Un’opera difficile: un soggetto piuttosto sentimentale e oleografico corredato di una musica complessa, non facile da eseguire e da seguire. Tranne la celebrata aria Ebben?… Ne andrò lontana, presente in ogni compilation lirica, acuminate ed irte sono le linee melodiche e il declamato in tutta la partitura che vive soprattutto di una sua natura strumentale ed orchestrale: Alfredo Catalani passò attraverso l’esperienza romantica nella sua fase conclusiva e quella naturalista, poi la scapigliata, quindi quella verista cercando di dare una risposta italiana al wagnerismo imperante, come d’altronde aveva fatto Verdi, senza però ottenere il gran successo del coetaneo Puccini; la fortuna della sua Wally (la prima nel 1892 alla Scala), è dell’inizio del ‘900, quando, amatissima da Toscanini tanto da nominare Wally e Walter i suoi due figli, veniva rappresentata con una certa frequenza; poi, dopo le grandi incisioni con la Tebaldi (1960) e la Marton (1990), sempre meno ripresa e oggi riproposta in un nuovo allestimento nella Coproduzione Fondazione dei Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Comunale di Modena, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Teatro del Giglio di Lucca che è la città natale del compositore; lo spettacolo cui ho assistito al Teatro Municipale Valli di Reggio Emilia, domenica 5 marzo 2017 ha il suo primo punto di forza dell’operazione nella regia di Nicola Berloffa che ha posticipato la vicenda agli anni ‘40 del ‘900 e ricollocato la melensa vicenda desunta dal romanzo di Wilhelmine von Hillern per questo dramma in quattro atti su libretto di Luigi Illica (lo stesso di tante creazioni pucciniane) quasi in un set cinematografico da film americano di quegli anni: lungi dall’essere quell’ingenua fanciulla, eterea espressione della natura alpina, Wally si presentava come una vamp degli anni ‘30, volubile e fatale, capricciosa e imprevedibile ed i costumi di Valeria Donata Bettella con le scene di Fabio Cherstich sottolineavano questa ambientazione in cui il panorama delle montagne ghiacciate era costante e gli interni potevano funzionare benissimo anche per una Fanciulla del West in versione teutonica. Il libretto dal vetusto tono neogotico, pieno di ridondanze e di didascalie ipertrofiche, contribuisce a mantenere a gelida distanza il lettore ed allontana dal verismo quest’opera che si configura, scrive Zurletti, come un «dramma umano in cui il realismo della rappresentazione si sviluppa in un ambiente non scevro di una tinta di mistero». Proprio a quest’aura di mistero vanno ascritte le contraddizioni palesi nella psicologia dei personaggi e l’elemento irrazionale che circola per la trama può far balenare suggestioni mitteleuropee se non nietzschiane. Secondo punto di forza di questa esecuzione erano i cantanti con vocalità fluviali adatte per tener fronte ad un’orchestra dalle dimensioni pressoché wagneriane.

©A.Anceschi-0093

Saoia Hernandez. © A. Anceschi.

Saoia Hernandez nel title-rôle è l’erede di una tradizione sopranile di tebaldiana memoria con in più una straordinaria capacità di stare in scena facendo esprimere ogni singolo gesto, perfino gli sguardi. In linea con la taglia vocale richiesta era il tenore lirico spinto Zoran Todorovich in Hagenbach, notevole per ampiezza di suono, e incisivo con acuti taglienti e un fraseggio solido. Grande interpretazione anche quella del baritono Claudio Sgura, nel personaggio di Gellner, che di nuovo si rivela artista misurato, ben compenetrato nella parte e capace di riempire la sala con acuti e nel declamato. Nel ruolo di Walter il soprano lirico leggero Serena Gamberoni, sorprendente quanto credibile in travesti, fin dalla Canzone dell’edelweiss Un dì, verso il Murzoll, dalle valorose agilità, ha definito un personaggio che passa efficacemente dalla tenerezza allo sconforto con una presenza e una vocalità nette e spiccate, costituendo uno dei fulcri emotivi dell’opera. Giustificata dalla situazione di vecchiaia malferma del suo ruolo era la voce un po’ affaticata di Giovanni Battista Parodi in Stromminger, padre di Wally, che veniva rappresentato claudicante, così come poco definita timbricamente era la vocalità di Mattia Denti nel Pedone di Schnals, ma riscattata da un gesto vocale eloquente. Ben gestita era infine la presenza vocale e scenica di Carlotta Vichi nel ruolo di Afra in un cast per cui la regia ha lavorato con cura e attenzione ad ogni singolo gesto in uno spazio piuttosto ristretto come per esempio quello per la danza nella baita del second’atto. Lavoro registico capillare anche per il Coro del Teatro Municipale di Piacenza, mosso abilmente in chiave espressiva. Insieme ai suddetti il M° Francesco Ivan Ciampa, alla testa dell’Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna ottimizzata in ogni sua sezione, ha valorizzato le voci senza perdere in spessore e qualità timbrica impiegata da Catalani per disegnare elementi atmosferici e il loro riflesso psicologico sui personaggi, come addirittura la nebbia e la valanga finale che veniva risolta dalla regia con un fumo spettrale che si levava fra le pareti di ghiaccio del fondo e il crepaccio che inghiotte Hagenbach e in cui infine si getta Wally. Soddisfazione e successo per tutti.

Andrea Zepponi

Le immagini della galleria fotografica sono di A. Santambrogio e A. Anceschi. © Fondazione I Teatri di Reggio Emilia.  

LA WALLY

Dramma in quattro atti. Libretto di Luigi Illica dal romanzo di Wilhelmine von Hillern

Musica di Alfredo Catalani

Direttore Francesco Ivan Ciampa

Regia Nicola Berloffa

Scene Fabio Cherstich

Costumi Valeria Donata Bettella

Luci Marco Giusti

Cast:

Wally Saioa Hernandez 

Stromminger Giovanni Battista Parodi 

Afra Carlotta Vichi 

Walter Serena Gamberoni 

Giuseppe Hagenbach Zoran Todorovich

Vincenzo Gellner Claudio Sgura

Il Pedone di Schnals Mattia Denti

Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna

Coro del Teatro Municipale di Piacenza

Nuovo allestimento Coproduzione Fondazione Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Comunale di Modena, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Teatro del Giglio di Lucca.