Il fatto che il Conservatorio di Venezia sia intitolato a Benedetto Marcello e non ad Antonio Vivaldi la dice lunga sulla considerazione riservata al celebre autore delle Quattro Stagioni: un compositore dalla vena facile, un violinista virtuoso e spettacolare, ma sostanzialmente sregolato e dedito più agli effetti che al severo contrappunto come invece il suo contemporaneo titolare del conservatorio veneziano membro perfino dell’Accademia Filarmonica di Bologna. Un autore “commerciale” quindi, ma che piace e affascina con i suoi riflessi poliedrici e pieni di colore come il vetro di Murano. L’incoronazione di Dario (1717) di Vivaldi, andata in scena al Teatro Regio di Torino nell’ambito stagione lirica 2016/17 nel nuovo allestimento cui ho assistito nella recita pomeridiana del 23 aprile scorso, è uno dei melodrammi vivaldiani e veneziani più rappresentativi. Che il cosiddetto Prete Rosso fosse dedito al teatro, piazza molto redditizia nel ‘700, è pure un fatto molto significativo sul carattere della sua musica così capace di quelle sfumature affettive e descrittive che erano di casa sulla scena melodrammatica e, per quanto si possa dire, saranno proprio le sue ricette musicali ad avere il futuro più fecondo nel panorama storico musicale del Settecento. Merito della produzione del teatro torinese è quello di procedere ad allestire melodrammi vivaldiani (anche perché Torino è la sede della maggior raccolta di manoscritti del grande maestro veneziano) su cui nessun teatro italiano mostra di investire con regolarità ovviamente per la difficoltà di esecuzione che in questo caso è stata affidata al meglio che si possa trovare: la bacchetta di Ottavio Dantone.

OttavioDantone-foto di Giulia Papetti, courtesy Accademia Bizantina

Ritratto di Ottavio Dantone. © Giulia Papetti, courtesy Accademia Bizantina.

Eppure la bizzarra commistione di episodi seriosi e di momenti al limite del buffo fa del teatro barocco vivaldiano qualcosa di molto godibile per il pubblico specialmente quando ben suonato, ben cantato e ben messo in scena come in questo caso. L’allestimento di Leo Muscato ha colto molto bene le divergenti dinamiche dell’opera, anche se non tutto era organicamente risolto in modo chiaro e uniforme. Dal punto di vista scenico le diverse ambiguità in senso temporale a cavallo tra ‘800 e ‘900 nei costumi e nella scenografia della torinese Accademia Albertina di Belle Arti hanno configurato un mondo iranico elegante, sontuoso, con quel tanto di esotico che ben si associava al decoro barocco del ‘700, ma nel contempo i panorami desertici e le strutture petrolifere presenti sullo sfondo, astrattamente illuminate dalle luci di Alessandro Verrazzi, alludevano ad una contemporaneità fatta di poteri economici forti per cui i personaggi si scontrano a vari livelli: quello militare, quello diplomatico e quello amoroso. Tra questi assetati di potere e d’amore, il ruolo di Statira, principessa imperiale, rappresenta l’ingenuità di chi vive secondo natura e paradossalmente vince la partita senza volerlo.

sara mingardo

Ritratto di Sara Mingardo.

