Non si dà follia maggiore dell’amare un solo oggetto canta Fiorilla nel Turco in Italia di Rossini, e, se l’oggetto amabile fosse proprio Pier Luigi Pizzi con le sue regie-scene-costumi, sarebbe una ben felice follia per qualsiasi melomane che veda nell’attuale confusamente fluido panorama degli spettacoli d’opera come unico faro di salvezza la perfezione e la luminosa trasparenza di un grande regista benemerito del ROF. Perfetta, squisitamente semplice e complessa la macchina scenica ideata da Pizzi per La pietra del paragone, è scattata ancora una volta come un adorabile ossimoro, dopo quindici anni di assenza al secondo appuntamento del ROF 2017, l’11 agosto all’Adriatic Arena; già realizzata nel 2002 (vi ho assistito), venne data al vecchio Palafestival ed ora è stata rielaborata e riadattata per il nuovo e più ampio spazio scenico.

Ritratto di Pier Luigi Pizzi.

Ritratto di Pier Luigi Pizzi.

Questa volta l’edizione critica, realizzata nel 2002 da Patricia B. Brauner e Anders Wiklund, è stata rivista ed aggiornata in occasione della pubblicazione del volume prevista entro l’anno. La cifra di questo grande artista della scena è il rispetto tenace per la verità testuale dell’opera e l’aderenza alle situazioni offerte dal libretto e dal testo musicale, alla cui osservanza, in possesso di mezzi e strumenti di alta qualità, apporta un gusto personale e una creatività perspicui e chiari per il pubblico nei suoi intenti, anche quando attualizza la vicenda come in questo caso perché lo fa in modo correlato e coerente.

Gianluca Margheri.

Gianluca Margheri.

L’opera scritta per il Teatro alla Scala di Milano nel 1812 fu il primo vero successo di un Rossini ventenne in un grande teatro. Il libretto di Luigi Romanelli inquadra un’immagine gioiosa e brillante della nuova borghesia del tempo di cui offre anche una satira garbata che la regia di Pizzi, con sottile ironia, attualizza ed ambienta in una elegante villa a due piani integralmente costruita con terrazze, balconi, scala a chiocciola, patio, dehors con gazebo e piscina, giardino sullo sfondo e innumerevoli suggestioni anni Venti in stile Francis Scott Fitzgerald e costumi vintage anni Settanta e non mancano le trovate attualizzanti con recitativi eseguiti al telefono (la suoneria viene eseguita sul fortepiano), oppure intere arie cantate mentre scenicamente si fa una parata di tennis, ci si prepara per la caccia, ci si allena in palestra, si fanno tuffi veri in piscina – la famosa aria Ombretta sdegnosa del Missipipì eseguita quasi tutta in ammollo e in costume da bagno – che permettono ai cantanti, tutti giovani ed atletici, di esibire fisici palestrati in una mirabolante girandola di abiti con le famose stoffe di Pizzi: camicie, kaftani, kimoni, costumi da bagno di ogni tipo, boxer e bermuda dai colori e fantasie sontuosissimi e completi di lino bianco alla Grande Gatsby. Da notare l’analogia di questa prima opera buffa di Rossini con l’ultima sua creazione comico-brillante in italiano, Il viaggio a Reims, dove, anche lì, un gruppo di privilegiati dell’alta società vive una serie di episodi variegati e briosi in una struttura scenica e musicale episodica e cangiante con allusioni alle smanie per la villeggiatura, l’attualità culturale e la critica musicale dell’epoca. Un gioco brillante di società che vede il facoltoso scapolo Conte Asdrubale attorniato da tre nobildonne, Donna Fulvia, la Baronessa Aspasia e la Marchesa Clarice tutte aspiranti alla sua mano e da tre amici, il poeta ignorante Pacuvio, il giornalista venale e arruffone Macrobio e il disinteressato e garbato Cavalier Giocondo, che lui mette alla prova – come la pietra del paragone prova la purezza dell’oro – fingendosi rovinato; si rivelano veramente disinteressati soltanto il cavalier Giocondo e la marchesa Clarice, che, di fronte al disastro, gli offrono l’uno la sua ospitalità, l’altra la sua mano e le sue sostanze. Il secondo atto, tra le altre gustose scene, incentra l’azione sulla controprova di Clarice per saggiare l’amore di Asdrubale: lei, presentandosi sotto le spoglie del suo gemello Lucindo, un militare, finge di voler accordare in moglie la propria sorella al Cavalier Giocondo, di cui Asdrubale già conosce i teneri sentimenti per Clarice, ed a quel punto, di fronte alla mortale afflizione del conte di perdere l’amata, la donna getta la maschera e proclama il suo amore per lui. Finale lieto e spumeggiante applauditissimo che è stato eseguito, come i tanti momenti esilaranti e tipici della comicità musicale rossiniana, sulla passerella allestita dalla scenografia.

