Con l’autore Andrea Mauri mi lega un rapporto di amicizia nato agli esordi del nostro lavoro quando giovinetti i nostri destini si incontrarono in una Radio Privata dove non percepivamo una lira, eravamo senza riscaldamenti, lottavamo con “l’ottusità” dei proprietari ma la voglia di andare avanti aveva la meglio. Siamo stati “Compagni di merende” con grandi abbuffate di arancini anche a colazione. Le nostre strade hanno preso poi strade diverse ma l’affetto non è venuto a mancare, fino a quando “una piacevole coincidenza” la presentazione del suo libro mickeymouse03 nella collana Specchi di Alter ego ci ha fatto rincontrare nella zona del primo delirio professionale che ci ha portato lontano. «Andrea non ha solo talento ma ha anche voglia di andare avanti a piccoli passi, mickeymouse03 è un punto d’arrivo al quale ha lavorato tanto. Andrea è uno che studia e gli piace sentire il polso della società», dice di lui la scrittrice Chiara Borghi.

La storia è quella di due sofferenze che s’intrecciano. Francesco è un prete e come tale è obbligato alla castità. Nella famiglia di Michele la sua omosessualità non viene accettata anzi è vista come una malattia. I loro ruoli sono molto definiti: Francesco è più rigido, Michele nella sua famiglia e nella società gioca il ruolo di figlio deviato. C’è anche il fratello di Michele, Sergio che è a capo di un branco. Michele non riesce a fare una scelta perché ha una sorta di attrazione-repulsione verso il fratello che considera un anello di congiunzione con la madre che lo ha da sempre preferito a lui. Le tre figure sono molto interessanti, rappresentano uno spaccato della nostra società. L’autore all’inizio era un po’ titubante. Ad un certo punto ha deciso che non bisognava limitarsi o autocensurarsi e che la storia doveva essere raccontata e lo ha fatto con un sistema immediato, con frasi rapide anche da un punto di vista stilistico. Ogni dialogo non è mai banale e le parole della chat in certi litigi sono pietre. Ha voluto sondare la psicologia di un prete che viola il celibato. «Durante l’ordinazione è forte il vacillamento in cui ci si sente più deboli. Mi sono spesso interrogato incontrando gruppi di preti come facessero a rinunciare al sesso». Il testo è scorrevole, l’ambientazione tra Roma e Barcellona è molto descrittiva, ogni personaggio è ben configurato. Ognuno gioca la sua partita per la vittoria, ognuno è una pedina come nel gioco degli scacchi. Chi vincerà chi sarà sconfitto?

Copertina del libro mikeymouse 03, Alter ego.

Copertina del libro mikeymouse03, Alter ego, 2016.

Nel libro ci sono dentro più storie, quella centrale narra l’amore tra due uomini attraverso una chat. Chi sono Francesco e Michele?

Due anime solitarie che si incontrano dentro una grande bolla virtuale e tentano di colmare il vuoto dell’anima. Provano ad andare oltre la consueta comunicazione in chat. Si esplorano per esplorare se stessi. Un esercizio di conoscenza amplificata. La chat quindi come specchio dell’anima. Occhio virtuale che scandaglia due personalità inquiete.

Perché la comunicazione è velata?

Nel momento in cui Michele e Francesco oltrepassano la soglia delle domande e risposte scontate, approfondiscono la conoscenza con interrogativi sempre più personali, sempre più privati. Ci sono tentennamenti, indugi a procedere oltre. C’è un pudore a svelarsi completamente. Entrambi si trincerano dietro lo schermo che filtra i dialoghi, avvolge di una patina nebbiosa la reale personalità. Tra verità e menzogna, ambedue necessarie per continuare il gioco virtuale, i due protagonisti raccontano almeno fino a un certo punto una realtà irreale.

Ogni loro dialogo non è mai banale, le parole della chat in certi litigi, sono pietre. Sarebbe stato diverso se la conversazione fosse stata de visu?

Conoscendo Michele e Francesco, direi che anche di persona i loro dialoghi non sarebbero mai banali. Sono due uomini intelligenti, che guardano al mondo circostante con occhi curiosi e critici. Al contrario ritengo che le parole lanciate come macigni nei litigi virtuali sarebbero state più morbide se i due si fossero trovati l’uno davanti all’altro. Non sono tipi da aggredirsi fisicamente, da fare scenate teatrali per il semplice gusto di farle. Li guida una certa razionalità. Senza il filtro della chat avrebbero ponderato le cose da rimproverare e da chiarire. Invece seduti al pc in un ambiente casalingo protetto, si offre il peggio di noi stessi. Non ci si preoccupa affatto delle parole che possono ferire. Si lanciano alla rinfusa per il gusto di massacrare l’avversario, che non può vederti e schivare i colpi in anticipo. È un gioco al massacro, di cui la chat è complice.

