. In Borsa allora s’investiva in derrate alimentari come il grano, invece Rembrandt investì in bulbi di tulipani. In Francia erano così preziosi che venivano chiamati “gli sponsali di mia figlia”. Un solo bulbo non più grande di una cipolla, bastava come dote. Se si pensa a quella che è stata l’evoluzione, oggi può essere acquistato da tutti in qualunque fioraio. All’epoca, gli olandesi non erano stati i primi produttori dei bulbi di tulipano ma li avevano importati e diventarono ben presto bravissimi nelle straordinarie combinazioni di colori che diventarono famosi in tutto il mondo. Avevano inventato un’apposita unità di misura (1 perit) per valutarne la qualità. Devo ringraziare Manfridi per avermi dato l’opportunità di affrontare un personaggio come Rembrandt che è genio davanti alla tela ma sempliciotto nella vita, un po’ alla mercé di chiunque gli imbastisse una proposta che fosse più o meno interessante. Un incontro meraviglioso.

Come hai affrontato l’incontro?

Dopo il lavoro fatto a tavolino con Manfridi che mi ha spiegato come voleva realizzare il personaggio in relazione anche con gli altri in scena, ossia con la seconda compagna Hendrjeia e con uno dei suoi ex allievi, Pintius che lo convince ad investire in tulipani, sono andato a cercare quello che si conosce su Rembrandt attraverso dei documentari o degli scritti per cercare di capire l’uomo oltre l’artista.  In scena vediamo molo l’uomo ed è questa la cosa bella del testo. Si intuisce che ci sia il Rembrandt Artista-Genio ma è soprattutto l’uomo a venire in scena nel suo quotidiano, nelle sue miserie.

Al timone del Teatro dei Conciatori da un po’ di anni, l’obiettivo è quello di promuovere la drammaturgia contemporanea e giovani compagnie, oltre a quelle già conosciute.

Si, insieme a Gianna Paola Scaffidi, il nostro sogno è quello di avere bei nomi con una consolidata fama a livello teatrale che in qualche modo avallano la presenza di compagnie più giovani per far loro acquisire quell’autorevolezza che loro non hanno ma sono compagnie di giovani che fanno spettacoli molto interessanti.

Hai citato non a caso, Gianna Paola Scaffidi, grande sodalizio dal 1989, a testimonianza che l’amicizia tra un uomo e una donna può esistere.

L’amicizia è un amore ancora più grande che può esserci tra marito e moglie perché presuppone il “non interesse” da nessun punto di vista. Non c’è un interesse sessuale, non c’è un interesse economico ma soltanto un interesse di costruire qualcosa in cui si crede insieme. Per cui è molto più puro.

In un’intervista hai dichiarato “Il Teatro è la metafora della vita. Un sogno che diventa realtà. Per te è stato questo? Sì, tutto quello che non sono riuscito ad essere nella vita, lo divento in Teatro. Sono nel mio humus naturale.

Fil rouge dei vostri spettacoli è il sociale tratto dall’attualità. Continuerete su questa scia? Assolutamente sì perché da venticinque anni mi occupo di teatro-terapia con ragazzi provenienti da diversi centri di igiene mentale, persone che hanno problemi d’inserimento e quindi sono legato con il nodo scorsoio con quello che è il sociale sotto tutti i punti di vista.  Qualunque cosa essa sia: il disagio psicologico, la dispersione scolastica, la droga, è il sociale.


Tu e Gianna siete soddisfatti di ciò che avete raccolto in questi anni?

Sì, abbiamo creato una piccola isola felice per noi e per chi come noi, condivide un amore vero, sincero per questo mestiere, non abbiamo sovvenzioni, la maggior parte delle compagnie che frequentano il nostro teatro non le hanno, per cui noi viviamo di sbigliettamento e non di contributi pubblici. Perciò possiamo permetterci di scegliere e di fare ciò che veramente ci piace, senza nessun tipo di condizioni.

Elisabetta Ruffolo