In Libia non ci piace più il generale Khalifa Haftar, laico, benché gestisca il Governo di Tobruk, l’unico finora riconosciuto a livello internazionale.

Khalifa Haftar: tenete a mente questo nome: è il candidato numero uno al ruolo di nuovo “orco” dello scacchiere africano-mediorientale secondo i mass media occidentali. Ex generale di Gheddafi, è l’uomo forte del Governo di Tobruk, l’unica realtà statuale libica riconosciuta a livello internazionale fino a quando americani e inglesi, con la foglia di fico dell’Onu che prima aveva una posizione diversa, hanno deciso di insediare a Tripoli il Governo fantoccio che serve per chiedere ufficialmente l’intervento militare “stabilizzatore” peraltro già in atto, sia pure in segreto (e chissà che, a nostra insaputa, non siano coinvolte pure le forze speciali italiane). Per farlo, hanno individuato una personalità non sgradita a quei grandi moderati dei Fratelli musulmani, scaricando senza tanti complimenti il generale Haftar, il quale ha la gravissima colpa di essere un laico e che, chissà come mai, se l’è presa un po’ cosicché dalle parti di Tobruk in questi giorni bruciano le bandiere italiane, ritenendo che il tradimento peggiore sia venuto proprio da Roma.

I Fratelli musulmani sono così moderati che il Pd a Milano ne candida una esponente.

Credo sarebbe interessante riscoprire cosa scriveva su questo pacifico movimento, su “Paese sera”, Graziella de Palo poco prima di sparire nel nulla, in Libano nel settembre 1980, con il collega Italo Toni, dove stavano svolgendo un inchiesta sul fondamentalismo islamico. A chi interessasse, il link per leggere l’articolo è questo. Come per i lavoratori connazionali uccisi in Libia, l’interesse per la sorte toccata ai due giornalisti né allora, né tanto più oggi è paragonabile alla copertura mediatica data al sequestro delle eroine Greta e Vanessa e men che meno alla mobilitazione per Giulio Regeni. A proposito di ques’ultimo, per il quale campeggiano striscioni nelle nostre città, dove nessuno ha pensato di farli per i due marò, aggiungo un’altra riflessione sgradita ai politi­camente corretti. Vittorio Arrigoni, attivista filopalestinese, a Gaza fece la stessa fine di Regeni: torturato e seviziato nell’aprile 2011. Ma non ci fu il sollevamento “popolare” e pure governativo per chiedere giustizia e verità e ci si accontentò della versione di Hamas, secondo cui alcuni “estremisti” se l’erano presa con il volontario italiano in quanto infedele.

Hamas garantì di aver provveduto a infliggere pene terribili ai “compagni che sbagliano” e tutto finì nel dimenticatoio. Come mai per Regeni, invece, l’attenzione resta viva e se ne occupano pure le maggiori cancellerie mondiali? 1) Perché i colpevoli dei due efferati assassinii in un caso erano comunque, per l’incredibilmente pazzoide sistema politico-informativo, dalla parte “giusta”, cioè estremisti islamici, nell’altro, invece, sono (forse) appartenenti al regime egiziano che tendenzialmente i fondamentalisti li impala (o quasi). 2) Perché si tratta di cercare di screditare al-Sisi che ha l’imperdonabile colpa di aver impedito l’insediamento di uno Stato islamico in Egitto, mandando all’aria il piano già ben avviato dai Fratelli musulmani.