Perché ormai è più facile anche per le persone di una certa età celarsi dietro uno schermo piuttosto che affrontarsi faccia a faccia?

Abbiamo paura di mostrare i punti deboli; quello che ci fa soffrire, che ci fa sentire inadeguati, che fiacca duramente l’autostima. Non abbiamo la forza di guardarci dentro con autocritica. Ci nascondiamo a noi stessi e ci celiamo agli altri dietro a una chat, che ci permette di presentarci come vogliamo, raccontando quello che ci fa comodo, dipingendoci come quello che vorremmo essere. In sostanza offriamo al mondo virtuale il nostro ritratto di Dorian Gray, quell’immagine di noi che data in pasto alla chat invecchia al posto nostro, incassa i colpi più scorretti in nostra vece, mentre noi restiamo inattaccabili e protetti lontani dalla realtà vera.

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Andrea Mauri.

Ad un certo punto visto che Francesco è sparito dalla chat, Michele gli fa recapitare una lettera cartacea, pur sapendo che qualcuno potrebbe leggerla. Vuole venire allo scoperto o cosa?

Michele non è preoccupato che la lettera cada in mani sbagliate. Ama Francesco ed è sereno con se stesso. Non teme il giudizio degli altri. La sua è piuttosto un’ansia comunicativa. Michele desidera raggiungere e parlare con Francesco a tutti i costi. Quando il rapporto via chat si interrompe per cause che non sveliamo (altrimenti che gusto c’è a leggersi il romanzo), lui escogita il vecchio sistema della lettera, più sicuro perché sperimentato nei secoli. Michele ama le parole, ne fa dono a Francesco e in un certo modo svela un dettaglio romantico della sua personalità. Qualcosa di antico si muove dentro di lui e conosce bene l’effetto che fa una lettera recapitata al momento giusto. Altro che chat!

Perché la scelta di Francesco di fare il prete è una scelta di comodo?

Francesco fatica ad assumersi le responsabilità della vita. Ciò non significa che nel suo caso la scelta di avvicinarsi alla Chiesa sia stata pensata a vanvera, ossia senza una predisposizione agli ambienti religiosi. Di sicuro è stata agevolata dal fatto che la Chiesa offre un guscio dentro al quale ripararsi. Tra le sue braccia, non c’è da preoccuparsi di problemi contingenti, quali alloggio, lavoro, stipendio. All’interno dell’istituzione religiosa puoi trovare la soluzione alla vita a patto di adeguarsi alle regole che la muovono.

Molto spesso sondi la psicologia di un prete che viola il celibato. Cosa esce fuori?

Il rischio di sviluppare una personalità schizofrenica. La violazione del celibato è un grande peccato per un prete. D’altro canto i sacerdoti sono essere umani, quindi imperfetti e come tali peccatori. La schizofrenia può insorgere in quei soggetti che perdano di vista la loro natura umana e imperfetta. Preti che si affannano a inseguire l’assunto inculcatogli in malafede secondo cui un sacerdote debba essere senza macchia, perfetto nello svolgimento della sua funzione, esempio di rettitudine al limite dell’inumano. Quando peccano, si sentono falliti. Da qui la rincorsa a recuperare la credibilità davanti alla Chiesa e ai fedeli, per poi ripeccare inevitabilmente e così procedendo verso l’autodistruzione. Non sarebbe più facile permettere ai sacerdoti di formarsi una famiglia, di vivere come gli altri in armonia con la Chiesa? Dei preti sereni farebbero bene a tutti. Troppe tensioni finiscono per far esplodere il sistema.

La scelta della castità è disumana?

È innaturale, come sarebbe innaturale vietare ai preti di mangiare o dissetarsi. Prima o poi l’istinto farà capolino e segnerà l’inizio di una lotta disumana contro la propria natura con il rischio altissimo di impulsi di autocastrazione.

«È protetto in un ambito che non fa domande». È sempre così e perché?

Non è sempre così. Ci sono delle eccezioni a una certa omertà della Chiesa. Ho conosciuto un prete che ha coinvolto i superiori sui dubbi provocati dall’omosessualità. La reazione del vescovo e degli altri prelati è stata di ascolto e di comprensione. Gli hanno teso un mano per alleviarlo nello sconforto. Gli hanno suggerito di interrompere per un periodo l’esercizio del sacerdozio per avere la necessaria serenità di riflettere e di vivere quello che il sacerdote voleva sperimentare per poi riaccoglierlo in seno alla Chiesa.

C’è una certa attrazione verso Francesco, verso l’incognito, verso ciò che non si conosce. Da cosa è dettata?

La voglia di avventura, di mettersi alla prova in situazioni apparentemente impossibili. In fondo c’è il gusto di spuntarla anche quando l’oggetto del desiderio sembra irraggiungibile. Per dimostrare a se stessi: bravo, ce l’hai fatta. L’incognito e il mistero alimentano la curiosità, spingono l’essere umano a compiere azioni impensabili. Francesco e il suo mistero sono una calamita super attraente.

