Alcune settimane fa una ricercatrice italiana che lavora in Olanda, Roberta D’Alessandro, è balzata all’onore delle cronache di quasi tutti i quotidiani, per la prestigiosa borsa di studio vinta da lei e da un’altra trentina di ricercatori italiani, fra quelle messe a disposizione dall’European Research Council. Borse di studio di certo non ordinarie visto che si parlava di quote fino ai due milioni di euro per ogni “borsa”. Come certamente straordinario era stato l’impegno dei nostri ricercatori che figuravano al terzo posto dietro Inghilterra e Germania. Cosa che non era passata inosservata neppure al nostro Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini, che aveva esultato per l’evidente successo italiano. Cosa però non gradita alla stessa D’Alessandro che sui “social” rimbeccava la Ministra pregandola di non prendersi meriti che non erano suoi: «Cara ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati, (…) quei successi non sono affatto italiani e non deve appropriarsene». Un autentico “J’accuse” al nostro sistema. Supportato da sempre maggiori fatti. Partendo dallo specifico caso, ad esempio, solo 13 ricercatori resteranno in Italia per portare avanti il loro lavoro di ricerca. La maggioranza dei nostri ricercatori realizzerà invece i loro progetti all’estero dove la ricerca è più valorizzata e la meritocrazia tenuta in maggior conto. Pensiero condiviso dalla maggioranza di chi ha cercato fortuna all’estero. Francesca Terenzi, ad esempio, ha lasciato l’italia 13 anni fa ed oggi lavora in Inghilterra nel settore del risk management: «In Italia», dice, «i fondi per la ricerca sono davvero irrisori, lavorare fuori dall’università è difficile, restare all’interno è ancora più difficile. I concorsi vengono vinti da chi ha meno pubblicazioni di altri». O Davide Santoro, che ha lasciato l’Italia da una quindicina d’anni ed oggi lavora in Germania nel campo della ricerca: «Chi ha una laurea in fisica e vuol fare Fisica sperimentale ha bisogno di molti fondi per i macchinari. In Italia arrivavano quelli dismessi dal MIT, obsoleti e abbastanza inutili per essere competitivi». Infine, Rossella Terracciano: «Ce ne andremo tutti, lasciando qui soltanto i vecchi e gli anonimi figli di… Quando in ambito accademico ti propongono di lavorare gratis perché non hanno fondi in realtà uccidono la tua passione per la ricerca». A supporto di quello che dicono Francesca, Davide e Rossella bastano alcuni dati: nel 2014 sono stati quasi 90.000 gli italiani che hanno deciso di lasciare il nostro paese, giovani principalmente tra i 18 e i 39 anni, il cui trend è in continua crescita (sono infatti il 12,7% in più rispetto al 2012 ma anche il 34,4% del totale dei loro coetanei). Statisticamente questo significa che 3,3 giovani ogni mille abitanti emigrano. Principalmente i dottori di ricerca nelle scienze fisiche, seguiti da quelli nelle scienze matematiche, informatiche, chimiche ed economiche. Chi tentenna ancora, perché sebbene in Italia non veda un futuro a lungo termine, espatriare è pur sempre una decisione difficile, è Martina Neri, scienziata del progetto sulla ricerca delle onde gravitazionali: «Se uno vuole stare precario per sei o sette anni, riesce anche a sopravvivere saltando di borsa in assegno. Ma stiamo parlando di “contrattini” e non di contratti veri e propri. In più, dopo questi sei o sette anni (…) dovrebbero assumerti, ma i concorsi non ci sono così spesso. E allora mi chiedo: arrivo a 35 anni e poi? ».

Smarriti, preoccupati ma forse su tutte rassegnati, i nostri laureati e più generalmente i giovani che si affacciano nel mondo del lavoro, vedono con nero pessimismo la situazione non solo lavorativa ma amministrativa del nostro paese, condannando spesso, e talvolta ingenerosamente, “in toto” il sistema Italia, considerano le opportunità a loro offerte sensibilmente peggiori di quelle del nord Europa e dei paesi del Commonwealth in genere. Tra le soluzioni da intraprendere quella del lasciare il luogo d’origine è la più ampiamente condivisa da quanto emerge dal Rapporto Giovani promosso dall’Istituto Giuseppe Toniolo, in collaborazione con l’Università Cattolica, che ha realizzato un’indagine internazionale sulla condizione delle nuove generazioni nei più grandi paesi europei. Come già anticipato, più del 50% del campione concorda con l’affermazione che “l’emigrazione è l’unica opportunità di realizzazione”, specie per i giovani dei paesi latini (91% della Spagna e 88,3% dell’Italia contro il 53,9% del Regno Unito). Solo i giovani tedeschi non condividono quest’affermazione: il panzer tedesco, eccellentemente amministrato, rimane, infatti, la nazione più in salute d’Europa. La difficile scelta di lasciare il proprio paese dipende comunque molto dalla percezione che i giovani hanno dello stesso. Per questo motivo il 75,6% dei giovani italiani dichiara che “le opportunità offerte dal proprio paese” sono le peggiori o sono abbastanza peggiori contro quanto dichiarato da francesi (20%), inglesi (17%) e tedeschi (8,6%). I giovani italiani risultano così tra i maggiormente sfiduciati del proprio stato e pronti a un salto nel buio all’estero pur di evitare un futuro certo di miseria in Patria. Conclusione ingenerosa ma necessaria di un percorso di studi maturato in Italia dal nostro sistema d’Istruzione che mantiene comunque il merito di produrre cervelli, sfruttati però da altri.

Matteo Mineo