Come tutte le coppie al primo figlio non ce la siamo sentita di esimerci al famigerato corso preparto.

Durante il secondo incontro Silvia, l’ostetrica, ci ha rivolto una domanda apparentemente innocua: sapete la storia della vostra nascita? Che gravidanza ha avuto vostra madre? Come siete nati? Cesareo o parto naturale? Quanto è durato il travaglio?

Tutti noi presenti, a parte qualche rara eccezione, ci siamo guardati interdetti: nessuno era al corrente della storia della propria nascita. Ed eravamo un numero sufficiente da poterne tirare fuori una statistica affidabile.

Nei giorni successivi ho pensato molto al perché di questa mancanza che, riflettendoci per la prima volta, mi risultava incredibile.

Come mai nell’aneddotica che ogni famiglia custodisce, e ciclicamente rinnova nel ricordo, non trova spazio un evento così decisivo? Com’è possibile che la nascita subisca questa rimozione forzata dai miti della leggenda familiare?

Il neonato sembra nascere sempre in un secondo momento, magari quando è già bambino: il primo bagnetto, la prima parola pronunciata, il primo giorno di scuola.

Il filosofo Derrida insegna che sono proprio le situazioni apparentemente risolte che meritano d’essere messe in discussione perché, non essendoci più un conflitto evidente, si può facilmente confondere una resa per una soluzione.

Perché è avvenuta allora questa censura?

Per trovare una risposta al quesito ho cercato di riflettere sulle implicazioni che un tale racconto genererebbe.

Il primo aspetto che mi è sembrato rilevante è un’evidenza: tutto ciò che ha a che vedere con l’atto fisico del nascere riguarda solo la donna. Il maschio non partecipa minimamente all’epica drammaturgia dell’evento originario, neanche come comparsa.

La conservazione e l’espulsione della vita umana sono competenze esclusivamente femminili.

Eppure, al di là di questo dato di fatto incontrovertibile, anche la figura paterna è radicalmente cambiata rispetto al passato. Oggi i padri accompagnano le mogli in tutto il processo della gravidanza, assistono alle ecografie, partecipano ai corsi preparto, la loro presenza è richiesta in sala travaglio, presenziano emozionati al parto. Qualcosa che era impensabile per gli uomini di qualche generazione fa.

Se le premesse sono queste, se il maschio sembra essersi finalmente emancipato e aver preso coscienza della decisiva importanza della nascita, perché continua a perpetrarsi questo riserbo narrativo?

Così ha cominciato a maturare dentro di me un sospetto che ha preso forma in maniera sempre più convincente: continuiamo ad essere, anche incoscientemente e nostro malgrado, promotori d’una cultura patriarcale.

Di fatto siamo educati a concepire il corpo delle donne solo per la sua funzione di attrazione e catalizzazione del desiderio sessuale. Una prospettiva chiaramente maschilista.

La nostra cultura ha tolto alle donne anche questo spazio di dovuto riconoscimento e ringraziamento, concedendo loro solo una paternalistica compassione per il dolore del parto. Come dire: esaltare la forza della donna è giusto solo a patto di metterne in risalto, al tempo stesso, la vulnerabilità.

Sarebbe doveroso, e non solo auspicabile, colmare questa lacuna millenaria, a maggior ragione in tempi di allarmante succedersi di episodi di violenza di genere.

Promuovere quindi una precoce educazione al corpo della donna quando conserva, genera e salvaguarda una nuova vita. Che fin da subito i bambini siano abituati alla visione delle pance in lenta espansione; alla comprensione, anche visiva, della potenza viscerale di un corpo che sfida l’insostenibile sofferenza del travaglio fino alla gioia liberatoria della nascita; alla tenerezza provvidenziale di un seno che allatta; alla conoscenza della propria storia della nascita.

Apparteniamo a una madrepatria, parliamo una madrelingua.

Senza madre non avremmo terra dove poggiare i piedi, non avremmo parole per dire esisto.

Dario Falconi