Questa settimana siamo approdati all’ultima tappa del nostro viaggio. Siamo arrivati a New York nel mezzo di un’era glaciale che erano anni che non si abbatteva sulla città in marzo, forse il dio delle stagioni non aveva presa bene il nostro saltare a piedi pari l’autunno e buona parte dell’inverno rifugiati nel caldo indiano. E così bufera è stata.

Siamo stati, e tuttora lo siamo, ospiti di Philipp, maestro conosciuto l’anno scorso a Summerhill durante la settimana di campeggio internazionale che ogni anno si ripete a fine maggio. Philipp dopo aver insegnato per 5 anni a Summerhill, decise di prendere una pausa dalla situazione casa-bottega della suddetta scuola e si trasferì qua rispondendo ad un bando in cui si cercava un insegnante elementare per la United Nations International School (UNIS). Della scuola non sapevo molto, l’anno scorso lui mi aveva raccontato che in realtà era una scuola abbastanza tradizionale, molto grande (1500 studenti) e per questo piena di burocrazia, però la possibilità di potere entrare a vedere da vicino una simile realtà mi faceva parecchia gola e Philipp si è preso l’onere di dribblare segretarie, fogli e permessi e farci entrare.

Partiamo dalla posizione e dall’edificio.

La scuola è un enorme palazzo, ribattezzato da Vittorio la Tana della Marvel, che occupa un’abbondate porzione di terreno nel sud-est Manhattan, affacciandosi sul mare. Il gigante visto da fuori non colpisce per qualità estetiche e neanche si direbbe essere una scuola, se non fosse per qualche disegno attaccato alle finestre. Per entrare bisogna passare un cancello enorme, passare dalle guardie (eh sì, la scuola ha guardie armate che controllano entrate e uscite), lasciare documenti, ricevere un pass, aspettare che qualcuno ci venga a prendere, passare le porte di ingresso, fermarsi al secondo “posto di blocco”, dichiarare chi si è, perché si è lì, ora di entrata, di uscita, firma, goccia di sangue, timbro in cera lecca e ci siamo.

Se la scuola da fuori non è un granché il dentro è tutt’altra cosa. Sembra la fabbrica del Signor Wonka, colorata, gradevole, stupefacente, labirintica e piena di stanze e proposte incredibili. Philipp ci porta nella sua classe, una bellissima aula, senza porte, con vetrate luminose sia verso l’esterno che verso i corridoi interni. Ogni insegnante ha la possibilità di arredare l’aula come vuole e per questo ha un budget per poter comprare sedie, tavoli, tappeti, ecc…Quella di Philipp è un’aula estremamente confortevole e non rimanda affatto l’idea classica della scuola. Ci sono solo due tavolini, piccoli e circolari, degli sgabelli bassi, un tavolo alto a forma di onda con sgabelli da bar intorno. Un angolo con cuscinoni per risposare e tanto spazio a terra. Poi lungo il corridoio ci sono tavoli lungo le pareti che possono essere usati da chiunque liberamente.

Il primo giorno è stato molto emozionante soprattutto per Vittorio, che ha rincontrato i bambini con cui aveva vissuto lo scorso anno a Summerhill il meraviglioso camp. È stato bellissimo vederli incontrarsi, sgranare gli occhi, salutarsi ricordandosi incredibilmente, per me, i nomi. Mi è sembrata una piccola magia, un piccolo regalo che siamo riusciti a fargli vivere, la consapevolezza che quello che sembra lontano e impossibile non lo è.

La scuola inizia alle 8:00 ma le lezioni alle 9:00 e fino a quell’ora i bambini giocano e chiacchierano tra loro. Philipp ogni giorno scrive sulla lavagna il piano della giornata, solitamente consiste in segmenti da 3 quarti d’ora di lezione, o attività, intervallati da pause lunghe e brevi, di 15 e 25 minuti, durante le quali i bambini possono scegliere se stare dentro o fuori (fuori ci sono degli insegnanti che passano tutta la giornata in giardino per dare la possibilità a tutti i bambini di uscire anche se le loro insegnanti hanno da fare e non possono accompagnarli). La struttura delle giornate mi è sembrata estremamente morbida, delicata, adatta alle esigenze dei bambini e molto più libertaria e accogliente rispetto a quella di altre scuole alternative che ho visitato.

Questa scuola sulla quale non avevamo particolari aspettative, si è forse rivelata la migliore che abbia mai visto finora. Ciò che la rende eccezionale non è solo la morbidezza e la lentezza delle giornate, ma anche i potenti mezzi e risorse di cui dispone, utopico per la maggior parte delle scuole che non ricevono soldi dalle ambasciate come questa e dove i genitori non pagano 37000 dollari all’anno…Comunque concediamoci per un attimo il lusso di sognare e invidiare senza astio la tanta bellezza.

