Il 2 marzo scorso, il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha presentato il “Libro bianco sul futuro dell’Europa”[1]; il sottotitolo, “Riflessioni e scenari per l’UE a 27 verso il 2025”, chiarisce meglio i contenuti del documento: nell’ipotesi che l’uscita della Gran Bretagna diventi realtà e che non ci siano ulteriori defezioni né altri ingressi, tra una decina d’anni l’Unione Europea sarà ancora a 27 paesi, ma la sua struttura e i suoi equilibri interni potrebbero essere diversi da quelli che conosciamo oggi.

Per questa ragione vengono prospettati cinque possibili scenari: lo scenario 1, definito “Avanti così”, nel quale l’UE dovrebbe portare avanti il “suo programma positivo di riforme” [cfr. pag. 16 del libro bianco]; il secondo scenario, incentrato esclusivamente sul mercato unico; un terzo imperniato sul concetto di “coalizione dei volonterosi” – un richiamo non entusiasmante alla “coalition of willings” costruita da George W. Bush per invadere l’Iraq nel 2003 –, in cui gli stati si organizzano in gruppi che condividono come prioritari alcuni temi specifici e prendono iniziative autonome rispetto alla UE nel suo complesso; un quarto chiamato “Fare meno in modo più efficiente”, che prevede un arretramento su alcune materie ma un’assunzione di responsabilità a livello europeo più consistente per un numero ristretto di settori; last but not least, è il caso di dire, il quinto scenario (“Fare molto di più insieme”) è dedicato a un’Europa unita anche politicamente.

Il libro bianco redatto dalla Commissione Europea non brilla per lo spessore politico, né si sbilancia in alcun modo sulla direzione da seguire per rilanciare “l’idea di Europa”, oggi appannata dalla crisi economica, dal dilagare delle spinte nazionaliste e dalla pressione esercitata dai migranti alle sue frontiere. Al contrario, leggendo il “libro” si percepisce l’attenzione degli estensori nel voler evitare di urtare la suscettibilità dei paesi membri, ciascuno dei quali è portatore di una propria visione dell’Europa. Non a caso, anche nella descrizione del quinto scenario, quello che più si avvicina agli Stati Uniti d’Europa, il termine “federale” non viene mai citato.

Il documento presentato dal Presidente Juncker somiglia ad uno di quegli studi di fattibilità redatti negli uffici tecnici delle grandi aziende per illustrare all’Alta Direzione diverse alternative per un nuovo prodotto da lanciare sul mercato. Il passaggio più qualificante è forse il richiamo al Manifesto di Ventotene, scritto in un altro contesto da persone che avevano ben altro spessore intellettuale e politico. In uno dei capitoli introduttivi si legge:

“La suddivisione delle competenze non è sufficientemente chiara e il ruolo positivo dell’UE nella vita quotidiana non è visibile se a livello locale non viene spiegato adeguatamente”.

Che l’azione dell’Unione Europea abbia effetti positivi sulla vita dei cittadini europei è indubbio. Ma tentare di spiegare la crescente disaffezione dell’opinione pubblica europea nei confronti dell’Unione come se si trattasse di un difetto di comunicazione è il segno della scarsa consapevolezza da parte della Commissione sulle origini del profondo malessere che rischia di portare alla disintegrazione della UE. Significa presupporre che si è sulla strada giusta ma occorre convincere i cittadini che non se ne sono ancora accorti. A pagina 7 del libro bianco è riportata una figura che meglio di molte parole illlustra i motivi principali alla base del cattivo funzionamento dell’Unione. A seconda della prospettiva da cui ci si pone, si possono individuare diversi raggruppamenti di stati europei: esistono gli Stati membri della UE, gli Stati della zona euro, gli Stati dello “spazio Schengen”, gli Stati della Unione doganale europea. Raggruppamenti tutti diversi tra loro per composizione, che hanno in comune soltanto una quindicina di Paesi. Il risultato di questo grado di adesione differenziato alle istituzioni europee è una corsa continua alla ricerca di un compromesso che purtroppo è sempre al ribasso (ammesso che si riesca a trovarlo). Ne sono una prova le politiche per la gestione dell’immigrazione oppure la linea da seguire in occasione delle crisi nelle regioni a noi più vicine, dalla Libia alla Ucraina alle tensioni con la Federazione russa sul fronte nord-orientale dell’Unione.

