Dopo 40 anni dall’uscita del celebre film, al Teatro Olimpico di Roma, fino al 19 febbraio La febbre del sabato sera per la regia di Claudio Insegno, le coreografie sono sapientemente disegnate da Valeriano Longoni ed i costumi da Graziella Pera. Protagonista sarà Giuseppe Verzicco che ci concede un’intervista telefonica il giorno della prima e dice di non essere affatto ansioso, anzi siamo noi giornalisti a fargli venire l’ansia continuando a chiederglielo. Trent’anni, originario di Trani, grande gavetta alle spalle e già protagonista di Grease nel ruolo di Danny Zuko. Si ritiene fortunato di essersi trovato al posto giusto nel momento giusto e ringrazia chi l’ha scelto per ruoli importanti, la sua perseveranza nello studiare per migliorare e anche quelli che con i loro no ai provini, lo hanno aiutato ad acquisire una certa serenità nell’affrontarli. Mancano poche ore al debutto romano… al quale abbiamo assistito e devo dire che rasenta quasi la perfezione, ogni interprete è calato nel personaggio giusto.

giuseppe verzicco

Ritratto di Giuseppe Verzicco.

Cosa ti ha spinto ad accettare il ruolo?

Interpretare questo ruolo che mi permette di spaziare dalla recitazione al canto, dalla musica alla danza per due ore di spettacolo, è una possibilità pazzesca e ringrazierò Claudio Insegno per tutta la mia vita. Mi sta portando tantissime soddisfazioni, un riscontro del pubblico sempre meraviglioso e non vedo l’ora stasera di arrivare all’Olimpico e poter raccontare anche questa storia alla città di Roma, insieme ai miei colleghi.

Anche alla città di Roma perché lo spettacolo ha riscosso già grandi successi in varie città. Com’è andata?

Noi abbiamo debuttato il 9 dicembre al Teatro Nuovo di Milano, poi abbiamo fatto Varese, Bologna ed è sempre andata bene. Lo spettacolo risulta leggermente diverso rispetto al film che tutti quanti conoscono ed alle altre versioni precedenti, messe in scena in Italia da varie produzioni. All’interno di questo allestimento, Insegno ha sentito la necessità di inserire un po’ di commedia perché la storia raccontata all’interno della Febbre del sabato sera, racchiude delle storie che non sono proprio serene. Si parla di una periferia di New York in cui sono inserite alcune tematiche legate all’emarginazione, al razzismo, alla mancanza di lavoro. Insegno l’ha alleggerita con un po’ di commedia e quindi ci si diverte un bel po’. In scena ho una mamma pugliese e un papà siciliano.

Le tematiche trattate sono ancora molto attuali, purtroppo…

Ebbene sì, accendendo la tv cosa che non faccio di solito, noto che ancora oggi è così difficile pensarsi uguali e vivere in un luogo che dovrebbe renderci felici.

Sei spaventato dal confronto con John Travolta?

Non c’è un confronto, lui ha segnato un’epoca, è una star internazionale, non potrei mai paragonarmi a lui. Ho solo potuto osservare quello che lui ha creato. Ho provato a reinterpretare il ruolo a mio modo e con una freschezza diversa legata anche ad un’età diversa in cui questo allestimento viene messo in scena.

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Lo spettacolo è stato definito «Un juke box in versione musicale». Cosa ne pensi?

È assolutamente vero, la musica dei Bee Gees riesce ad entusiasmarti a tal punto che non senti neanche la stanchezza e riesce a coinvolgere il pubblico a ballare in sala, alla fine dello spettacolo, in maniera spontanea ed ancor prima che li coinvolgiamo noi.

Orchestra dal vivo, stesse musiche del film e coreografie originali. Cosa si può aggiungere?

Quello che manca per il momento è il pubblico che ci verrà a vedere. È bello interpretare il mio ruolo con l’Orchestra dal vivo. I respiri sono seguiti dal direttore d’orchestra che non vede l’ora di far partire la musica per te.

Hai citato più volte il pubblico, che età ha chi viene a vedere o rivedere lo spettacolo?

A questa domanda non so rispondere con esattezza, ci sono varie fasce d’età. Ovviamente non vediamo molto spesso bambini. Ci sono ragazzi di venti anni, ci sono famiglie, persone sulla cinquantina. Tutte fasce di età che apprezzano particolarmente la musica perché hanno vissuto quegli anni della disco dance ed hanno ballato quelle canzoni in discoteca.

Sei uno dei performer tra i più grandi d’Italia. Com’è iniziata la tua carriera?

Sono veramente grato alla mia vita per avermi concesso di fare tutto quello che desideravo. Oggi riguardando il mio curriculum sono veramente orgoglioso e mi emoziono ogni volta che ne parlo. Tutti i “loghi” degli spettacoli che hanno fatto parte della mia carriera, nei dieci anni che ho fatto parte del teatro musicale italiano, sono tutti quelli che desideravo fare. Sono fiero di aver ricevuto tanta fortuna. Sento molta responsabilità e mi circondo di persone che mi vogliono bene e che mi aiutano ad avere fiducia in me perché il nostro mondo non è facile. Ci sono stati tanti no nella mia vita ma ringrazio le persone che me li hanno detti perché mi hanno comunque aiutato ad affrontare oggi, i ruoli che interpreto, con una serenità differente che senza quei no, non avrei potuto avere. Spero che in futuro possano esserci altri ruoli del genere e di poter spaziare anche in altri ambiti, come il mondo del cinema che per me è ancora ignoto. È molto difficile perché sono due mondi completamente a sé. Penso di essermi trovato nel posto giusto al momento giusto. Spero che anche altri colleghi abbiano le possibilità che ho avuto io.

Ognuno è fabbro del proprio destino o è il destino che decide per noi?

Ognuno è fabbro del proprio destino e sono contento di essere stato testone e di aver continuato a studiare, studiare, studiare e scegliere le persone con cui farlo. Oggi devo essere particolarmente grato alle persone che mi hanno saputo comunicare la curiosità del mondo teatrale e la voglia di migliorare ogni giorno. Fare un passo di danza in più, tenere una nota più alta, un vibrato più caldo, una battuta ricercata guardando gli occhi di un collega in maniera diversa. Questo è quello che mi porta ogni giorno a vivere in maniera differente lo stare in palcoscenico con una storia da raccontare. Molti colleghi mi chiedono se non mi annoio a stare in palcoscenico sempre con la stessa storia, dire le stesse cose, a fare gli stessi passi ed io rispondo di no. Ogni giorno, si entra in palcoscenico con un’energia differente che non viene percepita dal pubblico ma che viene notata dai colleghi. È bello anche mettersi in gioco, mettersi alla prova. Spero che le persone possano emozionarsi insieme a noi perché io lo faccio tutti i giorni.

Elisabetta Ruffolo