I due riflettono molto spesso sul rapporto di coppia. In un rapporto mordi e fuggi cercano di avere una relazione stabile anche se nessuno dei due forse la vuole veramente?

In realtà non si tratta di un rapporto mordi e fuggi. Le lunghe chattate ne dilatano i tempi. Se fosse stato l’incontro di una notte, Michele e Francesco si sarebbero stancati presto di chiacchierare al pc. Invece insistono perché percepiscono che c’è dell’altro nel loro rapporto. Il modo di comunicare è diverso da quello di chi cerca rapporti fugaci. A un certo punto della storia succederà qualcosa e lascio ai lettori l’interpretazione su che cosa vogliono veramente i due protagonisti.

Tra loro si intromette Sergio, fratello di Michele a capo di un branco d’idioti. A chi ti sei ispirato?

Al fratello che non ho. Al figlio unico che sono. Ho cercato di immaginare come sarebbe stato crescere con un fratello che non ti accetta, che passa con te intere giornate disprezzandoti e che però allo stesso tempo sente un’attrazione invincibile per il tuo modo di essere. Anche in questo caso, il rapporto fraterno è utile perché fa da specchio per entrambi e per Michele è molto importante: Sergio rappresenta il primo uomo con cui il ragazzo interagisce e si mette in discussione.

L’uno e l’altro sono più vittime o peccatori?

La chat innesca un gioco pericoloso tra Michele e Francesco. Entrambi ne sono consapevoli, altrimenti non avrebbero deciso di usare questo strumento di conoscenza. Si lasciano trasportare dagli eventi, che a volte sfuggono loro di mano. Più che vittime o peccatori, direi che si tratta di un gioco perverso tra vittima e carnefice.

Chi scappa lo fa per sempre?

Il rischio di quello che gli psicologi chiamano coazione a ripetere esiste. Inutile negarlo. L’essere umano reitera comportamenti che conosce e di cui prevede già le conseguenze. Riceve in cambio sicurezza e protezione da inutili salti nel vuoto. Però, siccome noi uomini non siamo immutabili nel tempo e rigidi nelle nostre vite, tale coazione può essere spezzata. La reiterazione dei comportamenti termina quando il soggetto trova qualcuno o qualcosa per cui valga la pena interromperla. Chi scappa non lo fa per sempre.

La scelta di ambientare la storia tra Roma e Barcellona com’è nata?

Una regola aurea della scrittura è quella di raccontare i luoghi che si conoscono bene. Sono romano, quindi non potevo non ambientare la storia nella mia città. Anche se in questo assunto si nascondono delle insidie, perché nel raccontare la città in cui si vive, si rischia di cadere in descrizioni didascaliche. Amo Barcellona, amo le città di mare. Ci sono andato spesso, a trovare amici catalani, e grazie a loro ogni volta ho scoperto angoli nuovi della città. Non avevo programmato di ambientare una parte del romanzo a Barcellona. La scelta si è imposta da sé. Inconsciamente chissà cercavo una città di mare che facesse da contraltare a Roma, dove il mare è più distante.

A parte le orecchie a sventola cosa c è di autobiografico in questa storia?

Le orecchie a sventola e la statura bassina … A parte gli scherzi, ho conosciuto dei sacerdoti che vivevano la condizione raccontata nel romanzo. È stata occasione di confronto e di approfondimento di una situazione diffusa, più di quanto si possa immaginare.

mickeymouse03 è un punto d’arrivo, hai mai pensato di non farcela?

Sono stato sommerso dai dubbi, soprattutto per il tema affrontato. Mi domandavo: interesserà a qualcuno? Riuscirò a raccontarlo con la precisione che il tema richiede? Inoltre mi sono scontrato con nodi narrativi che non riuscivo a sciogliere. Mi sembrava che la storia non procedesse e temevo che si impantanasse per sempre. Poi con la giusta calma, con i consigli preziosi di Paolo Restuccia e Enrico Valenzi della scuola Omero e quelli di Luigi La Rosa, che mi hanno aiutato a sbrogliare la matassa, sono arrivato a mettere la parola fine alla storia.

Quando i libri non circolano impoveriscono la vita, cosa ne pensi?

Per me leggere significa evadere dalla realtà. Quando ho voglia di vivere una vita non mia, quando ho voglia di entrare nella pelle di uno sconosciuto, lo posso fare solo con i libri. Non sopporterei di essere incentrato su me stesso lungo un’esistenza intera. Voglio curiosare fuori, viaggiare in mondi e luoghi diversi. Con la lettura riesco a ritagliarmi uno spazio completamente mio. Peccato che in Italia si legga poco. Bisognerebbe inventarsi una campagna promozionale per spiegare quanto perdiamo a non aprire una pagina di un libro e leggerne anche un rigo solo.

Elisabetta Ruffolo