Una settimana fa, dopo il vertice di Versailles tra Francia, Germania, Italia e Spagna, il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha dichiarato:

“Noi siamo favorevoli a considerare il percorso di integrazione con livelli differenziati: c’è il riconoscimento di uno stato di fatto, ovvero che lo slogan che da sempre campeggia sull’edificio dell’Ue – l’Europa deve muoversi verso un’integrazione sempre maggiore – è una prospettiva molto difficile da realizzarsi in un’Europa a 28. Non è un progetto contro qualcuno ma è una realtà di fatto”.

Le dichiarazioni del Presidente Gentiloni, sostanzialmente in sintonia con quelle della Cancelliera Angela Merkel e del Presidente Francois Hollande, rivelano una linea politica che accetta lo “stato di fatto” e asseconda gli sviluppi in corso. Una politica priva di visione, di progettualità.

Se uomini politici come Jean Monnet, Robert Schuman e Altiero Spinelli avessero avuto atteggiamenti simili, oggi l’Europa sarebbe ancora un insieme di Stati-nazione, con gradi di sviluppo diversificati ed equilibri che poggiano su relazioni e trattati esclusivamente bilaterali.

Nel 1783 la pace di Parigi sancì l’indipendenza delle tredici colonie nordamericane, finalmente libere dal giogo britannico. Dal 1777 i coloni si diedero un assetto confederale, che però mostrò ben presto i propri limiti. Per questo si iniziò a discutere per modificare l’ordinamento costituzionale. Il dibattito divise elite e opinione pubblica in due schieramenti, ciascuno dei quali proponeva una propria idea di distribuzione della sovranità tra un governo centrale e i singoli stati. La fase costituente durò pochi anni e portò, nel 1787, alla stesura della attuale Costituzione statunitense, da allora emendata pochissime volte.

Nel dibattito che precedette la ratifica e l’entrata in vigore della Costituzione, nel 1789, alcuni politici illuminati pubblicarono una serie di scritti – successivamente noti come Federalist Papers – per spiegare all’opinione pubblica le ragioni della scelta federale.

Alexander Hamilton, uno dei più brillanti artefici della costituzione del 1787, per convincere gli americani ad accettare la nuova costituzione scriveva che il popolo era chiamato a risolvere “l’importante quesito se le società umane siano o meno capaci di darsi, per propria scelta e attraverso matura riflessione, un buon governo, o se esse non siano invece condannate a far dipendere dal caso o dall’uso della forza le proprie costituzioni politiche”.

Hamilton non era un visionario né un illuso e non si nascondeva gli ostacoli e le resistenze da superare.

“Ben sarà se la nostra scelta verrà determinata da una giudiziosa valutazione dei nostri interessi, e non sarà sviata o turbata da considerazioni estranee al pubblico interesse. Il che, purtuttavia è più da desiderare ardentemente che da prospettarsi concretamente. Il progetto che ci viene sottoposto incide su troppi interessi particolari, innova troppi istituti locali, perché, nel discuterlo, non si implichino molti e vari argomenti, essenzialmente estranei al merito della questione, ed espressioni, passioni e prevenzioni non certo propizi a mettere in luce la verità.

Tra gli ostacoli più formidabili che la nuova Costituzione si troverà ad affrontare, si può, senz’altro, facilmente prevedere quello costituito dall’interesse evidente, di una determinata classe dirigente in ogni stato, a resistere ad ogni innovazione che implichi, comunque, una diminuzione di potere, di emolumenti, e di prestigio nelle cariche da essa attualmente coperte nelle amministrazioni degli stati e quello costituito dalla perversa ambizione di un’altra categoria di persone, che, dallo stato di confusione del proprio paese, sperano trarre vantaggi personali”[2].

In ogni epoca ci sono stati alcuni politici che hanno saputo guidare il popolo nelle scelte importanti e altri che al contrario ne hanno semplicemente assecondato le pulsioni. I primi sono leaders, i secondi followers.

[1] Commissione europea, Libro bianco sul futuro dell’Europa, https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/libro_bianco_sul_futuro_dell_europa_it.pdf

[2] Alexander Hamilton, Lo stato federale, il Mulino, 1987, pag. 27-28

Giovanni Ciprotti