L’opera delle opere, vera e propria ipostasi del sublime lirico, la Norma di Vincenzo Bellini è andata in scena al Teatro Massimo di Palermo con un cast stellare: la recita di domenica 26 febbraio cui ho assistito con Mariella Devia-Norma, Carmela Remigio-Adalgisa, John OsbornPollione, Luca Tittoto-Oroveso, Maria Mirò-Clotilde e Manuel Pierattelli-Flavio, è un nuovo allestimento del Teatro Massimo in coproduzione con l’Arena Sferisterio di Macerata la cui regia di Ugo Giacomazzi e Luigi Di Gangi e le scene di Federica Parolini sono state adattate agli spazi più contenuti del teatro palermitano. Considerando la rarità di esecuzione di questo titolo, posso riferire di aver avuto il duplice privilegio di ascoltare interpreti eccezionali e di vedere uno spettacolo di speciale bellezza che tocca, a mio dire, una dimensione archetipica del capolavoro belliniano: la regia ha realizzato uno spazio rituale in cui una “realtà ancestrale ed arcaica, fatta di donne che tessono, di fili che si dipanano come quelli delle Parche, di vaticini alla luna” appariva come scena fissa in cui i diversi piani di prospettiva erano delimitati da diaframmi fatti di reti, rami intrecciati, infule e legami raffiguranti forme circolari variamente illuminate dalle luci sensibili, palpitanti e rivelatrici di Luigi Biondi che individuavano un orizzonte cromatico cangiante; un insieme dalle molteplici valenze simboliche ambivalenti, proprio perché indistinte, ad indicare il limite di separazione tra il mondo di Norma, ispirato alla Sardegna profonda di Maria Lai, l’artista che proprio con fuso, filo e forbici ha realizzato opere povere e di straordinaria poesia, e quello di Pollione: lui irrompe sulla scena lacerando il diaframma di rete del fondo e creando un varco tra il suo mondo e quello di Norma che come eroina tragica diventa libera attraverso il sacrificio di se stessa. È illuminante citare la stessa Lai che diceva: «Ci sono delle persone che nascono con la sensazione di non appartenere alle leggi di questo mondo, e che questa cosa le fa soffrire perché si sentono escluse, fin quando non capiscono che questo in realtà le rende libere, e lì sta la loro forza, e lì si esprimono e diventano se stesse». Questa linea registica ha rappresentato Pollione come lo straniero che ha fatto ingresso nel mondo di Norma ed è il futuro che avanza: lei stessa lo ha fatto entrare e poi ha dovuto pentirsene a causa del suo popolo che non accetta il nuovo, ma esso cammina sulle piccole gambe dei suoi due figli, uno bianco ed uno nero, a suggellare la mescolanza delle etnie. L’elemento tragico per la regia è allora insito nel contrasto insanabile tra questo anelito della sacerdotessa verso la libertà da un lato e la fedeltà a suo padre ed al suo popolo dall’altro: la tragedia della rinuncia, come è classicamente considerata l’opera belliniana diventa quindi il dramma romantico della lotta di Norma per essere libera non attraverso la vita, ma tramite l’autosacrificio e la catarsi finale. Questa sublime visione era perfettamente dipanata da una regia dalle idee chiare e trasparenti, in cui bellezza e pertinenza erano diffuse tra la scenografia della Parolini e i costumi evocativi di Daniela Cernigliaro congegnati entrambi con un gusto superiore che rendeva cose semplici e materiche elementi di complessità simbolica e di suggestiva ambivalenza.

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Ritratto di Carmela Remigio. Ph. Nicola Allegri.