L’aria Sentirò tra ramo e ramo, con imitazioni naturalistiche di tipo ornitologico, interpretata graziosamente da Sara Mingardo è stata il culmine della componente comica evidenziata dalla regia con una serie di entrate ed uscite della cantante durante l’aria. Si tratta però di un vero cammeo di bellezza melodica incastonata su una struttura armonica a macchie di colore che la Mingardo delinea con il suo grande risalto timbrico di contralto. Come nella distribuzione tipica del melodramma barocco ogni personaggio deve sfoggiare un ventaglio di affetti espressi con vocalità flessibile secondo una retorica musicale virtuosistica: in questo ogni interprete ha soddisfatto le aspettative più esigenti: il mezzosoprano Delphine Galou è un’Argene elegante dal punto di vista musicale e scenico, con risorse tecniche notevoli e ben esibite nella funambolica aria di chiusura Ferri, ceppi, sangue, morte. Annunciata dalla direzione teatrale con qualche indisposizione di salute, non ha fatto avvertire proprio nulla di manchevole: sorella perfida ed ambiziosa di Statira, il suo personaggio intrigante è perdente radicale di fronte alla giuliva semplicità della sorella. Ben risolta e caratterizzata anche la parte patetica di Alinda dal soprano Roberta Mameli con una vocalità aperta e luminosa, facile alle fiorettature. Il suo amato era l’Oronte del mezzosoprano Lucia Cirillo, spigliata sia sul piano vocale che su quello scenico nonostante il suo pesante costume da operaio petrolifero; non da meno il suo rivale Arpago a cui il soprano Veronica Cangemi ha attribuito un carattere piuttosto marziale. Lo scontro musicale del primo atto tra i due schieramenti era però disturbato da grida antimusicali aggiunte arbitrariamente alla partitura. Il Niceno di Riccardo Novara, baritono chiaro dalla bella vocalità squillante e flessibile, si è anche avvalso di una dizione precisa e nitida e su una valida capacità di scandire le coloratura.

riccardo novaro

Ritratto di Riccardo Novaro.

Ottimamente caratterizzata e sbalzata la parte di Flora, servante delle due sorelle imperiali velata come un’araba, dal mezzosoprano Romina Tommasoni, che ha realizzato la controscena brillante dell’azione con il giusto risalto e una presenza scenico-vocale notevole e molto applaudita. Con il risalto dovuto ad un protagonista, il tenore Carlo Allemano si è presentato al meglio della sua forma vocale dalla notevole ampiezza in volume ed estensione e un timbro quasi baritonale che spazia tra registro acuto e medio-grave con agilità nette e fluide con cui è riuscito a dare personalità ad un personaggio che diventa brillante, spiritoso anche se in origine più simile per indole a quello di Statira a mezzo tra la regalità e la semplicità disarmante.

Indi il basso Cullen Gandy (L’ombra di Ciro e Oracolo di Apollo) ha completato efficacemente il cast. Ottavio Dantone con la sua esperienza e conoscenza di questo repertorio ha dato la sua impronta autorevole alla plausibilità esecutiva della musica orchestrale ricca di aggiunte e di sviluppi dovute alla prassi esecutiva. Dantone, alternandosi nel doppio ruolo di direttore e maestro al cembalo, ha offerto una lettura ricca e poliedrica dell’opera variandone capillarmente gli elementi agogici e ritmici, valorizzando in senso espressivo i recitativi che snodano l’azione teatrale in toni anche più inaspettati. L’Orchestra del Regio di Torino ha dimostrato una grande versatilità di fronte al magistero di Dantone nel piegarsi alle esigenze stilistiche peculiari del repertorio cosiddetto antico e ha dato una prova di tenuta del colore barocco capace di tener testa a qualsiasi altra compagine specialistica. Da qui la forte presenza del pubblico in sala e il successo pieno e condiviso da tutti gli interpreti.

Andrea Zepponi

 

L’incoronazione di Dario

Dramma per musica in tre atti su libretto di Adriano Morselli

Musica di Antonio Vivaldi

Dario CARLO ALLEMANO

Statira SARA MINGARDO

Argene DELPHINE GALOU

Niceno RICCARDO NOVARO

Alinda ROBERTA MAMELI

Oronte LUCIA CIRILLO

Arpagno VERONICA CANGEMI

Flora ROMINA TOMMASONI

Ombra di Ciro e Oracolo (Apollo) CULLEN GANDY

Direttore Ottavio Dantone

Orchestra Teatro Regio, Torino

Regia Leo Muscato

Scene e costumi Accademia Albertina di Belle Arti

Movimenti coreografici Alessandra de Angelis

Luci Alessandro Verrazzi

Nuovo allestimento Teatro Regio, Torino