Sabato 8 luglio si aprirà il sipario dell’Anteprima Festival di Borgio Verezzi con Le bal (L’Italia balla dal 1940 al 2001) di Jean-Claude Penchénat. Regia di Giancarlo Fares. In una balera viene raccontata la storia italiana dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale fino all’attentato che colpì gli Stati Uniti d’America l’11 settembre 2001. In scena oltre a Fares e a Sara Valerio ci saranno ben 14 ballerini under 35 che raccontano con i gesti, la danza e le canzoni, oltre mezzo secolo del nostro Paese. Uno spaccato d’Italia che coincide con i 50 anni del Festival. Lo scorso anno, lo spettacolo ha avuto un grande successo di critica e di pubblico, ci auguriamo che Borgio Verezzi possa proiettarlo verso un grande futuro.

Per TheMartian.eu abbiamo intervistato il regista Giancarlo Fares.

Come nasce l’idea di raccontare attraverso il ballo, la storia dell’’Italia dal 1940 al 2001?

Nasce da un format francese del 1980 che viene fatto in tutto il mondo. Ognuno racconta la storia del proprio Paese. Abbiamo seguito l’incipit iniziale e poi la formazione dello spettacolo è a cura del regista. Diventa quindi un’opera originale. Il format termina con gli anni ‘80. Io invece ho raccontato i fatti salienti di tre decenni di storia. È uno spettacolo che amo perché partendo dal film Ballando Ballando di Ettore Scola che raccontava la storia francese, ho immaginato di voler raccontare la storia italiana, e dopo dieci anni sono riuscito a realizzare questo sogno.

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Foto di scena da Le bal (L’Italia balla dal 1940 al 2001) di Jean Claude Penchénat, regia di Giancarlo Fares.

La musica che diventa drammaturgia, quale in particolare?

Le musiche di genere italiano e non solo, più importanti. Mina, Celentano, Modugno ma ci sono anche i Pink Floyd, Enrico Ruggeri, Claudio Villa. Diciamo un po’ tutte le musiche importanti del ‘900. Nel 2001 si arriva a quella che è la musica di tipo elettronico.

Quasi un anello di congiunzione tra il Festival e il suo futuro?

Raccontando la storia d’Italia, racconta anche quella di Borgio Verezzi. Il Direttore Artistico, Stefano Delfino, ha visto lo spettacolo a Torino, è rimasto favorevolmente colpito e ci ha voluto a tutti i costi, ad inaugurare questo Festival. Andiamo con grande piacere perché è un Festival importantissimo. Lui è un grande uomo di teatro.

Un racconto senza parole che reazione ha il pubblico?

All’inizio è spiazzato ma poi diventa assolutamente partecipe del lavoro. Come diceva Pina Bausch «La parola può mentire ma il gesto non mente mai», quindi di fronte ad un lavoro completamente gestuale su musica, si lascia completamente andare ed alla fine, lo posso dire con certezza, il pubblico arriva a ballare con noi.

L’anno scorso era una scommessa, quest’anno cos’è?

È una certezza. Lo spettacolo è una delle poche realtà sicure di questa stagione. L’anno scorso, alla Sala Umberto di Roma abbiamo avuto addirittura la bellezza di una proroga, visto il grande successo. La tournée toccherà il Festival di Vimercate, La Versiliana, ad ottobre saremo al Teatro Menotti di Milano e poi nuovamente alla Sala Umberto di Roma dal 17 al 27 maggio 2018.

Lo spettacolo è stato definito: fortunato, coinvolgente e divertente. Quale di questi aggettivi lo descrive meglio?

Sicuramente divertente. È uno spettacolo che fa ridere ma fa anche emozionare, soprattutto quando narra della guerra. Ci sono persone che vengono in camerino con le lacrime agli occhi e ci dicono di aver vissuto sulla loro pelle, ciò che noi raccontiamo. È uno spettacolo graffiante come un film di Monicelli.

Elisabetta Ruffolo