Ogni bambino ha un suo proprio portatile, offerto dalla scuola, di ultima generazione con cui fare ricerche e studiare (il maestro controlla i computer di tutti quindi non possono fare videogiochi, andare sui social, ecc..). Ci sono laboratori di ogni tipo che vengono quasi quotidianamente utilizzati dai bambini, come veri e propri laboratori e non come aule tout court. Questo è un passaggio importante perché spesso da noi si trovano laboratori dove alla fine gli insegnanti si ritrovano a insegnare frontalmente relegando l’esperienza attiva ad un futuro che mai arriverà. A proposito mi viene in mente la mia esperienza al Liceo Scientifico, dove ogni settimana avevamo laboratorio di chimica, ma solo una volta in 5 anni ci hanno fatto usare un microscopio, il massimo della sperimentazione che ci è stata permessa. All’UNIS, oltre ai classici laboratori di arte, cucito, terracotta, musica (con ogni strumento immaginabile), sala registrazione, sala regia per girare film e video, due (e dico due!) teatri, 3 palestre incredibili, laboratori di chimica, fisica, una libreria da paura, ha anche un meraviglioso laboratorio di tecnologie. I bambini dai 5 anni imparano a costruire robot con le Lego, a programmarli, a costruire circuiti, ad usare programmi per stampare 3d e giocare con la tecnica. Inutile dire che Vittorio ha praticamente vissuto dentro quest’aula, nella quale nessuno (come in tutte le altre) ha mai lesinato sui materiali e le possibilità, aiutandolo a stampare 3d i sui progetti, cercando di capire gli errori, il perché non funzionassero e come autocorreggersi.

Questa scuola dispone di potentissimi strumenti, che forse nessuno di noi avrà mai a disposizione nelle proprie scuole, ma è anche vero che alcuni di questi non sono poi così irraggiungibili. Ma la cosa che forse più mi ha colpito e fatto riflettere di questa scuola è stata la coesistenza di una marea di culture e lingue. Certo direte voi, era una scuola Internazionale. Ma il pensiero non era tanto “Oh, tu guarda che bello, da quanti Paesi vengono”, ma piuttosto “Questa è la vera libertà!”. Forse perché questa scuola è arrivata in un momento in cui questo pensiero è più forte che mai.

Dopo 5 mesi di viaggio in giro per il mondo, una delle più grandi consapevolezze acquisite è proprio questa: ai bambini dobbiamo insegnare a parlare, dobbiamo immergerli nelle lingue e smetterla di impartire mediocri lezioni di inglese, come continua ad avvenire, che non hanno nulla a che fare con la capacità di sapersi esprimere, conversare, comprendere.

In 5 mesi ho potenziato moltissimo il mio inglese, che era di tipo scolastico, quindi al livello più basso, e la più grande batosta è stata quella di aver compreso che non sono libera. Il mondo è pieno di proposte meravigliose, di posti che col mio curriculum potrei coprire in scuole meravigliose da sogno, ma questa possibilità mi è preclusa, perlomeno per i prossimi anni.

Non sono libera di scegliere dove andare a vivere e lavorare, facendo quello che mi interessa, perché avrei bisogno di almeno due-tre anni per padroneggiare la lingua in maniera articolata, sicura, con tutti i tecnicismi linguistici settoriali.

Non sono libera perché quando avevo i miei periodi sensitivi linguistici alla massima apertura la scuola non ha considerato questa mia e nostra ricchezza. Quotidianamente nelle scuole vengono sprecate possibilità favorendo altre attività di dubbia efficacia e valenza per una futura esistenza. Questo non significa che bisogna imporre ai bambini una nuova lingua, che vadano aumentate le ore di inglese con insegnanti italiani che nella maggior parte dei casi neanche sanno la corretta pronuncia delle parole…I bambini bisogna immergerli nella lingua, le scuole dovrebbero pullulare di insegnanti stranieri.

Nella regione dove abito non esiste una scuola internazionale e finché stai in Italia non te ne accorgi, finché vivi nel tuo piccolo paese di 30000 anime non hai un termine di paragone. Poi quando esci dall’Italia ti rendi conto di quanto sia piccola, di quante vite potresti condurre e …non puoi. Nella maggior parte dei casi semplicemente non puoi.

Quest’anno mio figlio non avrà studiato le frazioni su un quaderno, non avrà scritto un tema sulla festa del papà, non avrà lucidato col sedere sedie e non avrà fatto compiti, ma ha imparato l’inglese. Dopo 5 mesi è libero di girare per il mondo, chiacchierare con altri bambini, raccontare eventi, parlare di sé e fare domande. Comprende differenti accenti, inizia a leggere e scrivere in inglese e questo, tutto questo è uno dei regali più belli che potevamo fargli.

Ora la parola libertà per me ha un suono tutto diverso, ogni giorno che lo sento parlare di più inglese io lo vedo più libero.

Saper comunicare, esprimersi, comprendere, questa è per me libertà, oggi.

Emily Mignanelli