V12A0235 Gianluca Margheri - Aya Wakizono - Maxim MironovIl M° Daniele Rustioni ha diretto l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai con una levità corposa – per restare nell’ossimoro – che ha permesso ai cantanti di esibire pienamente le loro risorse vocali senza togliere spessore all’orchestra sempre fervida e il Coro del Teatro Ventidio Basso che in questa edizione 2017 del ROF si sta dimostrando valorosissimo. Senza fare troppi confronti con l’edizione 2002, si può solo notare in questa una maggiore spettacolarizzazione delle personalità sceniche degli interpreti. Nella compagnia di canto hanno debuttato giovani atletici come il baritono Gianluca Margheri nel Conte Asdrubale che esibiva una vocalità piuttosto leggera, ma un fisico ben palestrato, la vocalità promettente del basso baritono William Corrò in Fabrizio, accanto ad ex-allievi dell’Accademia Rossinana che sono ormai cantanti affermati: il mezzosoprano Aya Wakizono nella Marchesa Clarice, dalla taglia vocale adeguata a Margheri e una versatilità vocale notevole richiesta dal ruolo, ma meno carismatica scenicamente, il ben timbrato mezzosoprano Aurora Faggioli nel ruolo frizzante della Baronessa Aspasia, il soprano Marina Monzó deliziosa attrice cantante in Donna Fulvia, lo splendido ed elegante tenore rossiniano Maxim Mironov nella parte del Cavalier Giocondo, e, dulces in fundo, due voci straordinarie ed eclatanti per ampiezza, appoggio sul fiato anche nelle agilità e passaggi, estensione ed espressività fondata su qualità e risorse tecniche impeccabili, il baritono Davide Luciano in Macrobio e il basso comico Paolo Bordogna nell’esilarante parte di Pacuvio. La bravura di questi artisti calati in una macchina scenica e registica perfetta da cui traspare l’intelligenza e la profondità del lavoro svolto e il trionfale ritorno a Pesaro di Pier Luigi Pizzi, accolto dal pubblico con un’ovazione da star, hanno determinato un ennesimo successo per questo secondo momento del XXXVIII Rossini Opera Festival.

Andrea Zepponi

Tutte le immagini della galleria fotografica sono di Studio Amati Bacciardi ©.

LA PIETRA DEL PARAGONE

Melodramma giocoso di Luigi Romanelli

Direttore Daniele Rustioni

Regia, Scene e Costumi Pier Luigi Pizzi Collaboratore alla Regia Massimo Gasparon Luci Vincenzo Raponi

Interpreti

Marchesa Clarice Aya Wakizono

Baronessa Aspasia Aurora Faggioli

Donna Fulvia Marina Monzó

Conte Asdrubale Gianluca Margheri

Cavalier Giocondo Maxim Mironov

Macrobio Davide Luciano

Pacuvio Paolo Bordogna

Fabrizio William Corrò

Coro del Teatro Ventidio Basso

Maestro del Coro Giovanni Farina Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

Produzione 2002, riallestimento