Quanto la lettura registica fosse pure attenta ai valori musicali e drammatici presenti nel testo, si poteva vedere dalla cura capillare della gestualità sempre desta degli interpreti, nelle controscene (esempi il coro iniziale e cavatina di Oroveso, il duetto PollioneAdalgisa, e il duetto Norma-Pollione in cui quest’ultimo non era lasciato da solo con il soprano, ma era avvinto in lunghe corde controllate e strattonate da tre figuranti i quali gli permettevano di muoversi senza avvicinarsi troppo a Norma) che non rendevano mai statica l’azione e nella condotta espressiva del coro mosso in modo liricamente superbo quasi a ricordare, nell’emiciclo del teatro greco, le movenze dei due semicori, maschile e femminile, distinti da colori iridati e di notevole bellezza (esempio l’episodio Guerra, guerra dove i coristi compivano diverse evoluzioni ai cenni di Norma armata della sua falce d’oro); non estranei alla lettura registica, osservante e rispettosa della lettera e dello spirito del testo, erano gli elementi classici che si riscontrano ad esempio nella scena del duetto Norma-Adalgisa del primo atto Oh rimembranza! in cui lo spunto del transfert situazionale, quasi tratto dall’ode saffica Ille mi par esse deo videtur della traduzione poetica catulliana, emergeva mirabilmente nella gestualità speculare delle due donne che rivivono l’una nel racconto dell’altra la stessa estasi della prima passione d’amore. A questa dovizia di lavoro profondo sulla forma e sul contenuto dello spettacolo, scarsamente visibile oggi nei teatri d’opera, si univa l’eccellenza e la grandezza dei cantanti: una Devia inossidabile nel title-rôle dal gesto eloquente, carismatico ed umanissimo ci ha dato una Norma esaltata da un sublime distacco ed ispirata alla tradizione belcantista con tutte le valenze espressive delle agilità che lei riesce ad eseguire morbidamente soprattutto negli attacchi in acuto grazie alla sua nota straordinaria padronanza dei lunghi fiati; il colore drammatico, dovuto alla dignità del personaggio e agli accenti del fraseggio, ha trovato nella sua vocalità il giusto equilibrio con la scrittura belcantistica che viene completamente alla luce in questa edizione dell’opera belliniana dove tutti i tagli di una deteriore tradizione sono stati riaperti e valorizzati nell’ottica che le ripetizioni delle cabalette hanno una propria funzione strutturale di riesposizione virtuosistica del tema enunciato e di architettura del discorso musicale; questi valori erano onorati al massimo anche dalle altre parti. John Osborn in Pollione ha ridato al ruolo il temperamento virtuosistico di tenore rossiniano versato nella temperie romantica con puntature stratosferiche come quella al do acutissimo in Meco all’altar di Venere e poi in altrettante variazioni svettanti nella ripresa della cabaletta Me protegge, me difende, il cui fraseggio si dimostra espressivo anche nelle zone estreme della voce ed ha delineato in tal senso anche le frasi di tessitura grave del duetto In mia man alfin tu sei; la Remigio in Adalgisa, dalla presenza scenico vocale perfetta, impegnata nella doverosa riscoperta di un ruolo cui una tendenza verista consolidata nel ‘900 ha attribuito il taglio improprio di mezzosoprano – scritto invece in origine per soprano e quasi sempre alla stessa tessitura del tenore e del soprano primo – ha reso credibilmente vera la figura della giovane sacerdotessa con il suo strazio interiore e la sua passione con una vocalità smagliante e tornita in ogni registro; il basso Luca Tittoto ha incarnato una presenza atavica e forte piena di personalità piuttosto lontana dalla consuetudine di fare del personaggio uno statico corifeo in quanto viene contrapposto spesso dalla regia allo stesso coro e sbalzato attraverso azioni incisive: ottimo il suo Oroveso per ampiezza e pienezza timbrica, come centrati vocalmente e scenicamente erano la Clotilde di Maria Mirò dalla nitida vocalità e infine il Flavio di Manuel Pierattelli, tenore lirico dal colore scuro e definito, ha ben rappresentato un alter ego di Pollione che appartiene al suo stesso mondo futuribile. Per quanto riguarda il Coro del Teatro Massimo di Palermo diretto dal M. Piero Monti si può cogliere la bellezza delle voci e l’accuratezza dell’impasto sonoro in cui la sezione tenorile prevale e fa emergere un’alta preparazione tecnica: un Coro personaggio che ha espresso il mondo di Norma con innumerevoli momenti di parcellizzazione emotiva esibiti nel primo atto, quando alcuni coristi eseguono gesti apotropaici dalla forte valenza simbolica, che si trasforma in compattezza nella scena finale dove al grido di Guerra, guerra brano applaudito a scena aperta – tutti ritrovano l’originaria unità prima fieramente contro lo straniero Pollione, poi dolorosamente contro la fedifraga Norma.

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Direttore Gabriele Ferro. Ph. Rosellina Garbo.

Per passare all’Orchestra del Teatro Massimo diretta dal M. Gabriele Ferro, va rilevata la bellezza del suono e il pregevole trattamento dei timbri della compagine orchestrale che il maestro ha voluto rialzare rispetto al livello della platea del teatro e portarla quasi allo stesso piano del palcoscenico rispetto alla posizione sprofondata di un golfo mistico che non c’era al tempo di Bellini: questo ha reso il suono strumentale più nitido e più amalgamato con il vettore vocale dei cantanti i quali si sono avvalsi di una tempistica non sempre pienamente sorvegliata dal maestro. Il successo nella serata è stato per tutti: quasi standing ovation per la Devia, applausi ed ovazioni per gli altri e per un’opera che è il massimo capolavoro del teatro lirico di ogni tempo.

Andrea Zepponi

Tutte le immagini della galleria fotografica sono di Franco Lannino. © Teatro Massimo di Palermo.

Norma

Tragedia lirica in due atti

Musica di Vincenzo Bellini
Libretto di Felice Romani

Direttore Gabriele Ferro
Regia Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi
Scene Federica Parolini
Costumi Daniela Cernigliaro
Luci Luigi Biondi
Assistente alla regia Federico Vazzola
Assistente alle scene Eleonora De Leo
Assistente ai costumi
Agnese Rabatti

Cast:

Norma Mariella Devia

Adalgisa Carmela Remigio

Pollione John Osborn

Oroveso Luca Tittoto

Clotilde Maria Mirò

Flavio Manuel Pierattelli

Orchestra e Coro del Teatro Massimo

Nuovo allestimento del Teatro Massimo in coproduzione con Arena Sferisterio di Macerata