C’è un filo bianco e rosso che lega molte vicende della storia politica repubblicana: la singolare intesa tra comunisti e cattolici. In questo modo si potrebbe riassumere la tesi che Massimo Teodori sostiene nel suo libro “Il vizietto cattocomunista”, pubblicato nel 2015 dall’editore Marsilio.

Un’intesa che si è sviluppata nel corso dei decenni, a partire dalla “costituzionalizzazione” dei Patti Lateranensi nel 1947, mediante quell’articolo 7 della nostra Costituzione votato anche dal Pci per non minare, almeno nelle motivazioni ufficiali, la pace religiosa in Italia.

Tuttavia, l’articolo 7 ben poco ha a che fare con il riconoscimento dei diritti religiosi, ai quali è dedicato l’articolo successivo della nostra Carta (“Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”, art. 8, comma 1). Nelle parole del professor Teodori, “le specifiche clausole del Concordato non riguardavano affatto la libertà religiosa, garantita dai principi generali della Costituzione, ma i beni, gli enti e i privilegi che lo Stato assicurava agli ecclesiastici”.

Con quel voto il Partito comunista guidato da Palmiro Togliatti rinunciò a difendere il principio di laicità dello Stato così caro alla sinistra italiana post-risorgimentale, quando la questione romana era ancora aperta, e accantonato nel 1929 da Mussolini per guadagnare l’appoggio, o quanto meno la non opposizione, del Vaticano e di conseguenza delle masse cattoliche alle politiche del regime fascista.

Gli sforzi del segretario comunista nella sua parabola di avvicinamento al mondo cattolico furono vanificati dagli sviluppi della situazione internazionale, con la formazione di due blocchi ideologicamente contrapposti, e dai relativi effetti sulla politica interna, manifestatisi per la prima volta in occasione delle elezioni politiche del 18 aprile 1948: dopo la vittoria della Dc, il Pci pagava la sua fedeltà all’Unione Sovietica con l’esclusione da qualsiasi ipotesi di partecipazione al governo del Paese.

Eppure, malgrado i toni da crociata usati nella polemica politica tra democristiani e comunisti, il Pci non ha mai rinunciato al tentativo di instaurare una relazione privilegiata con la Democrazia cristiana per la guida in qualche misura congiunta dell’Italia, sebbene non accompagnata dall’ingresso nel governo di esponenti comunisti.

A tale riguardo il professor Teodori riporta un significativo stralcio di un documento redatto nel 1954 dal Comitato Centrale del Pci:

“Tra le masse su cui si fonda il mondo cattolico organizzato e le masse comuniste e socialiste vi sono oggi molti più punti di contatto che non tra i quadri che le dirigono […] Perciò vi è una estesa possibilità di comprensione, di avvicinamento, di accordo, e questa è la strada sulla quale noi dobbiamo muoverci”.

Il dialogo tra comunisti e democristiani, sollecitato dai primi, proseguirà fino agli anni Settanta, con le stagioni del compromesso storico e della solidarietà nazionale. Dopo le elezioni del 1976, nelle quali il Pci giunse ad un passo dal sorpasso elettorale sulla Democrazia cristiana, c’era chi a Botteghe Oscure riteneva che gli indipendenti di sinistra “avrebbero potuto fare da ponte con la Dc o con una parte di essa”.

Quel percorso non era scontato, sostiene l’Autore, ed il Partito comunista italiano “sarebbe stato in condizioni di accedere al potere nazionale come in qualsiasi altro Paese europeo, solo se avesse rotto i legami con l’Unione Sovietica, e avesse affrontato una revisione ideologica del tipo di quella compiuta dai socialisti democratici tedeschi a Bad Godesberg” (dove, con il congresso straordinario del novembre 1959, la Spd decise di recidere i legami con l’ideologia marxista, n.d.a.). Ma l’opzione socialdemocratica era stata abbandonata sin dai tempi di Togliatti e non fu ripresa in considerazione neanche quando la contrapposizione dei due blocchi venne meno.

Dalla ricostruzione del connubio tra Dc e Pci che il professor Teodori presenta, traspare la delusione per la mancata formazione, in Italia, di una forza di sinistra laica e riformista di stampo europeo.

Il crollo del Muro impose al Pci la “svolta” della Bolognina nel 1989 e l’abbandono dell’aggettivo “comunista”, mentre la Democrazia cristiana avrebbe cessato di esistere di lì a pochi anni, travolta dagli scandali di Tangentopoli.

Gli eredi dei due principali partiti della Prima Repubblica non presero le distanze tra di loro e anzi, nel giro di quindici anni, diedero vita ad una nuova formazione politica, il Partito Democratico, nato come sintesi degli ideali comunisti e cristiano-sociali. Tuttavia, secondo l’Autore, “il connubio del Partito democratico non nasceva da una riflessione culturale, ideologica o dall’evoluzione di un pensiero politico, ma sulla base di un blocco di potere che si era andato perfezionando nel tempo”.

I primi anni di vita del Pd furono caratterizzati dai tentativi di individuare una linea politica condivisa dalle diverse anime che avevano tenuto a battesimo la nuova creatura politica, che tuttavia sembrava trovare unità di intenti prevalentemente “per far fronte al berlusconismo”.

L’analisi del professor Teodori si sofferma sul crescente peso della componente cattolica in seno al Pd, per concludere che “dopo un decennio i postcomunisti sono divenuti, essi, i “compagni di strada” dei postdemocristiani, relegati in ruoli marginali fino alla completa emarginazione nella stagione di Matteo Renzi, segretario del partito e presidente del Consiglio”.

La tanto sospirata convergenza tra comunisti e democristiani sembra essersi concretizzata, ma a quanto pare non a vantaggio dei primi.