Nuove tendenze per il futuro enofiliaco. Oscar Wilde scrisse: l’arte è assolutamente superflua, ma vivere, senza di essa, non ne varrebbe la pena.

I paesi occidentali navigano ormai a vele spiegatissime nel super-super-super-iper—superfluo. E di artistico in questo c’è ben poco.

Se prima siamo stati per anni ricoperti di merci inutili, abituandoci ad esse fino a ritenerle necessarie oggi ne siamo a tal punto assuefatti da considerarle parti stesse delle nostre avventurose esistenze da consumatori.

Come ben sappiamo oggi il genere umano si è estinto. Ci sono i consumatori ed i morti di fame. I consumatori siamo noi ed i morti di fame li bombardiamo per il loro bene.

Il mistero, la meraviglia ci sono stati sottratti dalla nostra ansia che interagendo con internet ci porta a sapere tutto prima.

La paura di sbagliare ci attanaglia. Cosa penseranno di noi? Saremo socialmente accettati?

Abbiamo tonnellate di informazioni riguardo ogni singola cosa o aspetto del circostante ma non sappiamo più dire che cosa proviamo o cosa vogliamo e per quello non possiamo googolare niente che ci aiuti ma per fortuna hanno inventato gli psicofarmaci.

Quando negli anni 80 uscirono la prima guida ai Vini d’Italia di Veronelli e del Gambero Rosso ci fu grande scalpore.

A detta di chi vi partecipò e di chi produceva vini fu un momento epocale.

Al tempo in Italia non c’erano guide né punteggi. Le informazioni sulle cantine erano poche e con un click al massimo spegnevi il televisore. Quindi se volevi informazioni dovevi andare letteralmente a prendertele sul campo.

Soltanto Veronelli, con la sua grande umanità, cultura e competenza aveva già stampato dei libretti dove menzionava per zone di produzione le cantine da lui ritenute menzionabili. E non erano molte.

Nel frattempo le cantine si sono moltiplicate in modo vertiginoso. Le testate giornalistiche facenti capo a tali guide capendo la loro importanza si sono subito chinate di fronte alla voglia di emergere di queste nuove realtà tramutandola in cospicue “donazioni” alle loro redazioni o manifestazioni, sotto forma di vino o di semplice valuta.

Sempre a Veronelli va dato il merito di aver resistito a tale brama d’oro con caparbietà per anni nonostante poi alcuni scivoloni personali.

Non si può certo dire lo stesso degli altri tra produttori e giornalisti. Non è infatti casuale l’ostracismo di cui Veronelli fu poi vittima.

Oggi di guide in Italia ce ne saranno una ventina, tra minori e maggiori e vincere un premio non significa più quasi niente. Anzi semmai per il produttore c’è il fastidio di dover mandare tutti quei campioni gratuiti a proprie spese ed infatti molti le disertano.

Sono nati i blog e sono così tanti che non sanno più come fare per attirare l’attenzione.

Qualche tempo fa ne ho visto uno di una tipa di L.A. che si fa foto sexy con le bottiglie che degusta, cercando poi di usare un tono molto cool con parolacce e strizzatine d’occhio sessuali. E’ una delle blogger più seguite del momento in Usa.

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Il vino l’ho sempre pensato come opera d’arte, in quanto interpretazione del circostante da parte di un singolo.

Questo nel migliore dei casi ovvero quando il vino viene prodotto da un individuo, senza seguire mode o tendenze ma semplicemente seguendo il proprio gusto e le proprie idee.

Stiamo quindi parlando di un prodotto culturale tout court, che emoziona, stimola l’intelletto e di cui non se ne ha mai abbastanza.  Ma rappresenta soltanto il 4-5% della produzione vitivinicola mondiale. Il vino quindi rientrerebbe nell’arte, inserendosi perfettamente nell’aforisma di Wilde.

Ma il vino è una merce. E la maggior parte dei produttori e degli operatori del settore sottostanno al “dio” mercato cercando prodotti facili, a buon mercato, che non stimolino il consumatore finale ma che lo rinfranchino e lo rinsaldino nei suoi pregiudizi riguardo questa materia.

Come si è già dimostrato ampiamente: intere zone vinicole hanno adeguato i loro vini al gusto di mercati importanti per poter vendere più bottiglie a prezzi più alti.

Non era meglio prima e oggi è una disgrazia. Con quello che ho scritto voglio soltanto dire che il mondo del vino con la sua aurea di esclusività ed eleganza, con le sue degustazioni vip, le serate a numero chiuso per i pochi eletti, le bottiglie impossibili da acquistare, le visite in certe cantine impensabili se non su raccomandazione del Presidente della Repubblica… tutto questo è relativamente nuovo e assolutamente non condivisibile. Essendo una merce, rispecchia pienamente l’andamento di un mondo molto più complesso e più ampio di cui comunque è figlio: l’economia. E quindi quanto è avvenuto negli ultimi 20-30 anni è totalmente assurdo ma terribilmente comprensibile. Basta prendere tra le mani una guida ai vini del mondo di inizio anni ’90 e confrontare i prezzi con quelli di oggi: si compravano bottiglie importanti a 50-60 mila lire mentre le stesse oggi costano 4-500 euro. Non possono venirci a dire che le 60.000 lire del ‘94 equivalgono ai 500 euro d’oggi… Semplicemente seguendo le orme del genitore ha spietatamente allargato la sua forbice.

Il vino è una creatura viva: evolve, respira, cambia incessantemente.

Ma il vino non grida. Non piange. Non tenta il suicidio o fa scioperi della fame.

Quindi del fatto che più del novanta per cento dei vini che girano sugli scaffali dei supermercati e delle enoteche siano tramortiti da infinite manipolazioni e trasformazioni o che con la scusa di fare prodotti naturali cerchino di far passare drammi enologici per spremute di verità non importa a nessuno se non ad un esiguo numero di romantici.

Non so se questo si possa cambiare. Non vedo una grande attenzione da parte di noi umani ad esigere chiarezza sui processi e le provenienze di cibi e bevande che quotidianamente ci autosomministriamo.

Si cerca di salvare se stessi e i propri cari rifugiandosi nel biologico. Ma biologico significa davvero poco eppure viene definito trend positivo dagli studi di settore e quindi vende tanto.

Cosa significa praticamente sono in pochi a saperlo purtroppo. A me è sempre sorta questa domanda spontanea: ma se è davvero così puro e buono come mai ogni grande catena di supermercati ha la sua linea bio?

In una bottiglia di vino non c’è scritto niente a parte: contiene solfiti.

Non saprei davvero cosa consigliare a chi si approccia a questo mondo. Di cose buone da bere ce ne sono davvero tante, di produttori fighi pure e non si finisce mai d’imparare.

Però visti i tempi che corrono forse è meglio spogliarsi e rimanere con su un bel paio di mutande, prendere una bottiglia di vino, farsi una ventina di selfie e spararli on-line. Magari vi inventate un mestiere e scoprirete pure che i produttori di mutande pagano meglio di quelli di vino. Cara amica ricorda sempre che col tanga il vino rosato è assolutamente vietato..